Morire di fame

La lotta contro la povertà e la fame nel mondo ha fatto passi da gigante negli ultimi decenni. La proporzione della popolazione mondiale che vive sotto la soglia di povertà – attestata a 1.90 dollari al giorno – è più che dimezzata rispetto al 1990, passando dal 26% a meno del 10%, secondo il Global Food Policy Report 2017. I tassi globali riguardanti la fame sono sensibilmente diminuiti, con meno dell’11% della popolazione mondiale che soffre di grave denutrizione – un calo di otto punti percentuali rispetto al 19% del 1990, corrispondente a circa 220 milioni di persone. In linea con questi progressi, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile nel 2015. Questo importantissimo documento determina gli impegni sullo sviluppo sostenibile che dovranno essere realizzati entro il 2030, individuando 17 obiettivi (in inglese: SDGs – Sustainable Development Goals) di carattere universale fondati sull’integrazione tra le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile (ambientale, sociale ed economica). Non a caso, sradicare la povertà in tutte le sue forme (SDG 1) e sconfiggere la fame garantendo la sicurezza alimentare (SDG 2) sono i primi due obiettivi che la comunità internazionale si è impegnata a raggiungere.

Nonostante ciò, un numero preoccupante di persone continua a soffrire cronicamente la fame (circa 800 milioni) e più di due miliardi di malnutrizione – dovuta a carenze nutritive, obesità o malattie correlate: circa una persona su nove, in breve, non ha abbastanza cibo per condurre una vita sana ed attiva. In aggiunta, la sicurezza alimentare è continuamente minacciata su scala globale per via dell’incessante sfruttamento delle risorse naturali, del cambiamento climatico e – soprattutto – dei conflitti armati. È in questo quadro allarmante che si inserisce una delle più grandi catastrofi umanitarie dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: la carestia in Sud Sudan e l’annesso rischio in Nigeria nordorientale, Somalia e Yemen, con un impatto potenziale su 30 milioni di persone. Le carestie si verificano con una certa rarità e, in tempi moderni, non si è ancora mai verificato che ci fossero carestie multiple e contemporanee. Ben inteso: quando viene dichiarata una carestia, molte delle persone che si prevede non sopravvivranno, sono già morte. Il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (PAM, o WFP usando l’acronimo inglese) l’ha dichiarata ufficialmente in alcune regioni del Sud Sudan il 20 febbraio scorso, in un comunicato congiunto con l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura delle Nazioni Unite (FAO) e il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF). Sebbene le condizioni ambientali avverse – in particolare a causa del fenomeno naturale El Niño – hanno un ruolo di primo piano, quello che accomuna i quattro Paesi è la presenza del conflitto armato. Questa situazione genera ovviamente insicurezza ad ogni livello di gioco: politico, economico, sociale e, nel nostro caso, alimentare. La maggior parte delle persone colpite dalla crisi vive in zone rurali (circa l’80%), dunque dipendono fortemente dall’agricoltura e dall’allevamento. Se costoro non possono coltivare e portare il bestiame a pascolare o ad abbeverarsi perché allontanarsi significherebbe rischiare la vita, allora non potranno neanche andare a vendere i propri prodotti al mercato più vicino. La carenza dei prodotti di base genera automaticamente un incremento esponenziale dei prezzi, rendendoli inaccessibili alla stragrande maggioranza e favorendo il mercato nero. Non solo: il terreno per via della siccità perde fertilità e gli animali, denutriti, si ammalano fino a morire. Le famiglie perdono così l’unica fonte di auto-sostentamento e nel breve-medio termine i primi a risentirne a livello fisico sono ovviamente i bambini, specialmente quelli di età inferiore ai 5 anni. L’accesso alle cure è limitato, se non inesistente in situazioni di guerra, fatto salvo le associazioni umanitarie (quando è consentito loro l’accesso). Dunque, l’unica soluzione per queste persone è emigrare, ma spesso nelle zone di confine più prossime al proprio luogo d’origine. Questo crea tensioni all’interno della stessa regione, alimentando per osmosi instabilità e insicurezza.

Sembra una storiella, ma è realtà cruda. E ci riguarda più di quanto possiamo immaginare.

Vale la pena, dunque, fare una fotografia della situazione all’interno di ciascuno dei quattro Paesi in oggetto e capire esattamente cosa li accomuna e li differenzia l’uno dall’altro, con l’aiuto di cifre e dati per maggior nitidezza e messa a fuoco.

SUD SUDAN

La crisi in Sud Sudan ha raggiunto i massimi livelli da quando il Paese ha ottenuto l’indipendenza nel 2011. Da tre anni, infatti, lo Stato più giovane del mondo è lacerato da una gravissima guerra civile che non ha fatto altro che espandersi ed esacerbarsi. Circa il 42% della popolazione (4.7 milioni) è afflitto da insicurezza alimentare: questo dato però è destinato a salire a quasi il 50% entro luglio (5.6 milioni) quando si registrerà l’apice della stagione secca. Se non si corre ai ripari nei tempi dovuti, 1 milione di queste persone si unirà alle già 100.000 colpite da carestia e riconosciute recentemente dall’ONU. Nello specifico, la carestia si concentra nel nord del Paese, nelle contee di Leer and Mayendit dello stato di Unità, al confine proprio con il Sudan. Il Sud Sudan è inoltre uno dei Paesi più pericolosi per prestare assistenza umanitaria. Alcune aree sono addirittura inaccessibili perché le parti in lotta tra loro impediscono gli accessi. Figura ricorrente di questi conflitti è l’utilizzo della carestia come arma di guerra. Inutile a dirlo che sono i più vulnerabili – i bambini specialmente– ad essere il prezzo di questo scempio. Si stima infatti che più di 1 milione di bambini sia fuggito dal Paese (il 62% dei quasi 2 milioni di profughi sud sudanesi secondo l’UNHCR). Di quelli che son bloccati tra i confini nazionali, 1 milione almeno è affetto da malnutrizione acuta, di cui un quarto gravemente malnutriti. “Chiediamo a tutte le parti” – dice Jeremy Hopkins, rappresentante UNICEF in Sud Sudan – “di consentire alle organizzazioni umanitarie di vere accesso senza restrizioni alle popolazioni colpite, per aiutare i più vulnerabili ed evitare l’ennesima catastrofe umanitaria” (Repubblica).

YEMEN

La situazione in Yemen è senza ombra di dubbio la peggiore. Già prima che divampasse il conflitto nel 2015, lo Yemen era uno degli Stati più poveri del mondo arabo, classificandosi al 168esimo posto su 188 per sviluppo umano (World Food Programme). Ma di una cosa possiamo essere certi: la popolazione yemenita sta soffrendo esclusivamente a causa della guerra. Nessun fenomeno ambientale o catastrofe naturale si è abbattuta sul Paese: la crisi a cui stiamo assistendo è la diretta conseguenza delle scelte fatte dalle fazioni in lotta di sfruttare l’economia come arma di guerra. Secondo stime ONU, il 60% della popolazione (circa 17 milioni) vive nell’emergenza alimentare. In caso di inerzia da qui ai prossimi cinque mesi, quasi 7 milioni di persone saranno ufficialmente colpite da carestia. Questa è la situazione che si sta verificando in 7 dei 22 governatorati del Paese. La denutrizione tocca livelli impressionanti: 3.5 milioni di bambini, donne incinta o in periodo di allattamento soffrono di gravissima malnutrizione, specialmente carenze nutrizionali che per mezzo milione di bambini (almeno!) avrà un impatto permanente sulle loro vite. Sostanzialmente, il recupero è quasi impossibile. Lo Yemen dipende inoltre per quasi il 90% dall’import di prodotti di prima necessità (es. riso e grano), di cui l’80% passa attraverso il porto di Hodeida, sotto controllo dei ribelli sciiti. Autorizzata dalla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 2216/2015, la coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha imposto il blocco navale, prima, e ordinato attacchi aerei, poi. L’intensificarsi dei combattimenti rende l’intervento umanitario un azzardo. Il diritto internazionale umanitario viene costantemente e spaventosamente inosservato. Di questo passo, sotto il velo fuligginoso dell’indifferenza, andranno in scena gli ultimi atti di questa tragedia. E non ce ne saremo neanche accorti.

NIGERIA NORDORIENTALE

La situazione è particolarmente drammatica negli stati di Borno, Adamawa e Yobo dove da giugno è previsto che circa 5,1 milioni di persone saranno a rischio carestia. Il conflitto civile e la presenza del gruppo terrorista Boko Haram ha prodotto circa 2 milioni di sfollati, danneggiato il commercio e la produzione di prodotti agricoli. Questa crisi umanitaria prolungata ha avuto un impatto così devastante sulla sicurezza alimentare che circa 5 milioni di persone hanno bisogno di immediata assistenza. Con l’aggravarsi della stagione secca in questa area, la carestia toccherà più di 50 mila persone entro giugno. Di questo passo, 1 bambino su 5 che soffre di malnutrizione acuta andrà incontro a morte certa se non riceve assistenza medica. La situazione delle donne merita poi attenzione perché lo sfruttamento sessuale come pratica di abuso consolidata concorre a determinare l’insicurezza dell’accesso al cibo per sé stessi e per i propri figli. La situazione in questa zona del Paese è inserita nel macro contesto regionale di crisi della regione del Lago Chad: 7 milioni di persone bisognose di assistenza e 3 milioni tra rifugiati e sfollati.

SOMALIA

Purtroppo a volte la storia tragicamente si ripete. Nel 2011 l’ONU aveva ufficialmente dichiarato lo stato di carestia nel Paese che aveva causato 260 mila morti. Come nel 2011, l’epicentro della crisi umanitaria è la parte centro meridionale dove la violenza perpetrata dall’organizzazione terrorista Al-Shabaab e da diversi conflitti tra clan ha subito un’escalation allarmante. In aggiunta, l’attuale crisi è aggravata dal lunghissimo periodo di siccità in cui per due trimestri (non consecutivi) non si sono verificate precipitazioni. Incalcolabili i danni: raccolti distrutti, malattia e morte del bestiame, inflazione mostruosa dei prodotti di prima necessità, in particolare legumi e grano. Metà della popolazione (circa 6 milioni) è affetta da insicurezza alimentare, di cui 3 milioni e mezzo di persone necessitano di assistenza umanitaria immediata: un dato questo che parla da solo. Anche in Somalia la condizione degli sfollati interni sta cambiando rapidamente: del mezzo milione di persone costrette a lasciare la propria casa da novembre 2016, 278.000 lo sono state nel primo trimestre del 2017 (UNHCR). Anche qui, il contesto regionale è da prendere in considerazione: il Corno d’Africa è una delle regioni più a rischio sul pianeta, in cui circa 17 milioni di persone rischiano di morire di fame e di stenti, o comunque di sopravvivere in condizioni di denutrizione estrema.

Probabilmente chi è arrivato in fondo alla lettura sarà assalito dallo sconforto. Mi scuso se ho abusato dei numeri, ma in questi casi bisogna avere bene in testa di cosa si parla. Quantificare la gravità della situazione aiuta a qualificare la risposta adeguata da dare. Certo, però, è molto difficile: uno può anche provare a immaginare, collegare le cifre, disegnare nella propria testa il quadro della situazione. Ma si rimane impotenti a pensare quanta sofferenza l’uomo riesca a causare e quanto disprezzo per i suoi simili riesca provare.

Come ha lapidariamente detto il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres in una sua visita di emergenza in Somalia di pochi mesi fa: «Questa fame richiede un’enorme risposta».

Paupertas artis omnis perdocet.

 

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