Muslim Ban: la finta crociata di Trump

Chi sperava che Donald Trump, una volta giunto alla Casa Bianca, disattendesse le roboanti promesse fatte in campagna elettorale dovrà essere rimasto deluso dalla firma dei primi ordini esecutivi. Il neo-presidente ha infatti sospeso il programma di ammissione dei rifugiati, messo in discussione il modello assistenziale sanitario conosciuto come Obama-care e soprattutto ha firmato l’ordine rinominato dalla stampa Muslim Ban. Quest’ultimo riguarda, nello specifico, la sospensione temporanea (tre mesi, ndr) dell’ingresso negli Stati Uniti per i cittadini di sette paesi di maggioranza musulmana: Yemen, Somalia, Sudan, Iran, Iraq, Siria e Libia. L’obiettivo dichiarato è quello di “proteggere il Paese dall’ingresso di terroristi stranieri”. Sia Trump che il segretario alla difesa James Mattis hanno richiamato, come data simbolica, l’11 settembre. Entrambi puntano il dito contro politiche di accoglienza troppo elastiche in quella precisa fase amministrativa. Allo stesso tempo, però, dimenticano che il terrorismo del 2001 è diverso da quello odierno. Il fenomeno all’epoca era propugnato da organizzazioni come al-Qaeda e la maggior parte dei militanti proveniva da paesi non contemplati nel Muslim Ban, in particolare Arabia Saudita, Egitto e Libano.

L’ambiguità di questo ordine esecutivo è duplice. Da un lato, si tratta, senza molti giri di parole, di un atto discriminatorio e controproducente. Un terrorista non è tale in base al passaporto e non è con questo provvedimento che si risolve, o almeno si attenua, il problema terrorismo. Quest’ultimo, come tutti i macro-problemi, si affronta tramite politiche strutturali e, soprattutto, a lungo termine. In altre parole, servono politiche incisive e non simboliche. In questo modo, Trump, alimenta il problema. Fomentare un clima di odio, già particolarmente esteso, significa mettersi allo stesso piano della propaganda di Daesh e, peggio ancora, darle un senso agli occhi di chi la segue. D’altronde, dal califfato nero provengono continuamente richiami strumentali alla difesa di un islam minacciato dal disprezzo occidentale. In questo senso, le politiche di Trump non fanno altro che consegnare maggiore consenso alla narrazione jihadista e provocare uno scontro culturale, ancor più che religioso, oramai non più sull’orlo di scoppiare, ma già scoppiato.

Dall’altro lato l’ambiguità deriva dalla difesa degli interessi personali del neo-presidente americano. La decantata battaglia anti-terrorista di Trump cade in contraddizione se si analizza il provvedimento. Infatti, tra i sette paesi a maggioranza musulmana bannati da Trump, non figura né l’Arabia Saudita né la Turchia. Il motivo è semplice, si tratta di due paesi a maggioranza musulmana all’interno dei quali il magnate newyorkese possiede numerosi interessi economici. Pur di difenderli, viene meno la fantomatica crociata per la sicurezza nazionale e proprio l’Arabia Saudita, paese a maggioranza sunnita, impegnato in un giornaliero bombardamento ai danni del vicino Yemen, conosciuto per essere il paese fornitore numero uno di Daesh, viene escluso dal provvedimento. Il dio danaro dimostra ancora una volta di essere quello con più adepti.

È evidente che l’atto di Trump possiede anche, o soprattutto, a seconda dei punti di vista, un valore simbolico/elettorale. Nell’era della campagna permanente, infatti, è sempre bene ottenere quanto più consenso possibile anche in una fase post-elettorale. Sotto questo aspetto Trump mostra nuovamente di conoscere molto approfonditamente l’identikit dell’elettore che lo ha votato. A dimostrazione di ciò vi è il consenso interno ed anche internazionale che la proposta ha ottenuto. In questo modo il tycoon è divenuto, ancor di più, l’icona delle destre in Europa.

L’ostacolo maggiore incontrato da Trump e dal suo progetto è rappresentato dalle istituzioni giurisdizionali. Bloccare il Muslim Ban è stato infatti l’obiettivo del Attorney General dello Stato di Washington, Bob Ferguson. La Casa Bianca aveva da subito annunciato l’intenzione di fare ricorso, respinto poi dalla Corte di Appello. La reazione di Trump non si è fatta attendere, tramite Twitter ha infatti prima definito “ridicola” l’opinione del giudice Ferguson e poi “pericolosa” la decisione della Corte di Appello. Il presidente americano ha infine espresso la volontà di ricorrere, in ultima istanza, alla Corte Suprema. Questo aspetto lascia presagire che oltre al difficile rapporto già palesatosi con i media e con le istituzioni europee, la nuova amministrazione americana dovrà fronteggiare anche il difficile rapporto inter-istituzionale strutturatosi all’interno della macchina burocratica del paese.

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