Dopo il Leviatano: il Potere per Foucault, Schmitt e Canetti

E’ ancora grandemente diffusa un’errata percezione del “potere, una concezione “leviatanica”: Thomas Hobbes, uno dei maggiori pensatori politici della storia, teorizzò il “Leviatano”, ovvero un enorme potere mostruoso rappresentato da un’entità politica, le cui membra sono formate dalla moltitudine degli individui. Il Leviatano è la sovranità dello Stato europeo moderno, ma è anche l’immagine del Potere (illimitato), con la quale il pensiero occidentale ha fatto i conti per secoli. Oggi, questa visione leviatanica del potere potrebbe essere associata al ”Grande Vecchio” (che avrebbe tirato i fili delle stragi negli anni di piombo) o all’“élite finanziaria mondiale”, alimentando una visione “comoda” del potere, visto come causa legittima di ogni male della società. E’ certamente più semplice pensare ad una misteriosa entità che manovra tutto e che fa di tutto per opprimerci, piuttosto che cercare cause più complesse o trovare una terribile assenza totale di essere. Il potere “dall’ alto verso il basso” subisce però  un parziale rovesciamento, “permeando” invece che semplicemente “provenendo da”.

Il Re dell’antichità era indubbiamente, per Karl Schmitt, un uomo potente oltre ogni limite: il potente può essere curato dai migliori medici, può vivere nelle migliori condizioni possibili, ma: “(il potente) dopo poche ore di lavoro o di voluttà si stanca e si addormenta. Allora il terribile Caracalla o il possente Gengis Khan se ne stanno là come fanciulli, e magari russano pure.” Schmitt inserisce magistralmente, in questo discorso sul potere, la tecnica, amplificatrice assoluta del potere e della superiorità dell’uomo sulla natura, dalla quale, di conseguenza, il potere non può più derivare (associabile al giusnaturalismo, e dunque al Leviatano di Hobbes). Non può più esservi nemmeno una sua “origine divina”, con la quale i regnanti legittimavano le loro discendenze. Il potere è una forma autonoma ed infinitamente superiore “all’ angusta capacità fisica e intellettuale e spirituale del singolo essere umano”. Lo Stato europeo moderno (dal XVI secolo) è il primo grande amplificatore di potere, lo Stato è “machina machinarum”, “un superuomo composto di uomini, che prendeva corpo mediante il consenso umano, ma che nel momento in cui nasceva si poneva al di là di ogni consenso umano”. Il potere di Schmitt non è né demoniaco né benedetto, e proprio perché trascende sia le umane malvagità che le umane bontà, è terrificante: “[…] il potere è più forte di ogni volontà di potenza, più forte di ogni bontà umana e, per fortuna, anche di ogni umana cattiveria”. Dunque questo discorso va epurato da concetti quali “bene” e “male”.

Il potere, per Michel Foucault, pare agganciarsi nuovamente alla dimensione politica, anche se con una nuovissima concezione: il filosofo francese trattò molto di Biopolitica, ovvero l’area d’incontro tra potere e sfera della vita. Il confine lessicale tra biopotere e biopolitica è piuttosto sottile, certamente entrambi fanno un inedito collegamento alla vita umana, che viene controllata e sfruttata da parte del potere a partire dal XVII secolo. Non è dunque possibile parlare di “potere” in Foucault, ma di biopotere, che è l’unica dimensione concepibile di potere nelle società occidentali. Si passa da un potere proprio del pater familias romano o del sovrano assoluto medievale, volto ad avere il controllo sulla vita del famigliare o del suddito, potendolo uccidere a proprio piacimento (trattasi del potere più temuto tra tutti) , a un potere che invece può “lasciar morire” chi non si conforma ad esso, ma che preferisce non farlo. “Nella teoria politica non si è ancora stati capaci di tagliare la testa al Re”: pensiamo ancora il potere secondo il vecchio modello del sovrano, il che implica il potere come “comando dall’ alto” applicato da una legge e il potere come “proprietà”, ovvero come un possesso che si possa acquisire e trasferire a piacimento. Il potere è un insieme di “azioni su azioni”, è una rete di influenza reciproca che deve lasciare libertà e crearla per potersi al meglio sviluppare. Il biopotere si esercita su enormi masse di popolazione, e nasce storicamente per rispondere a questa stessa esigenza  (opposto al potere disciplinare). Il biopotere potrebbe sembrare in apparenza un fatto positivo: esso necessita della vita per esercitarsi, e sul prosperare della vita fa la sua ragione di esercizio. Il biopotere, tuttavia, può necessitare dello sterminio di altre popolazioni, esterne o interne alla nazione, per continuare a preservare la vita e sostentarsi: in questo caso si tratterà di un mortifero “tzanatopotere” (dal greco θάνατος, morte).  Il biopotere fissa criteri di “normalità” a cui tutti devono conformarsi, legittimando la nascita di diverse discipline e materie di studio che stabiliscano una “normalità” a cui conformarsi: biologia, statistica, sociologia, psichiatria…

Canetti, uno dei maggiori pensatori politici del 900, rivisita profondamente il concetto di potere: esso non può essere espresso attraverso diritto, si tratta di un’azione corporea. Mangiare è atto politico, i denti sono ordine politico, tutto è politico: il potere ha una sua logica, che consiste nel crescere e nel sopravvivere. Ogni potere e ogni potente vogliono solo crescere e sopravvivere: questo comporta diminuire o eliminare la sopravvivenza di altri. Il potere di Canetti è forse ancora più corporeo di quello di Foucault, e nasce dal primitivo bisogno di “afferrare” e “incorporare”. Il potente di Canetti è un sovrano paranoico, dominato dagli imperativi di “crescere” e “sopravvivere”: egli cercherà di creare attorno a sé un grande spazio vuoto da controllare visivamente, tentando disperatamente di evitare la morte e di evitare il contatto fisico, paura ancestrale dell’uomo. Chiunque si presenti al suo cospetto è perquisito e in genere tenuto a debita distanza, enormi palazzi circondano il sovrano, porte sorvegliate, muri fortificati, stanze sconfinate e facilmente controllabili. L’esercizio del potere ha a che fare con la solitudine, affermare il proprio ego contro tutto il mondo: Muhammad Tughlak era il sultano di Delhi, coltissimo e illuminato, ma anche spietato e paranoico. Il sovrano indiano, per paura che qualcuno gli sottraesse il potere, fece desertificare completamente la capitale e, salendo sulla sommità del suo palazzo, sapeva di essere l’uomo più potente del mondo. “Il sultano una notte salì sul tetto  del suo palazzo, volse lo sguardo su Delhi nella quale non si vedeva alcun fuoco, alcun fumo, alcuna luce, e disse: -Ora il mio cuore è quieto, e la mia collera placata-. Il potente è un uomo triste, debole, che guarda mestamente il vuoto creato attorno a sé, dall’alto del suo palazzo deserto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *