L’evoluzione del calcio milanese: Herrera, Sacchi, Mourinho.

“Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” scriveva Pasolini a proposito dello sport più amato nel nostro paese. In esso vi riconosceva i suoi “poeti e prosatori”, quei calciatori che incantano migliaia di spettatori con i loro “atti”, chiamati così da Carmelo Bene, quei frammenti di tempo che lasciano il fiato sospeso, bloccando lo spettatore allo stadio o alla tv di casa, incapace di comprendere il seguito di quel movimento con il pallone che da “azione” si fa “atto” proprio, quello che un attore compie e regala all’immortalità della storia. Come non accostare l’immobilità leggendaria de “Il giuramento degli Orazi” di J. L. David all’attimo dopo che Maradona, dopo aver eluso il contrasto di quattro avversari, saltò il portiere per segnare il gol del siglo ai mondiali di Messico ’86 (solo pochi minuti prima el pibe de oro toccò il pallone con la celebre “Mano de diòs”). Il calcio sostituì il teatro quando le borgate della Roma anni cinquanta si riempirono di “ragazzi di vita” pronti a rincorrere un pallone di cuoio rattoppato, o dove le periferie dello stato di San Paolo ospitarono quello che diventerà ad oggi il trasferimento più costoso del calciomercato: Neymar da Silva.

Diffusosi come uno sport borghese, si rese occasione di riscatto per nazioni intere e popolare come solo le religioni possono essere, con il santino di Dino Zoff nei portafogli e il poster di Ronaldo nelle camere di ogni adolescente. Poco prima della scoperta dei neuroni-specchio, Roland Barthes scrisse: “Tutto ciò che accade al giocatore accade anche allo spettatore”. Così nella sua evoluzione il calcio divenne catarsi, palcoscenico di conflitti e passioni.
Oggi si fatica a comprendere l’importanza di questo gioco, perché giudicato responsabile di privare il cittadino dall’attenzione ai problemi reali, rendendolo poco serio e immaturo; si susseguono diverse critiche da parte del popolo avulso dal football verso l’atteggiamento da parata e di unitario rispetto delle tifoserie al momento di un ritiro di un calciatore importante: Zanetti, Maldini, Del Piero, Totti, sono stati accompagnati dalla reazione “Ma è solo un gioco, è solo un calciatore ben stipendiato”. Ebbene il calcio è l’unico modo per guardare seriamente al paese e alle sue problematiche – e i bambini sono consapevoli che un gioco impone la serietà, altrimenti, come ricorda Carmelo Bene, il gioco diventa scherzo, che è proprio degli adulti – perché costituisce il momento fondamentale in cui la società “parla le proprie regole”, svuotando di qualsiasi contenuto le sue forme costitutive e manifestandosi solo come “pure relazioni”. E se la società tutta fosse guardata sul piano delle “pure relazioni” potremmo affrontare i suoi problemi. Questo pensiero si può riassumere, con una avventata scorrettezza, chiamando in causa Italo Calvino: “La leggerezza è un modo di vedere il mondo che si fonda sulla filosofia e sulla scienza”.

Il calcio italiano emerse internazionalmente con le vittorie della nazionale nella coppa Rimet (i mondiali FIFA fino al 1970) del 1934 e del 1938, quando il monarchico allenatore Vittorio Pozzo inventò il modulo “W” (detto “metodo”), ossia due difensori, tre centrocampisti mediani, e tre punte che insieme alle due mezzali alle loro spalle formano la cosiddetta “W”; con l’utilizzo di tale schema, la nazio-Juve diede il nome della propria ala, Renato Cesarini, a quel pezzetto di tempo prima del termine del secondo tempo in cui il risultato della partita poté essere ribaltato: la cosiddetta “Zona Cesarini”.

Nel secondo dopoguerra, la leggendaria “Grande Torino” prese il posto di ogni altro club italiano e internazionale per numero di vittorie. Il collettivo di Valentino Mazzola, Gabetto, Ossola, Loik, guidato dal commissario tecnico Ernst Aaegri Erbstein, che organizzò la squadra secondo il modulo inglese del “WM” o “sistema” (con tre difensori, due centrocampisti, tre punte e le due tipiche mezzali). Venne introdotta l’innovativa a figura del libero, l’ultimo uomo della squadra che, posto alle spalle dello stopper (centromediano), interveniva sull’attaccante che fosse riuscito a superare i tre difensori, raddoppiava la marcatura che da “zona” era passata a “uomo” e rilanciava il pallone sui terzini o sulle ali pronte a metterla in rete: il Torino e di conseguenza la Nazionale italiana non furono mai battuti sul campo se non dal tragico destino a Superga.

Negli anni ‘50 e ‘60, la semplicità del modulo torinese ebbe come portabandiera Juventus e Milan, che irrigidirono le gerarchie dei reparti, formando di conseguenza un “catenaccio” difensivo accompagnato dalla diminuzione del pressing, adottato anche dalla Nazionale. I difensori, compresi i terzini, non dovevano mai superare la linea di centrocampo e la palla doveva sempre raggiungere il mediano di spinta, ossia l’uomo di fatica del gruppo che comunicava tra la linea difensiva e il centravanti: anche gli indiscutibili fenomeni stranieri nei club italiani potevano giocare da fermi, giacché a correre ci pensava quel mediano che recuperava ogni pallone e lanciava ogni offensiva. Così era per Giovanni Lodetti al Milan, definito il “terzo polmone di Rivera”, e per Massimo Bonini alla Juventus, il quale quando Gianni Agnelli entrò nello spogliatoio manifestando preoccupazione sul fatto che Michel Platini stesse fumando, Platini rispose che doveva preoccuparsi piuttosto della salute del proprio mediano, da cui dipendeva tutto l’attacco della squadra.

L’F.C. Internazionale, dopo decenni di sconfitte, scelse tutt’altra impostazione di gioco e un altro destino. Fino al 1960 solo Juventus e Milan si alternano nella conquista dello scudetto, così il presidente della squadra neroazzurra Angelo Moratti opta per l’allenatore argentino Helenio Herrera, classe 1910, che guidò l’Atletico Madrid e il Barcellona alla vittoria di due campionati spagnoli ciascuno. Chiacchierato da tutti, si rese personaggio al centro del palcoscenico calcistico italiano e guadagnò l’appellativo di “Mago” sul fronte della motivazione psicologica degli atleti; al suo arrivo rivoluzionò le tecniche di allenamento dei calciatori e le modalità di approccio agonistico alla partita. Introdusse i ritiri per la squadra, regolò l’alimentazione e modificò gli esercizi tecnici avvicinandoli a quelli dei marines, poiché come amava ricordare “Le cose difficili richiedono tempo, quelle impossibili più tempo.” Gli inizi sono difficili per l’argentino, sempre al centro della Gazzetta sportiva per le sue profezie, le dichiarazioni e l’aria di superiorità che lo rendeva inattaccabile dentro e fuori gli spogliatoi. Il “Mago” rivede il modulo tipicamente aggressivo e sbilanciato, che ha causato le iniziali sconfitte nel primo campionato accompagnando i giocatori con il suo “Taca la bala!”, in favore di una nuova combinazione. Preleva innanzitutto i nuovi talenti dalle giovanili dell’Inter come Facchetti e Mazzola, perfeziona il pressing della squadra “creando spazi vuoti” tra gli attaccanti che rientrano (tranne Corso che rispondeva “fasso quel casso che me par” al ct che gli ordinava retrocedere) e i difensori che avanzano nell’area avversaria. Proprio Giacinto Facchetti, per la sua abilità di percorrere ottanta metri in una decina di secondi, da terzino sinistro si fece giocatore completo in grado di difendere, attaccare, supportato dai lanci di Luis Suàrez che lo “sentiva” correre sulla fascia sinistra, e fare gol.

Nacque così la “zona mista”, il modulo rivoluzionario di Herrera. Alla disciplina e alla preparazione atletica si univa lo studio delle partite e della squadra avversaria, congegnando quella formazione di campioni che hanno divertito l’Europa e il mondo che tutti ricordiamo per intero come un collettivo vincente: Sarti, Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez, Corso.

L’Inter di Herrera conquistò la coppa dei campioni nel 1964 battendo il Real Madrid, e fu il primo club italiano a vincere la coppa intercontinentale nello stesso anno, e nel 1965 contro il Benfica.
Il gioco e il prestigio interista crollò nel 1972 contro l’Ajax di Cruijff nella Coppa dei Campioni. I neroazzurri fronteggiano una squadra in cui i ruoli si mescolano continuamente e i giocatori si muovono in relazione dei movimenti dei compagni invece che del pallone: i difensori salgono e gli attaccanti retrocedono in sincrono, i passaggi brevi e la copertura degli spazi facilitano le manovre offensive e la difesa è schierata a zona che intrappola gli avversari nella linea del fuorigioco, con il portiere che è di fatto il libero della squadra. Il “calcio totale” di quel club che confluirà nella fenomenale nazionale olandese del 1974 e del 1978 fu la naturale evoluzione degli insegnamenti di Herrera, ma vennero salutati con scetticismo dagli italiani, giudicando gli epigoni del modulo di Cruijff con molta severità, essendo i tifosi italiani ben propensi ad amare un calcio più individualista invece che quello del collettivo universale, “la giocata poetica del contropiede” anziché le tattiche geometriche perfette.

In mezzo ai fasti del calcio individualista degli anni ‘80 (Platini, Zico, Maradona), Arrigo Sacchi fa tesoro della teoria del calcio totale olandese e approda al Milan nel 1987 per scrivere una nuova pagina dello sport. La società calcistica del neo presidente Berlusconi vuole tornare a vincere, così la scelta ricade sul tecnico di Fusignano dopo una brillante stagione al Parma (coronata dal trionfo in Coppa Italia contro lo stesso Milan). A Milanello, gli allenamenti del nuovo tecnico si distinsero per disciplina ferrea, esercizi sfiancanti e estenuanti ripetizioni di schemi: perché secondo Sacchi sono più importanti i moduli anziché la rosa. La dottrina sacchiana si forma per il 95% di sudore e studio e il 5% di intuizione, estro e fantasia; così il nuovo gioco imposto al Milan appare ai giocatori come un algoritmo complicato e una tattica dispendiosa di energie per i giocatori che si inimicano il nuovo tecnico. Un fuoriclasse del calibro di Van Basten, tra i primi ad attaccare Sacchi, fu invitato dall’allenatore a restare in panchina il giorno della partita così da poter mostrare dove sbagliasse.

La vittoria del primo campionato scudetto dell’era Berlusconi è proprio grazie alla “gabbia alienante” di Sacchi: quattro difensori, di cui un libero (Franco Baresi) e uno stopper coperti dai due terzini, quattro centrocampisti e due punte; è il celebre 4-4-2, che diventerà a metà campo “a rombo” con Donadoni dietro le punte, a contatto con gli attaccanti tramite passaggi brevi, e Ancelotti davanti alla difesa, alle spalle di Colombo ed Evani sulle fasce. Riprendendo dal calcio totale di Cruijff la compattezza dei reparti e la sincronia dei loro movimenti in fase offensiva e difensiva, inserisce un alto pressing nei centrocampisti e favorisce la mobilità dei terzini che diventano anch’essi attaccanti, come schierò Herrera vent’anni prima. Pur essendo la squadra più acclamata degli anni ‘87-89, detentrice di due Champions League, due supercoppe UEFA e due coppe intercontinentali, il collettivo di Sacchi non ebbe bisogno di favolosi numeri dieci, di quelle geniali prestazioni di Maradona al Napoli, perché il gruppo contava molto più del singolo. Proprio quel Napoli venne battuto 4-1 il 3 gennaio del 1988. “Maradona? Lo marcheremo in undici” disse l’allenatore rossonero alla vigilia della partita contro quel Napoli che apparve arcaico, proprio come l’Inter contro l’Ajax nel ‘72, il calcio obsoleto contro la perfezione di un gioco a zona dove tutti sono protagonisti.
“Nel Milan la personalità è solo una: il gioco. Solo dentro a un copione la creatività può esaltarsi, fuori dal copione c’è solo improvvisazione e superficialità”.

Dopo i successi del club rossonero, il gioco di Sacchi non attecchì al disegno della Nazionale Italiana di Baggio, Zola, Maldini Costacurta… meno disponibili a concedersi alle folli geometrie della zona. Per molti anni, il calcio milanese si adattò al naturale prosieguo dei tempi, lasciando sfilare fino agli anni 2000 diversi giocatori bandiera (Ronaldo, Vieri, Recoba, Zamorano, Crespo…) che, tuttavia, non vinsero quanto i grandi campioni ottenevano nelle squadre del passato (tendenza che oggi sembra regredire con l’apice delle carriere di Messi e CR7). Ecco che nel 2007 arrivò all’Inter José Mourinho, appena rescisso il contratto con il Chelsea e già vincitore all’FC Porto di una Coppa UEFA e una Champions League. Fu vice di Louis Van Gaal nella panchina del Barcellona, ma può essere considerato il legittimo erede di Herrera e Sacchi per la sacrale costruzione del modulo, “i cui principi costitutivi sono più importanti di ciò che ogni giocatore pensa in relazione al gioco”. Appena giunto a Milano, Mourinho pretende assoluta disciplina dal gruppo neroazzurro, isolando il club dall’esterno e consolidando la solidarietà al suo interno, e gli allenamenti sono nuovamente stravolti da una nuova filosofia calcistica chiamata dall’allenatore “scoperta guidata”. “Costruisco situazioni” continua Josè “che li mettono su una certa strada, e quando le intuiscono durante l’allenamento ne discutiamo e facciamo pratica. Ma perché funzioni i calciatori che alleno devono avere le proprie opinioni”.

Nell’ambito dei moduli utilizzati, Mourinho non ha mai adottato un inviolabile schieramento, ma di partita in partita ha concepito uno schema appropriato contro l’avversario: dagli inizi in serie A con il tridente offensivo del 4-3-3 è passato al 4-5-1 (e viceversa); entrambi dispendiosi sul piano fisico poiché le pretese dell’allenatore sui movimenti dei terzini portavano a farli giocare con dietro un vuoto di quaranta metri, rendendo il possesso palla più offensivo nella metà campo avversaria. Ciò che ha reso l’Inter la squadra vincente nelle due stagioni dal 2008 al 2010, è la competenza dei giocatori nel gestire diversi modelli di gioco e la previsione di ogni situazione all’interno dei novanta minuti. Nell’anno del triplete, il club milanese si è organizzato con un 4-3-2 nei momenti di inferiorità numerica e riuscendo comunque a conseguire un risultato utile, giacché la preparazione degli atleti prima di una partita fornisce loro ogni strumento di organizzazione del “collettivo” per affrontare situazioni diverse createsi insieme alla squadra avversaria. Dar spazio a variazioni tattiche radicali a partita in corso, passando dal 4-2-4 agli sperimentali 4-2-3-1 e 4-3-2-1 (detto “albero di Natale”), i moduli più adoperati durante il triplete, non è possibile in un gruppo qualsiasi, ma solo con la presenza di interpreti chiave all’apice della loro carriera come Julio Cesar in porta, Maicon, Cambiasso, Pandev, Eto’o, Sneijder e Milito. “Sollecitare a imparare un vero campione non è facile”, e così il genio di un motivatore e trascinatore come Mourinho lo trasforma in un regista all’interno del suo set, pronto a girare la vetta assoluta dell’ultimo calcio milanese da protagonista.

“Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio”. Il giro di vite che ruota intorno a un pallone non è solo sport e passione, ma ha molti più riferimenti culturali di quanti ne riusciamo a immaginare, non appartenenti solo ai paranoici della vittoria e dello schema, ma a tutti quei “collettivi” che si sono distinti dalla tradizionale marcatura a uomo, dal dribbling fenomenale e dal contropiede all’ultimo quarto d’ora, per realizzare ciò che più di rivoluzionario ci fosse nel gioco di squadra: l’idea che ogni calciatore è “totale”, perché giocando a zona, ciascuno non ha più una sfera esclusiva, ma si perfeziona in ogni ramo del lavoro dei compagni.
Non importa se in queste avventure scorgete un Marx, un Marcuse o Eduardo Galeano: sicuramente hanno a che fare con il teatro della storia.

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