16 gennaio 1991: gli Stati Uniti entrano nella prima guerra del Golfo

Gli appassionati di storia sapranno certamente che pochi giorni dell’anno sono così ricchi di significative ricorrenze storiche come il 16 gennaio. In questo giorno sono molti, infatti, gli avvenimenti accaduti le cui conseguenze sono ancora davanti ai nostri occhi.
Sicuramente da ricordare è il gesto estremo dello studente cecoslovacco Jan Palach che, il 16 gennaio 1969, si cosparse il corpo di benzina e si diede fuoco nella piazza San Venceslao di Praga come simbolo di protesta contro l’intervento militare sovietico finalizzato a mettere fine alla stagione riformista della Cecoslovacchia.
Sempre il 16 gennaio, ma questa volta nel 1994, il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, in virtù di una lunga e gravissima crisi partitica, sciolse anticipatamente le camere ed indisse nuove elezioni, ponendo fine, nei fatti, alla Prima Repubblica.
In questo articolo, però, vorrei prestare attenzione ad un altro 16 gennaio, quello del 1991. Proprio in questa data, infatti, scadde l’ultimatum per il ritiro delle truppe dal territorio kuwaitiano che gli Stati Uniti di George H. W. Bush avevano precedentemente lanciato all’Iraq di Saddam Hussein. Quest’ultimo aveva infatti occupato ed annesso il ricco emirato in quella che passò alla storia come la prima guerra del Golfo (2 agosto 1990 – 28 febbraio 1991). Poche ore dopo la scadenza dell’ultimatum, nella notte tra il 16 e il 17 gennaio, gli Usa, alla guida di una coalizione di 34 paesi, intervennero militarmente nel conflitto e ciò ebbe delle grandi ripercussioni internazionali e plasmò non poco le dinamiche mediorientali degli anni successivi.

L’invasione irachena del Kuwait fu la diretta conseguenza della precedente guerra tra Iraq e Iran (1980-1988), una delle più violente quanto inutili da dopo il 1945: oltre un milione furono infatti i morti, senza però che i confini territoriali dei due paesi si fossero spostati di un metro o che un cambiamento di regime avesse avuto luogo. Insomma, un milione di persone perse la vita con il semplice risultato che la situazione politica con cui la guerra si era conclusa fosse esattamente identica a quella con cui era iniziata.
Molteplici furono le cause dello scontro: dispute territoriali irrisolte per via delle importanti riserve petrolifere nella regione, la contrapposizione ideologica tra i regimi dittatoriale-laico iracheno e quello dittatoriale-religioso iraniano e la preoccupazione della minoranza sunnita al potere in Iraq nell’avere confinante il principale paese sciita del Medioriente.
Molto gravi furono anche le responsabilità delle due principali potenze mondiali, Usa e Urss. Queste, anziché muoversi attraverso la comunità internazionale per evitare lo scontro in Medioriente, addirittura lo promossero silenziosamente. In Iran, infatti, aveva avuto luogo nel 1979 la rivoluzione religiosa di Khomeini che aveva portato alla destituzione del regime filo-occidentale dello scià Mohammed Reza Pahlavi, trasformando il paese da principale alleato americano in Medioriente a suo principale avversario. Da quel momento in poi l’ayatollah cominciò infatti ad incitare l’intero mondo arabo affinché si ribellasse agli Stati Uniti. L’Iran, inoltre, stava anche finanziando la resistenza afghana contro l’invasione sovietica del paese. Dal canto suo, invece, l’Iraq di Saddam assunse fin dalla sua salita al potere posizioni molto meno filo-sovietiche del suo predecessore, Ahmed Hasan al-Bakr, e dunque venne ritenuto alquanto pericoloso per la stabilità degli interessi sovietici nella regione. Ciò che quindi gli Usa e l’Urss fecero, fu finanziare ed armare indistintamente entrambi i paesi, nella speranza che questi si dissanguassero e indebolissero a vicenda nella scontro, in modo da mettere fuori dai giochi due grandi grattacapi senza neanche sparare un colpo.

Al termine della guerra, protrattasi per otto lunghi anni, i due paesi erano fortemente danneggiati e allo stremo delle loro forze. La situazione economica era disastrosa, soprattutto per l’Iraq che aveva dato inizio alle ostilità. Questo paese aveva infatti contratto durante la guerra, per sostenere lo sforzo bellico, un enorme debito sia con paesi occidentali che mediorientali spaventati dalla teocrazia iraniana. Ma la difficile situazione economica in cui versava l’Iraq alla fine della guerra era tale da non permettere a Saddam di ripagare questo debito, che superava i 60 miliardi di dollari. Di questi, 14 erano nei confronti dello stesso Kuwait il quale, preoccupato dalla rivoluzione religiosa iraniana, aveva largamente finanziato l’Iraq per gran parte della durata delle ostilità.
Una volta conclusasi la guerra, tra l’Iraq e il Kuwait cominciarono ad emergere dei contrasti economici. Il primo si dimostrò subito incapace di estinguere il debito, mentre il secondo non era disposto a condonarlo. Diversi furono gli incontri tra i leader dei due paesi per arrivare ad una risoluzione della disputa, senza però trovare un’intesa. Anzi, i rapporti politici bilaterali si incrinarono ancor di più ed emersero nuovi punti di frizione, in primis la questione dei confini territoriali. Saddam riteneva infatti il Kuwait parte integrante dell’Iraq, staccatosi da questo a causa dell’imperialismo britannico e, dunque, la sua indipendenza non poteva essere riconosciuta. Inoltre il Kuwait chiese all’OPEC nel 1989 il permesso, concordatogli, di incrementare la produzione di petrolio del 50 per cento. Questo aumento della produzione kuwaitiana, infatti, evitò un aumento del prezzo del petrolio, ma era proprio su questo apprezzamento che l’Iraq contava per ripagare i propri debiti di guerra. Infine, l’Iraq accusò il Kuwait circa le perforazioni petrolifere che esso stava praticando lungo il confine con la regione irachena della Rumayla, particolarmente ricca di greggio. L’emirato fu infatti accusato di utilizzare delle tecniche di perforazione avanzate che gli avrebbero permesso di estrarre parte consistente del petrolio iracheno della Rumayla.

Un nuovo vento di guerra cominciava a soffiare in Medioriente, a soli due anni dalla fine di quella tra Iraq e Iran. Saddam cominciò ad ammassare le proprie truppe al confine con il Kuwait, in attesa di terminare il piano operativo.
Significativo quanto controverso fu l’incontro che si tenne il 25 luglio 1990, quindi pochi giorni prima dell’attacco, tra Saddam Hussein e l’ambasciatrice statunitense in Iraq, April Glaspie. Il dittatore iracheno voleva, infatti, sondare la posizione americana in merito alla disputa in corso e cercare di capire la loro eventuale risposta nel caso in cui una risoluzione pacifica della controversia non fosse stata possibile. Sembrerebbe che in quell’occasione la Glaspie abbia riferito di come gli Usa non avessero “alcuna opinione sui conflitti tra le popolazioni arabe” e che non fosse volontà americana quella di cominciare una guerra economica contro l’Iraq. Uno spiacevole fraintendimento, che convinse però Saddam che in caso di guerra con il Kuwait gli Usa non sarebbero intervenuti ed è del tutto ragionevole affermare che l’esito di tale colloquio sia stato decisivo nel consolidare l’intenzione irachena di dare inizio alle ostilità.

Nelle prime ore del 2 agosto 1990 iniziò l’invasione irachena del Kuwait, senza una previa dichiarazione di guerra. Inferiore per numero e colto di sorpresa, l’esercito kuwaitiano capitolò in poco tempo, permettendo al nemico di arrivare senza grossi problemi al Dasman Palace, la residenza reale. LEmiro Jabir III riuscì per poco a mettersi in salvo, mentre altri membri della famiglia reale persero la vita nella difesa del Palazzo.
In soli due giorni la difesa kuwaitiana era stata completamente debellata ed iniziarono i sette mesi di occupazione irachena, durante i quali furono perpetrate gravi violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione locale.

Già all’indomani dell’invasione arrivò la dura reazione da parte della comunità internazionale ai danni di Saddam. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò la Risoluzione 660, ingiungendo l’immediato ritiro delle truppe irachene dal territorio kuwaitiano. Dopo pochi giorni si passò alle sanzioni economiche.
Più il tempo passava e sempre più evidente risultava però la determinazione irachena a non tornare sui propri passi. Anzi, emerse la possibilità che Saddam potesse addirittura continuare la propria politica espansionistica ed attaccare anche l’Arabia Saudita. Molti erano infatti gli attriti tra i due paesi. L ’Iraq era in debito nei suoi confronti per l’aiuto ricevuto durante la guerra contro l’Iran. Inoltre, erano ancora aperte  diverse dispute territoriali a causa della presenza di preziosi pozzi petroliferi proprio al confine tra i due paesi.
La situazione era drammatica e le prospettive future preoccupanti. Di certo la comunità internazionale non poteva permettere a Saddam di estendere il conflitto in Arabia.
L’amministrazione americana, all’epoca guidata da Bush senior, si convinse presto che fosse necessario un intervento militare per porre fine alla minaccia irachena e all’occupazione del Kuwait.
Bush paragonò il dittatore iracheno a Hitler. Era opinione americana, infatti, che se la comunità internazionale avesse riconosciuto l’annessione irachena del Kuwait, Saddam non si sarebbe poi fermato ed avrebbe proseguito con la sua politica espansionistica. In breve, Bush non voleva essere il Chamberlain che, nella Conferenza di Monaco del 1938, aveva di fatto permesso ad Hitler di annettere la zona dei Sudeti nella speranza che poi questo avesse posto fine alle sue mire espansionistiche. Ciò, infatti, non aveva prodotto gli effetti sperati ed Hitler aveva successivamente attaccato la Polonia, dando inizio alla seconda guerra mondiale. Come lui, anche Saddam non si sarebbe accontentato solamente del Kuwait e sarebbe prima o poi tornato nuovamente all’offensiva. Meglio dunque eliminare direttamente il problema.
Dello stesso parere era anche il re saudita Fahd, il quale chiese all’Assemblea degli Ulema, la più alta autorità religiosa sunnita, di approvare una fatwa che autorizzasse l’ingresso delle truppe americane nel paese per scopi difensivi.

Il 29 novembre 1990 il Consiglio di Sicurezza emanò una nuova risoluzione, la 678, che fissava la mezzanotte del 15 gennaio 1991 come data ultima per il ritiro delle truppe irachene dal territorio kuwaitiano. In sostanza, un ultimatum. Scaduto quel termine, si sarebbe potuto procedere con la forza.
Gli Usa iniziarono, nel frattempo, a creare una coalizione disposta ad intervenire militarmente e vi aderirono in tutto 34 paesi, tra cui l’Italia.
Nella notte tra il 16 e il 17 gennaio, poco dopo la scadenza dell’ultimatum, la coalizione guidata dagli Usa lanciò la più importante operazione aerea della guerra: l’operazione Desert Storm, con bombardamenti massicci contro obiettivi militari ed infrastrutture di Baghdad, anche se alcuni obiettivi civili vennero per errore colpiti dalle bombe della coalizione.
La risposta di Saddam fu un fine gioco di abilità geopolitica: all’indomani dell’inizio dell’operazione Desert Storm, l’Iraq lanciò otto missili Scud contro Israele. L’idea era quella di suscitare la reazione di questo paese ed indurlo ad entrare nella coalizione internazionale. In questa erano infatti presenti molti paesi arabi ostili ad Israele che, in caso di ingresso di quest’ultimo, ne sarebbero usciti e ciò avrebbe spaccato ed indebolito la coalizione stessa. Solo l’intervento della diplomazia americana convinse Israele a non reagire e a non entrare nella coalizione.

Subito dopo l’inizio della campagna aerea, cominciò anche quella terrestre. L’operazione più importante in questo verso fu Desert Sabre, guidata dalle truppe francesi.
In poco tempo le truppe irachene capitolarono. Il 26 febbraio queste cominciarono a ritirarsi dal Kuwait, dopo aver appiccato il fuoco alla maggior parte dei pozzi petroliferi del paese.
Fu proprio durante la ritirata che venne lanciato dall’aviazione americana l’attacco più controverso e discusso della guerra: il grosso delle truppe irachene si ammassò, durante la ritirata, nell’autostrada che collega Kuwait City all’Iraq. L’aviazione americana lo bombardò così intensamente che la strada in questione venne rinominata l’Autostrada della morte. Secondo molti analisti ciò fu un pesante crimine di guerra, dove persero la vita più di mille soldati inermi ed in fuga verso casa.
Il 28 febbraio 1991 il presidente Bush dichiarò la liberazione del Kuwait e la cessazione delle ostilità. La prima guerra del Golfo era giunta al termine.

Nel periodo che seguì la fine delle ostilità, Bush evitò di destituire Saddam, per timore che un vuoto di potere potesse portare ad una guerra civile o ad un  miglioramento dei rapporti tra Iraq e Iran, esito ancor più sfavorevole per gli interessi americani nella regione.
Non vennero però eliminate le sanzioni economiche contro il paese iracheno per evitare un riarmo dello stesso. Inoltre, la parte sconfitta fu costretta a rinunciare al programma di costruzione di armi di distruzione di massa, e diversi osservatori Onu furono lì inviati per assicurarsi che il disarmo venisse portato avanti come concordato dalla comunità internazionale.
La questione delle presunte armi irachene di distruzione di massa tornò in auge dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, quando l’amministrazione americana del figlio Bush ritenne opportuno lanciare una seconda guerra contro Saddam, nel 2003. Le cause questa volta furono la supposizione, poi non confermata, che il “paese canaglia” avesse dato inizio ad un intenso programma di riarmo che avrebbe dovuto prevedere anche la costruzione di armi chimiche e batteriologiche, oltre ovviamente  all’appoggio iracheno al terrorismo internazionale. Due Bush, due interventi militari in Iraq, con la differenza che il secondo si concluse con la destituzione, arresto e condanna a morte del dittatore.
È dunque necessario comprendere le dinamiche della prima guerra del Golfo, i suoi antefatti, le cause e le sue conseguenze per poter capire in parte non solo il secondo intervento militare in Iraq, ma anche la sua attuale situazione nello scenario mediorientale ed internazionale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *