NEWS: Gaza e la Marcia del Ritorno

Nell’ultima settimana la Striscia di Gaza è stata di nuovo illuminata dai riflettori dei media occidentali, si parla di proteste, di violenza, di terrorismo, di spari, confini forzati e bombe molotov. Si parla molto meno di manifestazioni, diritti, leadership e di iniziativa popolare. Ma in medio stat virtus, e quando si tratta di Israele e Palestina è sempre bene tenerlo a mente.


INIZIATIVA POPOLARE.

Il 30 marzo 2018 prende ufficialmente inizio la Marcia del Ritorno, manifestazione nazionale e pacifica dalla durata di 6 settimane organizzata da alcune associazioni disseminate sul suolo gazawi e appoggiata dai due principali partiti palestinesi Hamas (di stampo islamista con base a Gaza) e Al-Fatah (di stampo moderato e più influente in Cisgiordania).
La Marcia del Ritorno vuole porre l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sulla difficile situazione socio-economica che la popolazione palestinese vive ancora oggi dopo 70 anni di occupazione [qui, qui, qui e qui trovate degli approfondimenti a riguardo]: la Striscia di Gaza è ancora oggi, nel 2018, sotto blocco israeliano ed egiziano, mentre la Cisgiordania è divisa in zone a controllo militare ed è sottoposta ad intense migrazioni coloniali. I rifugiati palestinesi chiedono di poter esercitare il «diritto al ritorno» sancito dalla risoluzione 194 dell’ONU.
Il 30 marzo è anche la Giornata della Terra, triste festività nazionale volta a ricordare le espropriazioni territoriali in Galilea e le violenze susseguitesi durante gli scioperi dei cittadini palestinesi in Israele nel 1976. La Marcia del Ritorno terminerà il 15 maggio, giorno in cui si ricorda invece la Nakba, ovvero l’esodo del popolo palestinese del 1948.
La prima giornata di manifestazione ha visto un’intensa partecipazione popolare: in una regione abitata da 2 milioni di persone (delle quali 1,3 milioni sono profughi e quindi non originari della zona), 30’000 palestinesi vi hanno preso parte mostrando così un rinato attivismo sociale, apartitico e differenziato al suo interno.


PROTESTA SEDATA.

Le manifestazioni sono partite da cinque punti di raduno posizionati lungo il confine con Israele, coprendo una tratta di quasi 50 chilometri: Rafah, Khan Younis, el-Bureij, Gaza City e Jabaliya.
Nei giorni precedenti all’inizio ufficiale della marcia, il ministro della difesa israeliano Avigdor Lieberman ha parlato di «provocazioni» e aveva avvertito l’opinione pubblica che qualsiasi palestinese che si fosse avvicinato ad una delle barriere di sicurezza poste al confine con la Striscia di Gaza avrebbe messo a repentaglio la propria vita. I portavoce dell’esercito israeliano parlano invece di «rivoltosi» e di «terroristi di Hamas».
Alcuni giornalisti sul territorio parlano di un’iniziale «euforia generale» e di un’«atmosfera quasi di festa» (Amira Hass per Ha’aretz), interrotta però dagli spari dei cecchini posizionati lungo i posti di blocco. Il generale israeliano Eyal Zamir dichiara di aver «individuato dei tentativi di attacchi terroristici fatti passare per manifestazioni» e la stampa israeliana insiste sulle intenzioni dei manifestanti di varcare le frontiere.
Le agitazioni scoppiano in un’escalation di violenza: alcuni manifestanti iniziano a lanciare sassi, pneumatici incendiati e bottiglie molotov contro la barriera, l’esercito israeliano risponde aprendo il fuoco sui civili palestinesi. 1400 sono i feriti, 17 i morti.
L’esercito israeliano conferma di non aver riportato danni.
Abu Mazen e l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) hanno chiesto all’ONU, all’Unione Europea e alla Lega Araba di «fermare questa brutale uccisione volontaria dell’esercito di occupazione a fronte di innocenti e indifesi che sono andati in una marcia pacifica per difendere il loro diritto di vivere», invitando quindi la comunità internazionale ad intervenire.


DISOBBEDIENZA CIVILE O TERRORISMO?

«Dopo 70 anni i palestinesi non hanno dimenticato nulla e vogliono tornare alle loro terre» scrive Elias Khoury. «Le fazioni politiche palestinesi hanno capito che servono iniziative innovative ispirate a Gandhi e Mandela per attirare l’attenzione e il sostegno della comunità internazionale» scrive Yousef Alhelou su Middle East Monitor. «La lotta del popolo palestinese, dalla rivolta contro l’impero britannico nel 1936 fino ad oggi, nasce dalla consapevolezza che il significato della terra e del rapporto con essa trascende la dimensione materiale e va molto più in profondità. […] La terra per cui continuano a sacrificarsi non è solo polvere e pietre. È la madre di tutti i nostri racconti» scrive Salam Abu Sharar su Middle East Eye.
Proteste di questo tipo non possono che portare disordine in società come quella israeliana e palestinese. Sono società stanche e stordite dal baccano e dalle ferite di quasi un centennio di scontri fisici e ideologici. Per Israele si tratta di terrorismo, per i palestinesi non è che resistenza, eppure è importante analizzare la Marcia del Ritorno a prescindere dalle violenze che l’hanno seguita. Gli eventi che si stanno susseguendo da una decina di giorni non sono semplici atti di difesa, sono invece dichiarazioni forti e creative ed espressione di volontà nazionale, e la comunità internazionale dovrebbe prenderne atto.

 

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