Macron e Orbán: tanto diversi eppure tanto simili

Emmanuel Macron e Viktor Orbán, tanto diversi eppure tanto simili. Il primo, nel giorno della sua elezione a presidente della Repubblica francese, festeggia al Louvre accompagnato dalle note dell’Inno alla gioia dopo aver fermato la prepotente ascesa di Marine Le Pen. Il secondo, 1500 chilometri più a est, sta al contrario puntellando le basi di quella che lui stesso definì, di fronte ai suoi sostenitori, una “democrazia illiberale”: “Il nuovo stato che stiamo costruendo in Ungheria è uno stato illiberale. Non rigetta i principi fondamentali del liberalismo come la libertà…ma non fa di questa ideologia l’elemento centrale dell’organizzazione statale, includendo invece un approccio differente, speciale, nazionale

Il francese, alfiere della globalizzazione e auto-dichiaratosi fervente europeista, viene indicato da molti commentatori e politici nostrani, alla luce del costante aumento della polarizzazione politica e del crollo dello status quo liberale e solcialdemocratico, come l’ultima speranza di salvezza per il vecchio continente. “Un fronte popolare da Macron a Tsipras” sembra essere la risposta vincente in vista delle elezioni europee alle forze disgreganti che imperversano. L’ungherese, al contrario fautore di una società chiusa che erge muri per fermare il flusso di migranti, è la scheggia impazzita all’interno del continente europeo che, insieme agli altri paesi dell’Europa orientale, mette profondamente in discussione lo status quo.

Tanto diversi, dunque. Tuttavia, in seguito alle veementi e rabbiose manifestazioni che hanno coinvolto tanto Parigi quanto Budapest nelle ultime settimane, un filo conduttore sembra emergere ed avvicinare due paesi e due esponenti politici a prima vista lontanissimi: la protesta sociale, organizzata e fortemente partecipata, che si infiamma dopo riforme economiche spiccatamente orientate a destra all’interno di un quadro caratterizzato da condizioni di vita non soddisfacenti. Ecco, ciò che accomuna Emmanuel Macron e Viktor Orban, apparentemente l’uno l’opposto dell’altro, è una serie di misure economiche che tendono a gravare sempre più sui ceti svantaggiati, fino ad arrivare alle ultime due proposte: la carbon tax proposta dal presidente francese e la cosiddetta “legge schiavitù” sul lavoro dell’ungherese.

La politica economica ungherese, la cosiddetta Orbanomics, ha prodotto dal 2010 certamente uno sviluppo dell’economia, ma come sottolineato in un articolo pubblicato sul Sole24Ore i vicini cugini di Visegrad come Polonia e Repubblica Ceca sono riusciti a fare meglio. Tuttavia, a destare preoccupazione sono i problemi sociali e dunque lo sviluppo fortemente diseguale che caratterizza l’Ungheria, con una forbice sempre più ampia tra le classi medio alte e i ceti meno abbienti. Dal 2010, infatti, in Ungheria è stata introdotta un’aliquota fiscale unica, la flat tax, il 15% sulle persone fisiche (anche sui salari minimi) e il 9% sui profitti delle imprese che secondo la Commissione Europea è “uno dei più gravi motivi dell’aumento delle disuguaglianze all’interno dell’UE”.

Ciò che ha scatenato la protesta veemente nel corso delle ultime settimane è stata la proposta di riforma del lavoro dai più ribattezzata “legge schiavitù”.  Essenzialmente la riforma è uno schiaffo nei confronti dei diritti sul lavoro degli ungheresi: la legge infatti porta da 250 a 400 il numero di straordinari disponibile per ciascun dipendente e consente di ritardare fino a un massimo di 3 anni il pagamento delle ore extra da parte dei datori di lavoro. Per quanto gli straordinari non siano obbligatori, è evidente come un eventuale rifiuto di un dipendente a svolgere delle ore aggiuntive, in un contesto con sindacati deboli e frammentati e in cui il diritto allo sciopero è fortemente restrittivo come quello ungherese, potrebbe portare alla perdita del posto di lavoro

Per tutti questi motivi, la riforma in questione rientra nel solco tracciato già ampiamente in tutti i paesi occidentali della flessibilità lavorativa e conseguente svalutazione del lavoro, per aumentare la competitività di una nazione nell’attrarre grandi multinazionali sui suoi territori. La particolare situazione ungherese rende questa riforma molto pericolosa per i lavoratori più vulnerabili, che hanno reagito protestando fortemente contro la manovra governativa.

Allo stesso modo, in Francia, possiamo osservare una tendenza simile. L’ultimo capitolo di questo costante trend che ha visto il consenso del presidente francese assottigliarsi sempre più, è la volontà manifestata da Macron di introdurre una tassa sul prezzo dei carburanti. La riforma ha incontrato una durissima risposta da parte della popolazione francese, i gilets gialli, che si è riversata con forza a Parigi per denunciare il profondo malessere sociale che affligge la Francia ed in particolare le sue zone rurali, le più colpite negativamente dagli effetti della globalizzazione.

Le rivendicazioni dei gilets gialli, rese pubbliche, ci testimoniano quali siano le ragioni profonde del malessere. Ne elenchiamo alcune: eliminazione del fenomeno dei senza tetto con una lotta senza quartiere alla povertà; più progressività nelle imposte sul reddito; salario minimo a 1300 euro; promuovere le piccole imprese nei villaggi e nei centri urbani e fermare la costruzione di grandi aree commerciali intorno alle principali città che uccidono le piccole imprese; proteggere l’industria francese proibendo le delocalizzazioni; affrontare le cause delle migrazioni ma allo stesso tempo favorire una vera integrazione.

La riforma, motivata da ragioni ambientali, ha avuto come unica conseguenza l’esasperazione di un conflitto latente sempre più diffuso nella società francese che il presidente Macron ha rinunciato ad ascoltare e anzi ha represso con l’utilizzo della violenza. Gli effetti sono quelli che abbiamo visto tutti nei telegiornali e nei reportage realizzati dalla Francia, 9 morti, tantissimi feriti e un paese in subbuglio.

Inoltre, politiche ambientali di questo genere sembrano avere l’unico effetto di allontanare la popolazione proprio da quei temi “eco-friendly” che vorrebbero sostenere. Infatti, risulta evidente come tasse di questo tipo colpiscano in maniera più forte coloro che abitano lontano dai centri abitati delle grandi città in zone spesso poco fornite dai mezzi pubblici, costretti quotidianamente a spostamenti lunghi, mentre siano quasi prive di effetti per coloro che abitano nei centri storici che possono permettersi il lusso di muoversi a piedi o in bicicletta.

Questo paragone tra le politiche di Macron e di Orbán, in parte volutamente provocatorio, vuole mettere in evidenza le analogie in termini di politica economica dei due leader politici e dimostrare come le differenze tra destra e sinistra siano ancora ben presenti e decisive nelle forme del conflitto politico odierno e ancor di più quando parliamo di questioni economiche.

Destra e sinistra non sono categorie antiquate e, come sostiene il professor Carlo Galli in un’ interessante lectio magistralis, questo è un cleavage moderno, che ha che fare con l’esistenza di un regime di produzione capitalistico. Ed in particolare “la destra è la forza del disordine, che intende assecondare l’immane potenza dell’economia capitalistica, che è perennemente sovvertitrice. Se c’è capitalismo c’è movimento, nulla resta saldo. (…) Mentre la sinistra è la forza dell’ordine. (…) L’obiettivo è quello che Gramsci chiamava una società regolata. Non è l’infinito disordine del capitale, ma la casa dell’uomo, un’idea umanistica.”

E’ evidente come Emmanuel Macron e Viktor Orban, tanto diversi sotto alcuni punti di vista, presentino allo stesso tempo profonde e radicate convergenze legate alla comune difesa degli interessi economici delle fasce sociali più forti. Proprio le due recenti riforme da loro proposte, la carbon tax francese e la legge sul lavoro ungherese, ce ne forniscono un esempio lampante.

 

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