NEWS: Le ultime 72 ore in Siria

Ribolle la questione mediorientale e la Siria è di nuovo vittima della cronaca internazionale. Dopo 6 anni di guerra nessuno avrebbe ormai più pensato ad un’escalation di questa portata.
Ma cosa è realmente successo in queste ultime 72 ore?


L’attacco chimico.
Nella mattinata del 4 aprile è stato compiuto un bombardamento chimico che ha colpito il villaggio di Khan Shaykun in provincia di Idlib, zona della Siria nordoccidentale ancora in mano ai ribelli, termine vago e generico ormai definitivamente entrato a far parte del glossario siriano per indicare tutte le fazioni anti-governative (ISIS, Al-Nusra, ESL, YPG, fronti islamici, islamisti e moderati).
Secondo l’UOSSM (Unione delle organizzazioni di soccorso e di cure mediche) i morti sono più di 100 e i feriti almeno 400; il bilancio dell’Osservatorio siriano per i diritti umani invece afferma che i morti sono 86 e i feriti 160, la maggior parte civili.
I medici attivi sul campo credono che le vittime siano esposte a ben due tipi di sostanze neurotossiche, ma altre fonti parlano del solo sarin, gas nervino che provoca convulsioni, bava alla bocca, difficoltà respiratorie e iper-restringimento delle pupille.


USA VS. RUSSIA.

Gli USA subito accusano Assad dell’accaduto e, assieme a Francia e Gran Bretagna, presentano una bozza di risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma la Russia di Putin vi pone il veto. Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri della Federazione Russa, definisce le accuse «provocatorie» e la bozza «inaccettabile» perché basata «su rapporti falsi […] e anti-siriani che possono portare ad un’escalation nell’intera regione». Secondo il Cremlino l’obiettivo dell’attacco aereo siriano non era bombardare chimicamente la zona occupata dai ribelli, ma invece distruggere un deposito di armi chimiche lì presente. Gli USA negano la ricostruzione russa e di fronte allo stallo delle Nazioni Unite minacciano un’azione unilaterale. Nikki Haley, ambasciatrice statunitense all’ONU, afferma che «la Russia, come l’Iran, non ha interesse nella pace» e che «le Nazioni Unite falliscono nell’azione collettiva».


Assad o Ribelli?
Ancora non ci sono indagini ufficiali, ma sembra che l’autore dell’attacco chimico sia stato il regime di Assad al fine di lanciare un monito all’ISIS e alle forze anti-governative. «Se l’aviazione siriana avesse davvero colpito un deposito o un laboratorio di armi chimiche l’esplosione non avrebbe provocato la dispersione osservata e lo shock termico avrebbe degradato il gas», scrive però Lorenzo Nannetti, e gli effetti sulla salute delle vittime sarebbero quindi stati diversi.
Ci sono poi ulteriori incongruenze: il Ministro della Difesa russo ha dichiarato che il bombardamento contro le armi chimiche è avvenuto tra le 11:30 e le 12:30, ma le prime testimonianze di un attacco a Khan Shaykun sono state pubblicate sui social network già verso le 5 e mezza di martedì mattina.


L’attacco missilistico.

Nella notte fra il 6 e il 7 aprile due ciacciatorpediniere USA classe Arleigh-Burke hanno lanciato 59 missili Tomahawk (dal costo di circa 2 milioni di dollari l’uno) contro la base aerea siriana di al-Shayrat, nella zona di Homs, da dove gli Stati Uniti ritengono siano partiti i bombardieri trasportanti armi chimiche. Il Pentagono ha avvisato precedentemente Mosca e le altre capitali europee dell’attacco al fine di permettere l’evacuazione dei soldati presenti nell’area. Solo 23 missili hanno centrato l’obiettivo. Nonostante Assad fosse stato avvisato per tempo dalla Russia di Putin, ad ora si conteggiano 4 morti nell’esercito siriano.
Mosca denuncia l’azione unilaterale statunitense: il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov afferma che la scelta di Trump viola la legge internazionale e che «Washington ha compiuto un atto di aggressione contro uno Stato sovrano e contro un nostro alleato».


Un’azione dimostrativa o un’azione punitiva?
A seguito del fallimento dell’American Health Care Act e, in generale, della sua politica interna debole, viene quasi da chiedersi se Trump avesse più che altro bisogno di un’azione forte per recuperare consensi fra i suoi sostenitori. Non appellandosi al Congresso ha compiuto un vero e proprio atto di potenza nei confronti dei colleghi repubblicani. Ma certo non è stata solo un’azione dimostrativa interna: dando l’okay al lancio dei missili poco prima della cena col Presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping, Trump ha voluto dare prova delle proprie risorse alla Cina e al suo protettorato sulla Nord Corea.
È inoltre doveroso ricordare che Washington aveva già dichiarato di voler sbloccare lo stallo diplomatico dell’ONU: Trump legittima il bombardamento americano in terra siriana perché punizione necessaria alla violazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ma così facendo dà parallelamente vita ad una nuova fase interventista nella regione.


Il mondo diviso.
L’attacco missilistico statunitense ha sicuramente spostato gli equilibri dello scenario internazionale: Regno Unito e Israele rimarcano da subito il proprio sostegno agli Stati Uniti, la Svezia chiede delle indagini ufficiali, mentre il duo Hollande-Merkel dichiara sorprendentemente il proprio consenso all’azione punitiva di Trump definendola proporzionata alla violazione siriana della Convenzione sulle armi chimiche.
Federica Mogherini definisce l’attacco missilistico comprensibile ma richiama gli Stati Uniti al rispetto del ruolo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e delle istituzioni internazionali e afferma che ora più che mai serve un approccio diplomatico multilaterale, cercando di evitare il ripetersi degli errori commessi in Iraq e in Libia. Intanto il Cremlino sposta nel Mediterraneo la fregata Admiral Grigorovich RFS-494 fino ad oggi stanziata nel Mar Nero, bloccando sul nascere le aspettative di distensione nate dalle promesse elettorali di Trump.
Erdogan rompe definitivamente i rapporti con Putin e si pone invece accanto agli alleati NATO, creando così un vero e proprio blocco occidentale anti-Assad contrapposto al blocco eurasiatico della Russia e dell’Iran sciita.


I possibili scenari nel futuro della Siria.
Le potenze occidentali cambiano così disegno politico: Assad verrà escluso dalle future trattative diplomatiche, aprendo di nuovo la partita per il futuro della Siria. Ma questa decisione a cosa potrebbe portare nel concreto?
Ad ora lo scenario più probabile è una spartizione della regione in zone di influenza. Questo contesto potrebbe però portare alla marginalizzazione delle Nazioni Unite, esito pericoloso per tutti i partner internazionali, che si vedrebbero sopraffatti ed esclusi dalla competizione fra Stati Uniti, Turchia, Russia, Iran e curdi. In circostanze simili la Siria risulterebbe definitivamente divisa: senza un leader e senza una guida internazionale compatta e uniforme il paese potrebbe diventare un nuovo Iraq e vivere una situazione di conflitto permanente a bassa intensità.
Forse Assad non ha così torto a paragonare l’attacco di Trump a quello di Bush del 2003.

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