Libano: Michel Aoun è il nuovo presidente

Dopo più di due anni di stallo, l’ex generale Michel Aoun è stato eletto il 31 ottobre 2016 presidente del Libano. L’impasse politica, durata ben 29 mesi, è conseguenza dei lunghi negoziati tra l’alleanza sunnita e lo schieramento a guida sciita che sosteneva l’ex generale cristiano. Se l’asse sciita-cristiano era già ben sedimentato, con Hezbollah parte di una coalizione interconfessionale filosiriana presieduta dallo stesso Aoun, il supporto dei sunniti è abbastanza sorprendente. La ragione che sembra aver spinto il leader sunnita Saad al-Hariri a dare il suo sostegno ad Aoun è l’ottenimento della carica di primo ministro.

Chiunque abbia un po’ di dimestichezza con la politica libanese sa che questo lungo stallo e la sua risoluzione attraverso un accordo politico non sono cosa nuova. In Libano hanno convissuto sin dai tempi dei mandati tre comunità confessionali diverse: cristiani maroniti, musulmani sunniti e sciiti. E dal Patto Nazionale del 1943 questi tre gruppi si sono divisi le maggiori cariche dello stato, sulla base di un sistema di power sharing a sfondo confessionale. La presidenza spetta ad un esponente dei cristiani, la carica di premier ad un musulmano sunnita e la presidenza del Parlamento ad un membro della comunità sciita. Anche i seggi al Parlamento di Beirut sono divisi su base confessionale, e se in passato si seguiva il principio 6 a 5 (ogni 6 cristiani, 5 musulmani) oggi essi vengono suddivisi esattamente a metà (64 ai cristiani e 64 ai musulmani). L’elezione del presidente avviene attraverso un voto in parlamento: egli deve ottenere la maggioranza di due terzi al primo turno, e la maggioranza assoluta al secondo. Ciò significa che, di fatto, i candidati cristiani devono “convincere” parte della comunità non cristiana ed ottenere il loro supporto: questo, solitamente, avviene proprio con la formazione di coalizioni o attraverso la sottoscrizione di accordi politici.

E’ attraverso questo tipo di accordi che Aoun ha ottenuto da un lato l’appoggio di Hezbollah, che voleva ricambiare per l’appoggio ottenuto dai cristiani nell’invio di proprie milizie in Siria a sostegno di Assad; dall’altro quello di Saad al-Hariri in cambio, oltre che della carica di premier, della fine del suo esilio in Arabia Saudita.
Quella che sostiene Aoun è quindi una maggioranza fatta di molti compromessi e numerosi vecchi oppositori- ora alleati. In verità anche i membri della coalizione interconfessionale presieduta da Aoun, un tempo, erano suoi avversari politici. Basti pensare che il leader cristiano è stato per molto tempo oppositore di Assad, che approfittando della guerra civile interna al paese, a partire dalla seconda metà degli anni 70, aveva tentato più volte di veder ricreata quella “Grande Siria” che fu divisa dai mandati. Esiliato a Parigi, Aoun rientrò in Libano solo negli anni 90, dove venne accolto come eroe anti Damasco.

L’ evento che segnò la nuova linea politica di Aoun fu l’assassinio dell’allora primo ministro libanese Rafik Hariri, padre di Saad al-Hariri, svolto forse per mano dei servizi segreti siriani: lo scandalo internazionale che ne scaturì fu enorme, e causò il ritiro siriano dal paese. Aoun, comprese che un ritorno alle linee intransigenti dei cristiani maroniti non avrebbe creato quella stabilità politica di cui il paese aveva bisogno, e decise che l’alleanza con altre correnti era necessaria per salvare il paese, almeno in parte, dal giogo siriano. Hezbollah si presentò come l’alleato perfetto per realizzare questo compromesso: da qui nacque quella coalizione che oggi ha sostenuto Aoun alla carica di presidente.
La politica è mediazione, e questo è ancora più vero per il caso libanese. Una prospettiva di ampio respiro dal punto di vista storico ci aiuta a comprendere i motivi di questa verità.

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