Il metodo “Iene” e i suoi effetti

Chi mi conosce, sa che il Foglio è un giornale molto lontano dalle mie idee, dal mio concetto di buona informazione e buona comunicazione politica. Nonostante ciò, pochi giorni fa, ho letto su questa piattaforma un articolo che ha suscitato non poco la mia curiosità: parlava del metodo Iene, e di come esso vada a minare alla fiducia nelle istituzioni, scientifiche e politiche.

Tutti noi conosciamo le Iene, il programma televisivo in onda su Mediaset dal lontano 1997: esso, tramite reportage e inchieste, si presenta come un approfondimento, talvolta in chiave satirica ed irriverente, delle realtà nazionali ed internazionali. Le Iene Show viaggia su un doppio binario, quello dell’intrattenimento e quello del giornalismo d’inchiesta, cercando di coniugare insieme questi due diversi e spesso inconciliabili tipi di palinsesto. L’obiettivo? Avere uno share il più ampio possibile, che comprenda sia lo spettatore più interessato alla parte più leggera del programma sia quello più attento alle realtà sociopolitiche quotidiane.

Il metodo Iene, come descritto su Il Foglio, è semplice: si cerca un argomento che susciti l’ interesse della platea, e che la muova dal punto di vista emotivo o che confermi i suoi dubbi su autorità o istituzioni; successivamente si svolge una ricerca sul campo, cercando le testimonianze di cui si hanno bisogno per confermare una tesi o un finale già scritti. Meglio ancora se si riescono ad inserire testimonianze toccanti dal punto di vista emotivo, o immagini e video che dipingano il fenomeno in prima persona: l’importante è che il fruitore del programma si immedesimi, diventi parte del servizio stesso, lo viva quasi in prima persona.

La platea del programma è catturata dalla sfrontatezza dei suoi conduttori e inviati, e tende a percepire queste figure come più vicine alla sua quotidianità degli “esperti”, studiosi e ricercatori della materia in oggetto, che non riescono, al contrario dei conduttori, a relazionarsi in maniera empatica con la popolazione, mantenendo un certo distacco, che crea mancanza di fiducia nella platea.

Questa mancanza di fiducia è una caratteristica tipica della società di oggi. Se ci pensiamo un secondo, questa tendenza la percepiamo nella vita di tutti i giorni. Faccio solo due esempi che sembrano lontanissimi, ma sono sintomo della stessa inclinazione: gli anti-vaccinisti e l’anti-politica. Entrambi, a parte condividere il prefisso anti, sono conseguenza della stessa modalità di porsi nei confronti degli esperti: rigettare il loro expertise, perché non ci si fida, perché sicuramente si nasconde qualcosa, perché queste persone sono lontane dalla realtà quotidiana dei “normali”.

Tornando al metodo Iene, esso utilizza questa falla nelle relazioni di fiducia tra esperto e comune cittadino, facendo leva su di esso: le inchieste delle Iene sono affidate a delle persone comuni, che, quindi, tramite linguaggio e procedure comprensibili da tutti, svolgono il ruolo di “esperti del popolo”, cercando di sintetizzare verità semplici digeribili dal grande pubblico. In questo modo la ricerca è ampiamente comprensibile e compresa, ma spesso manca di profondità e attenzione ai dettagli.

Ma quanto c’è di vero nelle inchieste delle Iene? Probabilmente, sarebbe controproducente per tutti creare dei servizi e delle analisi completamente falsi. Quindi, a mio parere, un fondo di verità è probabilmente presente nelle inchieste, che sono però svolte in maniera parziale e non obiettiva. È come se si conoscesse già il risultato che si vuole raggiungere con l’inchiesta: in questo modo, si cercano conferme alla teoria di fondo, evitando invece quelle testimonianze o posizioni dissonanti con quella tesi. Se mi permettete il volo pindarico, si può fare un parallelo con una tesi hegeliana che non conosce antitesi, e che quindi non può raggiungere una sintesi reale, non parziale, e rimane quindi sempre al punto di partenza.

Quindi, come abbiamo già sottolineato, le inchieste si basano, in generale, su fatti e avvenimenti reali, assodati. Nonostante ciò, la veridicità (parziale) delle inchieste non si traduce in una loro totale riproduzione della realtà: spesso, come numerosi casi hanno testimoniato, sono inseriti elementi più pittoreschi o toccanti per far presa sulla platea, e quindi l’inchiesta, guadagnando in spettacolarità mediatica, perde in genuinità. Uno degli esempi più recenti di questa tendenza è quello del servizio di Matteo Viviani sul fenomeno Blue Whale, che spinge ragazzini nell’oblio di un gioco terribile che porta al suicidio. Viviani, in un’intervista al Fatto Quotidiano, ha ammesso che alcuni video inseriti nel servizio erano falsi. In particolare, i video che ritraevano le presunte madre delle giovani vittime si sono rivelati non autentici, così come alcune clip che mostravano ragazzi e giovanissimi che compivano l’atto finale del “gioco”, il suicidio. Viviani, avendo ricevuto i video da una televisione russa, ha ammesso di non averne controllato l’autenticità, ma che questo non vada ad intaccare il senso del servizio stesso.

Dal mio punto di vista, è vergognoso che un programma con così tanto seguito e con la finalità precisa di informare lo spettatore utilizzi materiale falso, o non svolga le necessarie ricerche per verificarne la veridicità. Come può lo spettatore fidarsi di tutto il resto, se alcuni dettagli sono falsi? Questo è l’ulteriore sintomo della malattia di questo format, della sua carenza di solidità come mezzo divulgativo. Ed è proprio questo il punto: le Iene non devono presentarsi come programma d’inchiesta. O almeno, non possono farlo con le caratteristiche attuali. Ed è al grande pubblico l’arduo compito di rendersi conto di questo, comprenderlo e trarne le dovute conseguenza: finché la nostra cultura e il nostro sapere socio-politico deriverà da programmi come le Iene, la popolazione continuerà nella sua superficiale valutazione dei fenomeni della nostra attualità.

 

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