Libia nel caos

Il governo di unità nazionale libico, guidato dal presidente del consiglio Fayez al-Sarraj, ha dichiarato lo stato di emergenza a Tripoli e nella periferia della capitale. Nel comunicato ufficiale del governo, diffuso dai media arabi, si legge che la decisione è stata assunta con lo scopo di “proteggere i cittadini  e la sicurezza, gli impianti e le istituzioni vitali che richiedono tutte le necessarie misure militari e civili”. Il ministro dell’Interno libico, Abdel Salam Ashour, ha emanato un’allerta per i quartieri ovest di Tripoli per evitare, secondo quanto riportato dai media libici, che gli scontri a sud della capitale possano raggiungere il quartiere diplomatico. Il governo di al-Sarraj ha annunciato la formazione di un comitato speciale per la gestione dello stato di emergenza, minacciando le parti in conflitto di gravi ripercussioni nel caso in cui scelgano di non sospendere i combattimenti.

L’annuncio dello stato di emergenza è il culmine dell’escalation di violenza che ha gettato la Libia nel caos negli scorsi giorni. A maggio, il governo di unità nazionale (l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale) aveva siglato un accordo a Parigi con le autorità della Cirenaica, delle quali il massimo esponente è il generale Khalifa Haftar: l’accordo in questione prevedeva l’introduzione di una costituzione entro il 16 settembre e lo svolgimento di elezioni parlamentari e presidenziali entro il 18 dicembre. Il presidente francese Emmanuel Macron è determinato a mantenere in vigore quanto stabilito a Parigi, confidando “nella restaurazione della sovranità libica e nell’unità del paese, essenziale per la stabilità della regione”. Verso la fine di agosto, tuttavia, la violenza è tornata ad essere protagonista della vita quotidiana in Libia. Gli scontri stanno interessando principalmente le zone sud e sud-est di Tripoli, ma le autorità libiche temono che i conflitti oggi circoscritti alla capitale possano condurre a una guerra di portata ben più ampia, con il rischio di far precipitare definitivamente nel caos una regione già di per sé instabile.

Il 30 agosto era stata resa pubblica la notizia di un accordo raggiunto tra al-Sarraj e le milizie presenti nel sud della capitale per il cessate il fuoco. L’intesa, annunciata dal ministro dell’Interno Abdel Salam Ashour, prevedeva la divisione della zona meridionale di Tripoli tra i diversi gruppi armati rivali, nel tentativo di fermare gli scontri e proteggere la popolazione civile, tra cui si contano già numerose vittime. La tregua, però, è durata appena 30 ore, al termine delle quali sono ripresi i combattimenti tra le milizie rivali. Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, secondo quanto riportato in una comunicazione dell’USMIL (Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia), ha condannato l’uso indiscriminato della violenza da parte dei gruppi armati all’interno e intorno alla capitale; successivamente ha lanciato un appello alle varie parti chiedendo di sospendere le ostilità e rispettare il cessate il fuoco, principalmente per garantire soccorso umanitario ai civili bloccati dai combattimenti.

La zona critica nel sud di Tripoli sta assistendo all’avanzata della cosiddetta Settima Brigata, principale autrice dell’assalto alla capitale che da lunedì scorso ha provocato più di 40 vittime e centinaia di feriti, che punta al centro della città. La Settima Brigata è una milizia originaria di Tarhuna, a circa 60 km da Tripoli. Legata al signore della guerra Salah Badi e fedele ad Haftar, formalmente è ancora dipendente dal governo di unità nazionale di al-Sarraj, ma di fatto se ne è slegata e ora agisce in modo indipendente. Il suo scopo è quello di liberare Tripoli dagli altri gruppi armati, che rappresentano unità speciali dei ministeri dell’Interno e della Difesa di Tripoli, come le Brigate Rivoluzionarie di Tripoli, la Forza speciale di Dissuasione (Rada), la Brigata Abu Selim e la Brigata Nawassi: tutte beneficiarie di finanziamenti dall’Unione Europea e tutte accusate di corruzione dalla Settima Brigata. Secondo quanto dichiarato dal colonnello Abdel Rahim Al-Kani, leader della Settima Brigata, il gruppo si trova ora lungo la strada per l’aeroporto e sta preparando un’offensiva al quartiere di Abu Salim, da cui si può raggiungere il centro storico, chiedendo anche agli abitanti della zona di lasciare le loro case in previsione dell’attacco militare. In una condizione ormai di anarchia c’è da aggiungere anche la fuga di circa 400 detenuti dal carcere di Ain Zara, in un sobborgo meridionale della captale, che hanno approfittato della confusione creata dagli scontri tra le milizie rivali.

Per tentare la mediazione ed evitare che la situazione degeneri in un bagno di sangue, la Shura, il Consiglio libico degli anziani per la riconciliazione, ha creato un “comitato di emergenza” con l’obiettivo di negoziare tra le parti. Il capo di questo organo consultivo,  Mohamed al-Mubshir, ha ribadito la necessità immediata di trovare un accordo che coinvolga tutti i soggetti in gioco e che possa garantire un cessate il fuoco duraturo. Nella Libia di questi giorni, un obiettivo del genere tende molto di più all’utopia che alla realtà.

Nonostante l’Unione Europea stia lavorando per evitare conseguenze irreversibili, attualmente il governo di unità nazionale di al-Serraj è piuttosto isolato sulla scena internazionale. Può contare sull’appoggio sicuro solamente da parte dell’Italia, che ha confermato di mantenere la propria ambasciata aperta e in piena attività, nonostante le voci che ne annunciavano la chiusura in seguito all’esplosione di un colpo di mortaio a pochi passi dall’ambasciata. Come condiviso su Twitter, l’Italia continua a “stare al fianco dell’amato popolo libico in questa difficile congiuntura”. Nonostante quanto annunciato ufficialmente, una parte del personale sta tornando in Italia in via “puramente precauzionale”, secondo i portavoce della Farnesina: si tratta di funzionari “non strettamente necessari”, che faranno ritorno in Libia non appena la situazione si sarà calmata. Ieri pomeriggio una nave dell’Eni ha evacuato diversi tecnici italiani che lavorano nel complesso di Mellitah, nell’ovest del paese, oltre a otto dipendenti dell’ambasciata italiana.

Medici senza Frontiere ha dichiarato: “Lo stato d’emergenza è stato annunciato a Tripoli. Medici Senza Frontiere resta altamente preoccupato per i cittadini libici nelle aree residenziali e per i rifugiati e migranti intrappolati, le cui sofferenze sono state aggravate dalle politiche dell’Unione europea. La Libia non è un Paese sicuro“.

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