Movimento Cinque Stelle: cronaca di una disfatta

Le elezioni europee del 26 maggio 2019 hanno fatto registrare, per il Movimento 5 Stelle, un drastico calo di consensi. Un calo minore, se confrontato con la percentuale  di voti ottenuta nel 2014, pari al 21,2%. Ma nettamente più ampio se viene presa in considerazione la percentuale ottenuta nelle ultime elezioni politiche del 4 marzo 2018, che aveva sfiorato quota 33%.

Il 17% raccolto il 26 maggio rappresenta, per molti aspetti, la sconfitta elettorale più cocente del Movimento. Per comprendere al meglio le ragioni alla base di questo insuccesso occorre concentrarsi su alcuni aspetti fondamentali: i flussi di voto, per comprendere quali sono state le scelte operate dai cosiddetti “delusi”; le responsabilità di governo, i costi che questa comporta, e il difficile rapporto con il sempre più ingombrante alleato di governo. Infine, le scelte strategiche, comunicative e organizzative decise e attuate dal Movimento.

I voti presi dal Movimento Cinque Stelle alle elezioni nazionali ed europee.
* i dati delle elezioni politiche fanno riferimento ai voti presi alla Camera, dove, come alle Europee, si può votare dal conseguimento della maggiore età, e non comprendono i risultati delle circoscrizioni estere.
[Fonte: Ministero dell’Interno]

Flussi di voto: astensione e Lega le scelte dei delusi a 5 stelle

Il Movimento 5 Stelle, tramite le parole del suo leader Luigi Di Maio, ha individuato un colpevole nella sconfitta del 26 maggio: l’astensionismo. Secondo l’analisi dei flussi elettorali operata dall’istituto Swg, il 38% di coloro che in passato ha votato Movimento 5 Stelle si è astenuto, e quindi non ha confermato la fiducia verso i pentastellati, né in altre forze politiche. Unitamente a questo dato va segnalato che, soprattutto nelle regioni del Sud, la partecipazione al voto è stata molto bassa. Proprio questa zona geografica del paese aveva conosciuto un momento di ri-mobilitazione nel 2018, consegnando al Movimento 5 Stelle il primato indiscusso nei propri territori. Da questo punto di vista, una parte dell’elettorato pentastellato del Mezzogiorno sembrerebbe non aver gradito l’azione di governo del Movimento, e in particolare alcune politiche del governo, tra cui il progetto di autonomia differenziata, che rischierebbe di causare vari problemi per le economie del Sud a favore di quelle settentrionali. Ma anche lo scarso impulso derivante dal Ministero del Sud, diretto da Barbara Lezzi, non dotato di portafoglio, può aver pesato nell’insoddisfazione di alcuni elettori.

Secondo l’analisi di Swg, il 14% degli ex elettori del Movimento 5 Stelle ha optato per il voto alla Lega di Matteo Salvini e solo il 4% ha scelto il Partito Democratico. In totale, il Movimento 5 Stelle perde sei milioni di voti, mentre la Lega ne guadagna la metà. L’elettorato pentastellato sembra dunque essersi diviso e frammentato tra più opzioni. C’è chi ha scelto di non partecipare alla votazione, ritornando nel novero degli astenuti e ponendo fine, probabilmente, alla fase di mobilitazione avvenuta poco tempo prima. Alcuni invece, particolarmente colpiti dalla performance di governo leghista, e forse appartenenti ad un’ala di centrodestra o di destra presente all’interno del Movimento, hanno scelto di dare fiducia a Matteo Salvini, protagonista di una campagna elettorale molto polarizzata e incentrata sulla sua figura. Infine, alcuni elettori, con sensibilità più progressiste, hanno risposto a questa fase di polarizzazione consegnando una parte di consensi al Partito Democratico. 

I costi del governare e l’abbraccio mortale di Salvini

Negli ultimi tempi, come anticipato, si è andato a realizzare uno scenario polarizzato, caratterizzato dal ritorno, almeno mediaticamente, dello scontro ideologico e della dimensione sinistra-destra. Per questo motivo, c’è poco spazio per il Movimento 5 Stelle e altrettanto margine d’azione. I pentastellati non riescono più a presentarsi come alternativa, data la posizione di governo. In questo nuovo spazio di contrasto a Matteo Salvini, lasciato vuoto e difficilmente riempibile nuovamente dal Movimento, sembra essersi (timidamente) inserito il Partito Democratico.

Ma come è stato possibile che il Movimento 5 Stelle abbia perso così tanto terreno? I fattori sono vari, ma è da sottolineare il ruolo dei cosiddetti “costi del governare”. Nella letteratura politologica, ma anche nel più semplice intuito umano, è presente una tendenza a valutare l’esperienza di governo, dopo il periodo iniziale di “luna di miele”, come un elemento sfavorevole per i partiti politici che si presentano alle elezioni successive. Il consenso elettorale si ottiene più facilmente se si è all’opposizione, a condizione però che il partito di opposizione sia ritenuto credibile dagli elettori per poter governare. Tuttavia, i costi del governare hanno colpito solamente uno dei due partiti che compongono l’esecutivo. Per la Lega, infatti, questi costi si sono tramutati in benefici. Una delle abilità di Matteo Salvini è consistita nell’aver conservato i voti tradizionali provenienti dal Settentrione, riuscendo anche a concludere l’iter di nazionalizzazione iniziato anni fa. Il Movimento 5 Stelle ha, invece, tralasciato l’ampia componente territoriale del voto del 4 marzo ed ha, ancor di più, minato i principi cardine che avevano rappresentato la forza motrice di questa forza politica sin dalla nascita. Tra tutti, il contrasto ai privilegi della classe politica, tra i quali figura anche il privilegio di potersi sottrarre ad un processo, e quindi al giudizio della magistratura. Quello di Matteo Salvini è stato, dunque, un abbraccio mortale, e la leadership del Movimento 5 Stelle sembra essersene accorta fuori tempo massimo, generando ancora più confusione a seguito del repentino cambio di comunicazione operato a ridosso del 26 maggio. 

Per il futuro la ri-organizzazione non basta

Per il Movimento 5 Stelle il futuro è tutt’altro che semplice. Il 17% delle europee rappresenta per molti aspetti uno spartiacque. I nodi da sciogliere sono molti. Dal governo ai territori, dalla comunicazione alla leadership. I rapporti di governo verranno, molto probabilmente, influenzati dal vasto consenso ottenuto da Matteo Salvini. Quest’ultimo deciderà in che misura.

Sul fronte interno, Luigi Di Maio, commentando il risultato del 26 maggio, ha più volte richiamato la necessità di operare una ri-organizzazione del Movimento. La “base”, che dovrebbe costituire la spina dorsale di un Movimento “orizzontale”, non esiste più da tempo, e dei MeetUp non c’è più traccia. In realtà esiste il Partito 5 Stelle, strutturato e oligarchico, che ha soppiantato il Movimento dopo aver seguito i vari passaggi organizzativi, quasi naturali, descritti sapientemente da Robert Michels nella sua “Legge ferrea dell’oligarchia”.

La diversa natura del Movimento 5 Stelle è ravvisabile anche alla luce della comunicazione politica messa in atto dall’arrivo di Rocco Casalino fino a oggi. Lo stile di campaigning è divenuto sempre più simile allo stile statunitense, con slogan spesso difficilmente riconducibili a contenuti concreti (es. “più aiuti alle famiglie”, in che modo?). L’orizzontalità è stata sostituita, conseguentemente, dal leaderismo e le scelte di policy vengono spesso confortate da previ sondaggi di opinione. La sfida della ri-organizzazione appare dunque difficile, e forse troppo tardiva. 

 

Articolo di Marco Improta

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