Madou: un cittadino del mondo

 

. “Amigo io negro tu biango, tu prendi meno di me, pago io caffè!”

Si chiama Madou, è un migrante e viene dal Gambia, uno stato che costeggia l’omonimo fiume e che è interamente abbracciato dal Senegal, del quale costituisce una sorta di enclave. Il ragazzo in questione l’ho conosciuto perché abita poco lontano da me, a Bologna, e ogni tanto lo vedevo passare con la sua bici, di  mattina presto, mentre aspettavo il bus che mi avrebbe portato in stazione. Ci siamo fermati a chiacchierare qualche volta e ora ci vediamo spesso. Ama mangiare e ama anche la pastasciutta, anche se dopo due anni non ha ancora ben imparato a prender su con la forchetta gli spaghetti. Imparerà!

E’ arrivato in Italia circa 2 anni fa, partendo dal Senegal, passando per  Mali, Burkina Faso,  Niger e Libia. Più di 6ooo kilometri. Questo viaggio gli è costato una somma importante, alla quale i suoi familiari hanno dovuto aggiungere altri soldi una volta raggiunta la Libia. Là, infatti, è stato imprigionato tre mesi prima di riuscire a farsi inviare, grazie all’intermediazione di un suo parente in Cirenaica, i soldi per pagare i suoi carcerieri ed uscire di prigione. Una volta uscito da queste prigioni, in mano a bande organizzate che approfittano di uno stato che non esiste, è salpato dalle coste libiche ed è sopraggiunto a Lampedusa, poi è stato trasferito in Sicilia e da là è arrivato fino in Emilia Romagna, esattamente a Bologna. Lavora a San Lazzaro, si occupa di giardinaggio, in primavera e in estate innaffia e pota, d’autunno raccoglie le foglie e d’inverno, se c’è, raccoglie la neve.  Guadagna una discreta somma al mese, più di quanto prenda io che faccio il servizio civile, anche se non ci vuole niente a prendere più di uno che fa il servizio civile, però ecco, da quando l’ha scoperto mi ci prende anche in giro. “Amigo io negro tu biango, tu prendi meno di me, pago io caffè!”(ps: se non fosse che non mette gli articoli sembrerebbe marchigiano quando parla!).  Con questa scusa il caffè lo paga sempre lui. Un’ intervista frontale, con i due punti e le virgolette rischierebbe di diventare noiosa, così ho preferito trascrivere in prosa tutto quello che mi ricordo dei suoi racconti, sono già alla seconda telefonata in venti minuti perché non mi ricordavo di alcuni particolari e perché gli ho promesso che una cosa non la scrivo. Una cosa banale, neanche troppo curiosa, che non mi costa nulla omettere.

Abbiamo parlato della sua storia in maniera intensa tre volte: una ai giardini Margherita, un’altra a casa mia e l’ultima volta a casa sua. Ciò che per prima cosa mi è venuto da chiedergli una volta aver saputo il giro fatto per arrivare in Italia è la curiosa domanda che più mi son posto ogni volta che sento parlare di migranti: cosa spinge un giovane ad abbandonare la propria terra, pagare una cifra abbastanza ingente, con la quale magari fare altri tipi di investimento, per fare un viaggio del quale non c’è certezza né sui tempi né, soprattutto, sulla sicurezza? Gli ho posto spesso questa domanda e ogni volta mi ha risposto per prima cosa raccontandomi che suo papà non voleva che partisse: troppo pericoloso. La sua famiglia non se la passa male e per suo padre rischiare la vita quando se ne può vivere una abbastanza tranquilla dove si è nati non aveva tanto senso. Hanno la terra e addirittura un trattore, frutto di una concessione del  vecchio regime al suo papà, che, spesso lo ripete, è stato anche sindaco di una municipalità del Gambia per 7 anni. Questo sempre durante il regime di Jammeh, che è bene ricordarlo non passerà alla storia per la sua magnanimità. Per farmi capire che suo papà era uno che contava mi spiega che quando si spostava in auto lo faceva sempre scortato dai militari, ma di questa importanza non è che a Madou interessasse molto.  Lui sognava altro. Madou sognava l’Europa ricca, divertente, spensierata, e allo stesso tempo si rendeva conto che suo padre si stava lentamente avviandosi al ricongiungimento con la terra e qualcuno avrebbe dovuto occuparsi di mantenere la famiglia. Andare in Europa significava che avrebbe potuto pensarci lui, mandando qualche soldo a casa, necessario per mandare avanti l’azienda agricola di famiglia, aiutare sua mamma e suo fratello minore. Senza dover pascolare le mucche, le pecore e gli agnelli, come faceva suo papà. Come un cattivo scherzo del destino suo padre morì quando Madou era già in Senegal, per comprare i biglietti che dal Senegal lo avrebbero portato fino al Niger, esattamente nella città Tuareg di Agadez. Quando mi racconta questo fatto Madou mi guarda negli occhi, mentre i suoi si gonfiano di lacrime, e mi dice questa frase, che anche se non mi piace utilizzarle, merita le virgolette: “amigo, quando mio papà è morto io non sono andato al funerale, perché ero in Senegal. Ci sono andati tutti i miei parenti, proprio tutti, ma io non potevo andare, ero lontano”. Dopo avermi guardato negli occhi, si gira e guarda in basso per pochi istanti, prima di fissare lo sguardo davanti a sé, come se stesse facendosi forza, guardando al futuro. Si vede che questo fatto lo addolora, si percepisce che vorrebbe tanto dire a suo padre che è andato tutto bene, che si sbagliava a preoccuparsi, perché Madou ce la sta facendo. Ha un lavoro, una casa il cui affitto se lo paga da solo e che condivide con altri due suoi conterranei, conduce un’esistenza serena, è felice Madou, a differenza di quando stava in Gambia. Da quel che racconta non vedeva speranze per lui in Gambia prima di andarsene : la malattia di suo padre, la difficile situazione politica e la consapevolezza che forse  sarebbe stato meglio provare a partire, approfittando di una disponibilità economica che probabilmente in futuro sarebbe venuta a mancare. Questa è la domanda le cui risposte sono state le più dense di emozioni. Neanche quando mi racconta delle prigioni in Libia sembra emozionarsi, anzi, lui dice di essere stato fortunato: quando lui è stato nelle prigioni in Libia i suoi carcerieri non erano altro che dei sequestratori a tutti gli effetti, in attesa di soldi per liberarlo. Deve molto ad uno zio che, sempre grazie a numerosi passaparola, è riuscito ad avvertire i suoi familiari che servivano altri 3000 franchi CFA, se non sbaglio ho capito così, per farlo uscire di galera. Mi dice che  oggi è diverso, oggi i carcerieri con i quali anche la sinistra italiana stringe accordi, o meglio quel che rimane di quella sinistra, torturano, seviziano, picchiano, spesso, se non arrivano i soldi, non hanno problemi ad uccidere. Adesso, mi dice Madou, non aspetterebbero neanche tre mesi per avere i soldi necessari per la liberazione. Tanto per quegli aguzzini i neri non sono neanche esseri umani. Mi spiega che quelle persone sono profondamente razziste e mi lascia intendere che i “bianchi” europei e americani non hanno l’esclusiva sul razzismo. E’ stato un viaggio molto lungo il suo: ha preso il bus in Senegal, ci ha attraversato Mali e Burkina Faso, fino ad arrivare ad Agadez, in Niger. Là, nella città tuareg, è salito su dei Pick Up con i quali ha attraversato il deserto, arrivando alle coste libiche. Arrivato in Tripolitania, degli agenti in borghese gli chiedono se vuole lavorare per pagarsi l’ultima tratta del viaggio, quella in gommone, lui ci casca e risponde di sì, ma al posto di portarlo al lavoro lo portano in prigione, in attesa che qualcuno paghi per lui. Una volta pagata quella somma, gli dicono, oltre ad uscire di prigione sarebbe riuscito ad imbarcarsi per l’Italia. Quando i suoi familiari riescono a pagare, Madou, effettivamente, riesce ad uscire di prigione e ad imbarcarsi. Il viaggio in mare, stando a quel che dice lui, non è stato molto pauroso, per lui è stata quasi peggio l’attesa che il viaggio in sé. Di storie terribili ne aveva ascoltate parecchie, ma il viaggio per lui non è stato all’altezza di quei racconti terribili. Mi racconta che sono partiti alle 22.00 di sera, che la notte è anche riuscito pure a dormire un pochino, e che sono arrivati a Lampedusa alle 24.00 del giorno dopo. Circa 26 ore di viaggio, in un gommone con un centinaio di persone a bordo. Mi racconta che gli scafisti inizialmente si sono comportati in maniera molto dura, ma poi tutto è proseguito con calma. A Lampedusa, mi dice contento e soprattutto grato, gli hanno permesso di lavarsi e di potersi ricaricare il telefono, così come lo hanno permesso agli altri migranti, non perché sono buonisti, ma perché ogni madre ha il sacrosanto diritto di sapere che suo figlio sta bene e chi non riconosce questo diritto dovrebbe chiedersi che rapporto ha avuto con la sua, prima di pontificare stronzate.

Quella che ho raccontato è la storia di Madou, di un ragazzo che si è preso delle responsabilità, si è messo in gioco ed oggi se la passeggia per Bologna, non prima di aver fatto il suo dovere. E’ un ragazzo religioso, musulmano, ma quando l’ho invitato a cena non mi ha mai chiesto di evitare di bere la mia birra davanti a lui, né ha mai chiesto a qualche mia amica di mettersi il velo, o di vestirsi in altro modo. La sua casa è più ordinata della mia, si rifà il letto fa come i militari, fa il cubo e ce lo prendo spesso in giro, mentre lui ne va fiero e mi guarda con disprezzo quando entra a casa mia e vede che il mio non è rifatto. E’ un ragazzo Madou. Come me, come i miei fratelli, come i miei amici e come tanti di quei fanatici che oggi vorrebbero alzare muri, sparare sui barconi e compiere tutte quelle azioni di chi ha giocato tanto coi videogame ed è stato poco in mezzo alla gente. Ciò che mi ha impressionato ascoltando i suoi racconti è che non ha mai esagerato, mai ha mirato a far pena, ad esser compatito: lo sapeva che era dura, lo è stato, ma poteva pure andargli peggio, invece lui sta bene, lavora, gode di un permesso di soggiorno e riesce pure ad aiutare un po’ a casa.

Si chiama Madou, è un migrante e viene da una piccola cittadina del Gambia. Vive in Europa, precisamente in Italia, per arrivarci ha attraversato il Senegal, il Mali, il Burkina Faso, il Niger e il deserto della Libia, è un cittadino del mondo. Ci aiuterà a riempire il vuoto dentro il quale sguazzano i fascisti, i rancorosi, i violenti, è dalla nostra parte perché ama sorridere e vivere attivamente, per farlo ha attraversato in un barcone il mar Mediterraneo. E’ energia positiva, è la speranza che si fa concretezza.

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