Israele/Palestina: l’ultimo atto di coraggio dell’amministrazione Obama

«But here is a fundamental reality: if the choice is one state, Israel can either be Jewish or democratic – it cannot be both – and it won’t ever really be at peace. Moreover, the Palestinians will never fully realize their vast potential in a homeland of their own with a one-state solution»
– John Kerry, Segretario di Stato statunitense

Il 2016 è stato un anno burrascoso, e sicuramente nessuno avrebbe mai pensato che l’amministrazione Obama avrebbe terminato il proprio mandato con un discorso quale è stato quello del 28 dicembre. Il Segretario di Stato John Kerry ha infatti spiegato perché gli Stati Uniti si siano astenuti dal voto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU circa l’approvazione di una risoluzione di condanna degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Colpo basso per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, la cui amicizia col presidente Barack Obama sembrava ormai assodata nel corso degli ultimi 8 anni grazie alle decine di miliardi di dollari dati in aiuti militari e al fermo sostegno in ambito internazionale e diplomatico (che portò, ad esempio, gli Stati Uniti a porre il veto alla stessa risoluzione proposta dalle Nazioni Unite nel 2011).
Prima però facciamo un passo indietro.

La storica terra di Palestina è oggi composta dallo stato ebraico di Israele e dai Territori Occupati, Cisgiordania (West-Bank) e Striscia di Gaza (Gaza-Strip), amministrati da autorità palestinesi sotto però il controllo israeliano. In particolare la Cisgiordania è divisa in un’Area A sotto controllo palestinese (18% del territorio), un’Area B sotto controllo misto (21%) e un’Area C –comprendente la maggior parte dei terreni agricoli e delle risorse naturali disponibili– sotto il controllo dell’esercito israeliano (61%); dal 2005 invece la Striscia di Gaza non è più occupata militarmente, ma siccome Israele detiene tutt’ora il controllo dello spazio aereo e delle frontiere terrestri e marine –e quindi gestisce le importazioni e le esportazioni di viveri e materiali– mantiene ancora lo status internazionale di Territorio Occupato.
In Israele vivono una maggioranza ebraica e una minoranza araba palestinese (cattolica, ortodossa, maronita, musulmana e drusa) di circa un milione e mezzo di abitanti (più o meno il 20% della popolazione). Questi sono i famigerati arabo-israeliani/israelo-palestinesi/arabi del ’48, ovvero quella piccola parte di arabi-palestinesi che è rimasta nelle proprie terre anche dopo la Naqba e che oggi possiede cittadinanza israeliana sebbene sia di nazionalità palestinese.
Nei Territori Occupati invece teoricamente dovrebbero vivere soli palestinesi, ma esistono delle vere e proprie colonie ebraico-israeliane (illegali anche secondo la stessa Costituzione israeliana) che rispondono allo stato di Israele sebbene siano in territorio non-israeliano.
Questi insediamenti, assieme ai numerosi checkpoint che non sono solo posizionati sulle frontiere ma sono anche sparsi in tutta la West-Bank, impediscono il raggiungimento di un’unità territoriale palestinese, separando le varie comunità e ostacolando l’accesso a città e villaggi.
Impedendo il libero movimento all’interno dei territori palestinesi, Israele non esercita solo il proprio controllo a livello amministrativo e militare, ma supervisiona anche il commercio interno ed esterno alla West-Bank (quasi inesistente a causa di sovrattasse e permessi) e la vita dei civili che vi abitano, la cui semplice routine lavorativa, scolastica o sanitaria risulta compromessa a causa di postazioni di controllo, perquisizioni e accertamenti da parte dell’esercito israeliano (Israeli Defence Force) posto a difesa delle colonie o nei check-point.

Fatta questa panoramica sorge quasi spontaneo chiedersi perché esistano questi insediamenti e quale sia il loro scopo. Ebbene, non si tratta di questioni legate alla sicurezza nazionale, ma di una semplice strategia militare: mandando dei cittadini israeliani in territori non-israeliani e promuovendo la costruzione di ulteriori possedimenti, un giorno queste regioni potranno essere rivendicate e quindi annesse, un po’ come hanno fatto i francesi in Algeria (i pieds-noir) e gli italiani in Eritrea.

Proprio per questo la risoluzione ONU del 23 dicembre e il successivo discorso del Segretario di Stato John Kerry sulla disuguaglianza in Palestina ricoprono un’enorme importanza storica: sicuramente le colonie non sono l’unico nodo da sciogliere per la pace tra israeliani e palestinesi, ma una loro condanna internazionale costituisce un precedente di forza legale tale da poter innescare iniziative istituzionali e diplomatiche in grado di porre fine ad un’occupazione che dura da quasi 50 anni e ad un conflitto che si protrae da ben prima del 1948.

Questo primo e ultimo atto di coraggio dell’amministrazione Obama deve risvegliare il dibattito attuale sulla questione israelo-palestinese dalla rassegnazione passiva che ormai lo caratterizza e polarizzare nuovi interlocutori attorno a soluzioni costruttive e pratiche che pongano al centro il diritto internazionale e l’uguaglianza nazionale dei due popoli, senza vittimismo o violenza e senza ancorarsi al passato, ma guardando –insieme– ad un futuro in cui pace e sviluppo possano finalmente interessare anche il Medio Oriente.

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