Le relazioni tra Stati Uniti e Brasile: tra cooperazione e competizione

Le relazioni tra Washington e Brasilia, negli ultimi duecento anni, hanno visto sia elementi di continuità che elementi di innovazione. I due paesi hanno avuto spesso un avvicinamento politico per via degli interessi nazionali convergenti – come accadde durante la guerra fredda contro la diffusione del comunismo nelle Americhe, o come quando all’inizio dello scorso secolo le due potenze erano impegnate a tenere fuori da tale emisfero i paesi europei. Nonostante ciò, però, le relazioni sono state caratterizzate – specie negli ultimi venticinque anni – anche da alcune contrapposizioni in termini diplomatici.

Il Brasile ha perciò sempre perseguito una politica sia di cooperazione che di competizione con gli Stati Uniti. Dal punto di vista dell’aspetto cooperativo, si nota una certa continuità sebbene su temi diversi. Il paese persegue da sempre una politica estera multilaterale, sin dalla seconda guerra mondiale: il governo del paese sudamericano decise di inviare delle forze di terra a supporto di quelle americane nei teatri di guerra europei negli anni ‘40, creando un profondo rapporto tra le forze armate delle due nazioni. Tale cooperazione è stata poi rafforzata dalle missioni di peacekeeping in Repubblica Dominicana e Haiti, rispettivamente nel 1965 e 2004, che hanno visto la partecipazione di entrambi i paesi. Una forte vicinanza che ha caratterizzato le relazioni tra i due paesi – che si sono poi approfondite con la lotta al terrorismo a livello globale. In passato, poi, le relazioni tra i due paesi sono state contraddistinte dai comuni impegni di entrambi a prevenire la diffusione del comunismo nel continente. Una dimensione, quella dell’ideologia, che ha caratterizzato il passato ma che oggi non trova più spazio di primaria importanza nelle relazioni tra Stati Uniti e Brasile.

A questo fronte di collaborazione storica, però, si contrappone una relazione conflittuale tra i due attori negli ultimi due decenni su due questioni: da una parte, la contrapposizione delle organizzazioni regionali di libero scambio; dall’altra, il tanto desiderato seggio permanente brasiliano al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Per quanto riguarda il primo fronte, gli ultimi venti anni hanno visto una grande concorrenza tra il modello nord-americano del NAFTA – cresciuto sotto il polo statunitense – e quello sudamericano del MERCOSUR – che ruota attorno al Brasile. Se gli Stati Uniti, prima con il piano Enterprise for the Americas Initiatives di George H. Bush e poi con la proposta del FTAA di Bill Clinton hanno perseguito l’obiettivo di creare un blocco di libero scambio a livello emisferico utilizzando come base la NAFTA da poter poi estendere, il Brasile ha proseguito la stessa strada cercando di estendere il MERCOSUR a livello sud-americano con il progetto del SAFTA di Cardoso – presidente brasiliano degli anni ’90 e il padre della teoria della dipendenza degli anni ’60. Non è un caso che in questi anni Washington vedesse il MERCOSUR come a un ostacolo irritante per le sue politiche di libero scambio. A questa dinamica, che poi è stata caratterizzata dal fallimento dell’ambizioso FTAA nel 2005, si aggiunge il tentativo non riuscito da parte della potenza sudamericana di ottenere il seggio del Consiglio di sicurezza alle Nazioni Unite. Un seggio per il quale vi era l’iniziale supporto americano, poi scomparso nel 2011 quando Brasilia votò contro la proposta della Clinton al Palazzo di Vetro per la risoluzione della problematica del nucleare iraniano – proprio dopo che il Dipartimento di Stato bloccò in modo fermo un tentativo brasiliano di chiudere la faccenda assieme all’aiuto della Turchia. Non è poi risultato essere sufficiente il supporto diplomatico di Cina, Russia, Gran Bretagna e Francia per avere un sesto membro permanente al principale organo di sicurezza internazionale: la contrapposizione a livello geopolitico con gli Stati Uniti è quindi costata cara, a differenza di quella in campo geoeconomico.

A tutto questo si è poi aggiunto un altro problema: il caso datagate del 2013, che ha visto lo spionaggio da parte della National Security Agency a livello globale ha riguardato anche il Brasile. Non è mancata la condanna da parte di Dilma Rousseff, oltre che a una mancata vendita di aerei da combattimento militari di nuova generazione di produzione statunitense per la Força Aerea Brasileira – poi acquisiti dalla svedese SAAB come una risposta diplomatica allo spionaggio condotto da un paese “amico” ai danni della sicurezza nazionale brasiliana.

Le relazioni tra i due paesi, perciò, sembrano oggi essere caratterizzate da una grande convergenza sui temi di sicurezza internazionale, ma notevole rimane la contrapposizione quando si parla di geoeconomia.

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