Quando le capacità non si traducono in opportunità

Tra il 10 e il 17 maggio 2018 si è svolta la prima edizione del progetto World In Progress – Giappone, uno dei progetti realizzati da Associazione Diplomatici.

 

Associazione Diplomatici è una ONG con status consultivo speciale presso ECOSOC, il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, e si occupa in particolar modo della realizzazione di viaggi studio e simulazioni (come il MUN) che coinvolgano gli studenti delle università italiane, offrendo loro una vasta gamma di opportunità che abbiano come fine comune quello di fornire esperienze che affinino le capacità pratiche di tutti coloro che intendano lavorare in ambito internazionale. Si tratta dunque di grandi opportunità ma, nonostante tutto, anche per questa ONG non è semplice vincere le reticenze, specialmente quando si tratta di collaborare con le università italiane: nonostante gli sforzi volti a rendere questi progetti parte integrante della formazione universitaria, di fornire loro un carattere più istituzionale che conceda agli studenti il riconoscimento di crediti o l’equiparazione di queste esperienze a internship o traineeship – in modo da non rendere la vita troppo complicata a tutti coloro che sono costretti dalla frequenza obbligatoria – la risposta delle università italiane è quasi sempre negativa, soprattutto quando si tratta dei viaggi studio, poiché vengono spesso visti come una sorta di gita internazionale.

 

Anche stavolta, a malincuore, vorrei sottolineare quanto sia deleterio l’approccio della maggior parte delle università italiane quando si tratta di fornire un background più internazionale ai propri studenti poiché, nonostante ciò che possano dire gli scettici e i nazionalisti eccessivamente votati alle proprie cause, più esperienze internazionali si traducono in più opportunità di trovare lavoro, oggi più che mai – per gli studenti di Relazioni Internazionali è sempre stato così, ma non tutti sembrano essersene accorti.

 

In qualità di partecipante alla prima edizione del WIP in Giappone, vorrei fornire una testimonianza diretta di quanto sia sbagliata la visione che si ha di queste opportunità. Per l’ennesima volta, non ho assolutamente niente da rimproverare alla qualità della formazione che le università italiane forniscono ai propri studenti: anche in questo caso, siamo stati all’altezza della situazione (a volte talmente tanto all’altezza da sconvolgere i professionisti!). Ciò che più preoccupa è il fatto che questa eccezionale preparazione non si possa poi tradurre in opportunità concrete, o che l’eccessiva chiusura delle istituzioni blocchi sul nascere una più diffusa partecipazione degli universitari alla vita professionale internazionale.

 

Il progetto World In Progress in Giappone si è svolto principalmente a Tokyo e ha alternato visite turistiche e incontri istituzionali: siamo stati infatti accolti dall’ambasciata italiana a Tokyo, dalla Sasakawa Peace Foundation, dal Japanese Institute of International Affairs (JIIA), dall’International Organization for Migration (IOM), dalla Japan International Cooperation Agency (JICA), dalla Delegazione dell’Unione Europea in Giappone e dalla National Defense Academy (NDA). Insomma, da tutte quelle personalità che di certo non incontreremmo se andassimo a Tokyo in vacanza!

 

Essere parte di questi progetti permette agli studenti di approfondire ciò che si studia sui libri, ottenendo nuovi punti di vista e mettendo in discussione tutta la teoria studiata. Nel mio caso, la partecipazione al progetto giapponese aveva proprio come fine quello di ottenere il punto di vista della popolazione e delle istituzioni giapponesi riguardo ai più recenti avvenimenti internazionali. Infatti, la prima cosa che mi sono chiesta è stata quanto sapessimo davvero del Giappone, della sua politica, della sua economia, delle sue relazioni internazionali. Il Giappone è un’isola anche nel pensiero, si trova nell’Asia orientale ed è circondata da nazioni che non la vedono di buon occhio, stretta dalla sua concezione difensiva della politica militare, dall’Articolo 9 della sua Costituzione, ancora estremamente impressionata dalla sconfitta della Seconda Guerra Mondiale, troppo sicura, finora, che la chiave di tutto stesse solo nello sviluppo economico. Il Giappone ha come più grande alleato gli Stati Uniti, ma cosa pensano i suoi cittadini e i suoi politici dell’inevitabile cambiamento che le azioni di Donald Trump e Kim Jong-un continuano ad alimentare? Il Giappone ha ancora paura di essere abbandonato o intrappolato? Dopo la stretta di mano tra Kim Jong-un e Moon Jae-in cambierà qualcosa per il Giappone? E per l’Unione Europea? Cosa cambierebbe per l’Italia se perdesse il mercato giapponese? Lo studio e l’informazione costante ci consentono di crearci un’opinione, di fare delle supposizioni; ma quanto, in realtà, queste supposizioni possono avvicinarsi a quelle di un popolo con una differente visione del mondo? Già il fatto che i giapponesi non li chiamino “affari internazionali” ma problemi internazionali (kokusai mondai), dà un’idea de loro approccio nei confronti delle relazioni con chiunque si trovi al di fuori della loro isola.

L’incontro più proficuo, a mio avviso, è stato quello con il professor Haruo Tohmatsu, preside della facoltà di Relazioni Internazionali presso l’Accademia Nazionale di Difesa di Yokosuka: una volta entrati in aula, il suo primo consiglio è stato quello di abbandonare ogni timore e ogni pregiudizio, ci trovavamo in ambiente accademico, dunque ogni domanda era concessa e ogni domanda avrebbe trovato risposta. Alla lezione sono stati ammessi anche i cadetti dell’Accademia, e in pochi minuti si è creato un ambiente multiculturale, pieno di idee e di opinioni, in cui gli italiani cercavano di comprendere cosa i propri coetanei giapponesi pensassero delle relazioni con la Cina e la Corea del Nord, e in cui i cadetti tentavano di comprendere cosa pensassimo noi del cambiamento del nostro continente dopo la Seconda Guerra Mondiale. Un gruppo di studenti, e ognuno tentava di comprendere le diversità di un mondo diverso dal proprio. Difficilmente sarebbe stato possibile comprendere le complessità di un Paese che ci è così vicino economicamente e politicamente, ma così lontano culturalmente, senza visitarlo e senza avere la possibilità di essere accolti da certe personalità.

 

Sebbene molti professori sostengano che la preparazione degli studenti dell’Università italiana sia eccellente proprio perché costante e meno intaccata da esperienze che esulino dalla vita di facoltà – rispetto alle università estere – durante gli anni della formazione, bisognerebbe considerare anche l’altra faccia della medaglia: quando finiremo i nostri anni di formazione, e avremo senza dubbio accumulato meno esperienze degli altri, avremo le stesse opportunità lavorative dei nostri coetanei stranieri? Siamo davvero certi che sul curriculum contino di più gli anni della formazione rispetto alle esperienze lavorative o alle esperienze all’estero? Qualunque giovane che abbia cercato lavoro sa bene che non è così. A mio parere, finché il gap generazionale che la più recente recessione non ha fatto altro che acuire non sarà colmato, le cose cambieranno molto lentamente: trovare lavoro vent’anni fa e tentare di trovarlo oggi sono due cose totalmente diverse; quando la generazione che è uscita dalle superiori in piena crisi mondiale ha trovato il vuoto intorno a sé, l’economia è definitivamente cambiata. Il nostro sistema universitario non è riuscito a rimanere al passo. Ogni volta che gli studenti tentano di fare esperienze extra-universitarie il sacrificio li accompagna (a meno che non siano estremamente fortunati!), ma diversamente dalle generazioni precedenti l’ottimismo li ha totalmente abbandonati.

 

L’immagine di questo articolo racchiude un gruppo di bambole Daruma: l’usanza vuole che chi le possiede disegni un occhio quando esprime un desiderio, e che completi l’altro solo quando il desiderio è esaudito. Per quanto mi riguarda, disegno un occhio esprimendo il desiderio che le esperienze extra-universitarie non vengano più considerate trascurabili, e completerò l’altro quando il nostro sistema universitario ci permetterà di stare al passo con il mondo che cambia.

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