Laicità, un periodo di confusione.

Laicità è un termine entrato in uso nel linguaggio politico per stabilire la neutralità dello Stato e dei suoi rappresentanti, rispetto alla religione. Mentre all’inizio del ‘900 si cercò di porre fine all’ingerenza del clero cattolico nelle istituzioni, oggi, quando si parla di laicità, si fa quasi esclusivamente riferimento alla religione islamica e a i limiti che devono essere imposti a certe minoranze che hanno tradizioni e costumi incompatibili con la cultura occidentale. Sopratutto, per quanto riguarda “il velo” islamico, sia esso un hijab, niqab o burqa, sono state fatte delle vere e proprie leggi ad hoc; costringendo le donne musulmane a relegare le proprie usanze nell’ambito privato. Gli attacchi terroristici degli ultimi anni e la crisi migratoria che ha riversato sul continente europeo centinai di migliaia di profughi musulmani, hanno accelerato questo processo di reinterpretazione della laicità. Infatti, di fronte al successo dell’estrema destra, portavoce del risentimento delle periferie verso i cambiamenti culturali, anche le classi politiche tradizionali hanno dovuto aggiornare il proprio copione con argomenti più rassicuranti e meno espansivi in termini di apertura dei confini nazionali e di integrazione culturale. Tutto questo si è tradotto in una manipolazione politica del concetto originario di laicità, che sta diventando sempre più negazione della religione piuttosto che neutralità dello stato, alimentando così conflitti e divisioni.

Il concetto di Laicità dello Stato trova la sua origine nella Legge sulla separazione della Chiesa e dello Stato del 1905; che in Francia pose fine a quasi 25 anni di scontri violenti tra due visioni opposte e in conflitto su quale dovesse essere il posto del clero all’interno della vita pubblica. La legge, adottata su iniziativa del Premio Nobel per la pace Aristide Briand, fu l’atto fondativo di una laicità senza eccessi, che mettesse fine al calvario tra due posizioni estremizzanti: liberalismo repubblicano, anti-clericale di stampo illuminista; e il conservatorismo cattolico, che voleva conservare il suo ruolo nelle istituzioni pubbliche. Il compromesso, che fu al centro della popolarità e del largo consenso di cui beneficiò questa legge, era contenuto nel primo articolo del progetto, dove veniva scandito a chiare lettere che lo Stato doveva “assicurare la libertà di coscienza” e “garantire la libertà di culto”; nonché la non discriminazione e l’uguaglianza dei cittadini difronte alla legge, quale che sia la loro religione. Per rispettare queste principali finalità, lo stato doveva quindi rimanere separato dalla clero e agire nell’interesse di tutti i cittadini, come arbitro neutro. Tuttavia, nel corso del tempo i due concetti di “laicità” e “neutralità” si sono confusi, dando luogo ad interpretazioni distorte del significato originario predisposto dalla legge.

Secondo lo storico francese Jean Bauérot, fondatore della sociologia della laicità, gli attentati recenti hanno riportato al centro del dibattito pubblico questo concetto, in un clima di ostilità e insicurezza che ha dato luogo ad un’ “interpretazione ingannevole della neutralità dello stato”. Infatti, se da una parte vivere in uno stato laico comporta l’obbligo di neutralità da parte dei suoi rappresentanti, dall’altra non significa che la neutralità debba essere estesa alla società civile; costringendo i praticanti a relegare la propria confessione religiosa alla sfera privata. La legge del 1905 non ha mai vietato le manifestazioni religiose nello spazio pubblico, sottolinea Baubérot, poiché lo spirito concepito dallo statuto era quello di una multiculturalità pacifica dove ognuno accettava la libertà di espressione del prossimo. Secondo il sociologo francese, questo cambiamento risulta particolarmente evidente quando “la laicità viene utilizzata a geometria variabile, e in modo più severo e ingiusto verso l’Islam”. Il Front National è emblematico in questo senso. Facendo della laicità un elemento centrale delle proprie argomentazioni identitarie, ha predisposto questo principio ad una certa manipolazione di significato: nei suoi discorsi, infatti, la laicità devia dal suo precetto di tolleranza e di equidistanza dello Stato nei confronti di ogni professione religiosa, e diventa una sorta di ateismo selettivo nei confronti delle minoranze, Islam in primis. Il successo crescente di partiti di estrema destra, anti-immigrati, convinti che la mescolanza culturale porti a conseguenze destabilizzanti per la società e il paese, è un campanello d’allarme per tutti i leader di governo, che si vedono costretti a rivedere le proprie posizioni, emulando talvolta la propaganda populista di destra.

L’ultima a sbilanciarsi su un tema molto delicato come quello del velo integrale è stata Angela Merkel; durante il suo discorso al congresso del CDU, tenutosi poche settimane ad Essen. Nominata dal suo partito con ampio consenso per concorrere alle prossime elezioni, la cancelliera tedesca non ha perso tempo e ha subito ribadito un approccio più duro su immigrazione e accoglienza. “Il velo integrale qui non è appropriato, dovrebbe essere vietato ovunque la legge lo permetta” sono state le parole della “Lady d’acciao”, obbligata ad inasprire i toni per allargare la sua base elettorale verso destra. C’era, però, veramente bisogno di tirare in ballo il velo islamico, per recuperare nei sondaggi e ribadire che la cultura tedesca ha la precedenza? Probabilmente, la priorità del momento è quella di indebolire il partito ultra conservatore, Alternativa per la Germania, cresciuto nei sondaggi e principale minaccia alle prossime elezioni per il rinnovo del Bundestag. Ma più che un “pugno di ferro” è sembrata una mano tremolante, quella della cancelliera, preoccupata dall’insorgere dell’AfD e in affanno per recuperare consenso. Tuttavia, in molti non si sarebbero mai aspettati che, a scagliarsi contro le donne musulmane, la frangia più debole di una minoranza già di per se stigmatizzata, fosse proprio Angela Merkel, leader di uno stato laico che si è distinto in Europa per le politiche di accoglienza e di integrazione adottate all’inizio di questa crisi.

Rassicurante e patriottico, il termine Laicità sembra rappresentare oggi il mantenimento di uno status quo culturale, un argine al multiculturalismo ed una giustificazione alle limitazioni imposte agli stranieri e alle loro tradizioni. Certo, è comprensibile come in un momento come questo, segnato dal terrore per i recenti attentati, molte precauzioni trovino un fondamento. Ma è necessario, per questo, distorcere il concetto di laicità ed imporre la propria cultura, anche quando i numeri stanno rapidamente cambiando? Bart Somers, entrato nella top three dei migliori sindaci del mondo, è stato intervistato dal Corriere per le sue ricette vincenti su integrazione e lotta al populismo. Somers è il primo cittadino di Mechelen, una città fiamminga del Belgio che ospita 128 nazionalità, dove il 28% della popolazione ha origini straniere e il 20% è di religione islamica. Eppure, è considerata una delle città più sicure del Belgio, riuscita nell’impresa di evitare la radicalizzazione e di contenere l’ascesa dei partiti di estrema destra. La soluzione del sindaco: sta nel “rinunciare all’assimilazione forzata”, perché “non funziona”; e nello“stabilire regole comuni, spiegarle e farle rispettare”. Corsi di cittadinanza ai nuovi arrivati che facciano comprendere cos’è la democrazia, come funziona la polizia e come ci si comporta con le donne. Ma quando ci sono richieste come “piscine pubbliche separate per maschi e femmine” il sindaco risponde: “ve le potete scordare, questo è un paese laico”.

L’esempio di Mechelen ci insegna che il concetto di Laicità non è ancora andato perduto; e che qualcuno si attiene ancora al contenuto del suo nucleo originale. I principi sanciti dalla legge del 1905, ad opera del governo della Terza Repubblica francese, possono essere ancora indispensabili per risolvere i conflitti di natura ideologica, interni alle società contemporanee; sempre più soggette a cambiamenti culturali e demografici che ne trasformano la composizione etnica. Uno Stato laico, in questo senso, è forse la forma migliore con cui si possa creare un clima di tolleranza e garantire alla collettività una convivenza pacifica, grazie ad un arbitro neutro ed imparziale.

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