Maggie and Giulio

Non certo grandi amici, Margaret Thatcher e Giulio Andreotti. A dirlo fu la stessa Premier britannica, nelle sue memorie, dove dipingeva il Presidente del Consiglio italiano come un uomo, “membro apparentemente indispensabile di tutti i governi italiani”, che “sembrava nutrire una solida avversione nei confronti dei principii” e che “riteneva che qualsiasi uomo integro fosse votato al ridicolo”. La proverbiale ambiguità andreottiana non era dunque ben vista da chi aveva basato la propria esistenza politica proprio su “questioni di principio”. Margaret Thatcher non era donna incline ai compromessi. Perseguiva con stolida pervicacia i suoi obiettivi anche a costo di fragorose rotture o sanguinosi scontri. Come poteva, una donna così, comprendere un uomo come Giulio Andreotti che, per tacer del torbido, riusciva a rimanere sotto la protettiva ombra degli americani e ad essere allo stesso tempo amico dei loro nemici e che in Italia tirava da anni le fila della politica consociativa sopravvivendo con i governi della “non sfiducia”? Due stili, due visioni della politica che erano assolutamente inconciliabili.

“[Andreotti] vedeva la politica come un generale del diciottesimo secolo vedeva la Guerra: un vasto ed elaborato scenario di parate e manovre condotte da eserciti che non avrebbero mai ingaggiato alcuna battaglia, ma avrebbero invece dichiarato vittoria, resa o compromesso così come la loro forza apparente avrebbe dettato, per poi collaborare nel vero e proprio affare di dividersi le spoglie. Il talento nello stringere accordi, piuttosto che una convinta consapevolezza delle realtà politiche, potrà anche essere una qualità richiesta dal Sistema politico dell’Italia, e certamente è di rigore nella Comunità, ma non posso non trovare qualcosa di disgustoso in coloro che lo praticano.” – The Downing Street Years, M. Thatcher

Le strade della Thatcher e del Divo Giulio si erano incrociate parecchie volte. Margaret divenne Primo Ministro nel 1979. Andreotti aveva appena portato l’Italia nel Sistema Monetario Europeo. Nonostante questo, la Thatcher sembrava ancora credere che il suo pragmatismo avrebbe potuto essere un utile alleato nel contrastare gli slanci europeisti di Valery Giscard d’Estaing e Helmut Schmidt.

Tuttavia, già in uno dei primi faccia a faccia, in un G7 del 1979, apparve chiara la differenza di vedute tra i due. Una differenza di vedute che, a onor del vero, non riguardava esclusivamente Margaret Thatcher e Giulio Andreotti, ma che sarebbe risultata decisiva nel corso dei negoziati che condussero prima alla firma dell’Atto Unico Europeo e poi al Trattato di Maastricht. Se la Thatcher, supportata dalla Germania, iniziava a mettere sul tavolo quella che era la sua visione economica e si scagliava dunque contro le politiche di stampo keynesiano che, secondo lei, avevano l’ovvio risultato di causare squilibri enormi nelle finanze pubbliche ed aumentare dunque i processi inflattivi, Andreotti appoggiava la posizione dei francesi che ribadiva invece l’innecessaria natura deflattiva delle politiche di libero mercato.

Non erano molti i punti di incontro tra i due, nemmeno sul piano europeo, sebbene in alcuni frangenti seppero comunque collaborare: la Gran Bretagna per bilanciare il motore franco-tedesco e l’Italia per prendere salubri “pause” dalla subordinazione ad esso.

L’Italia, però, era da sempre europeista. Un europeismo che, peraltro, debitore delle battaglie politiche di Altiero Spinelli, era fortemente orientato in senso federalista. Questo non poteva che costituire un ulteriore terreno d’attrito fra la Thatcher e l’Italia, negli anni Ottanta impersonata dalle ingombranti figure di Bettino Craxi e Giulio Andreotti.

Negli anni di governo della Thatcher, l’Italia resse il turno di Presidenza della Comunità Europea due volte, e per due volte lo scontro con la Gran Bretagna fu senza appello.

Al Castello Sforzesco di Milano nel 1985, Bettino Craxi forzava un inconsueto voto a maggioranza in seno al Consiglio per superare le resistenze del Primo Ministro inglese e procedere alla convocazione di una Conferenza Intergovernativa che procedesse alla riforma dei Trattati – Conferenza Intergovernativa da cui, poi, sarebbe uscito l’Atto Unico Europeo. La strategia di Craxi e Andreotti, benché corretta da un punto di vista formale, andava contro la prassi istituzionale del Consiglio Europeo e sollevò parecchio scalpore. La Thatcher non era ovviamente contenta. Sapeva però di potersi rifare nel corso dei negoziati, dove quella che appariva a tutti gli effetti come un’alleanza “tattica” tra Italia, Germania e Francia sarebbe probabilmente venuta a mancare.

In effetti, perché venissero apportate sostanziali modifiche ai Trattati, si dovette aspettare Maastricht. Anche in questo caso la capacità italiana di coagulare consenso intorno al principio dell’approfondimento del processo di integrazione si rivelò fondamentale. Ancora una volta, però, la Presidenza italiana, incarnata questa volta proprio da Giulio Andreotti, dovette passare sopra il cadavere di Margaret Thatcher.

La sconfitta subita al Consiglio Europeo di Roma dell’ottobre 1990, quando Andreotti riuscì ad isolarla completamente e a far passare l’avvio della Conferenza Intergovernativa sull’Unione Economica e Monetaria nonostante la sua ferma opposizione, costò al Premier britannico la leadership politica in Patria. Il successivo Consiglio Europeo di Roma, a dicembre, si sarebbe svolto con John Major seduto al suo posto. La Thatcher ritenne per il resto della sua vita di essere stata deliberatamente ingannata, e fu proprio ad Andreotti che la Thatcher imputò parte della responsabilità per la sua fine politica.

Non c’è da stupirsi, dunque, dell’asprezza thatcheriana nei confronti del bizantino uomo politico nostrano. Nemmeno Andreotti se ne fece un cruccio enorme. Riteneva anzi ci fosse da aspettarselo, da chi amava essere definita la “Lady di ferro”. E con la sua consueta ironia, paragonandosi a lei, concludeva: “io non ho vocazioni metalliche”.

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