Il “No Billag” e l’attacco all’informazione pubblica

Mentre gli italiani erano impegnati nella scelta dei loro nuovi rappresentanti in Parlamento, si è tenuto in Svizzera il 4 marzo un referendum sull’abolizione del canone radiotelevisivo (in Svizzera chiamato Billag dal nome della società che lo riscuote) incassato dallo stato o da terzi per suo conto. Contro l’abolizione del canone per la televisione e la radio pubblica si è espresso più del 70% della popolazione. La vittoria del sì avrebbe sancito la fine della Schweizerische Radio-und Fernsehgesellschaft (SRG, Società radiotelevisiva svizzera) e lo smantellamento del servizio pubblico radiotelevisivo avrebbe necessariamente danneggiato la pluralità e qualità dei media in Svizzera, passando ad un sistema di aste pubbliche per le concessioni.

 

In particolare le radio-TV della Svizzera francese e italiana ne avrebbero pagato le conseguenze poiché sono proprio queste che beneficiano maggiormente del sistema attuale di ripartizione dei fondi derivanti dal canone. Una parte dei proventi raccolti nella Svizzera tedesca, infatti, vengono ceduti alle altre regioni in modo che venga garantita una produzione adeguata anche nelle altre regioni linguistiche con il risultato che a fronte di un 4% dei contributi raccolti nella Svizzera italiana, questa ne riceve alla fine dei conti il 20%. Nonostante questo, tuttavia, è stato proprio nella Svizzera italiana che si è avuto il tête à tête più agguerrito tra il no e il sì con un numero di “no” leggermente inferiore alla media nazionale che si attestava intorno al 65%.

 

Alla base delle ragioni del “sì” c’erano due punti principali: l’elevato importo del canone e la parzialità dell’informazione offerta dall’emittente pubblica. Riguardo al primo punto i sostenitori del “Sì” usavano con frequenza l’argomentazione che il canone svizzero è il più alto d’Europa, ammontando a 451 franchi l’anno, poco meno di 400€. Tuttavia il governo si era già impegnato per l’anno contributivo seguente ad abbassare l’importo a 365 franchi. Allo stesso tempo i sostenitori del “Sì” partivano dal presupposto che la radiodiffusione pubblica non generasse alcun plus valore mentre in verità l’emittente pubblica in Svizzera agisce in modo indipendente dalla politica e fornisce un servizio mediatico di alto livello in quattro lingue. In ogni paese in cui opera un buon servizio radiotelevisivo pubblico si viene a creare il dilemma tra servizi di alta qualità, che difficilmente potrebbero essere offerti dal mercato in forma comparabile, e il problema della corresponsione di un canone abbastanza alto che assottiglia il budget individuale spendibile per altri servizi mediatici. La soluzione dovrebbe essere allora un’emittente pubblica che sia un aggregato delle preferenze della popolazione, compito non facile visto che spesso nei paesi europei esse vengono tacciate di essere scadenti o non al passo con i tempi o troppo legate ai partiti di sinistra.

 

In particolare, le critiche più sentite vengono dai partiti di destra, e la Svizzera non fa eccezione. La minaccia della “No Billag” proviene, infatti, da Christoph Blocher figura simbolo dell’Unione democratica di centro (Udc), il partito di destra maggioritario in Svizzera, e imprenditore dei mezzi di comunicazione. Egli ha recentemente acquisito diverse riviste pubblicitarie e ha un’influenza diretta sui giornali Basler Zeitung e sul settimanale conservatore Weltwoche che appartiene al suo collega di partito Roger Köppel che ha definito la SRG “una sovradimensionata casa di correzione della nazione”. Il settimanale di sinistra Wochenzeitung ha rivelato, inoltre, che un dirigente dell’Unione di centro avrebbe donato centomila franchi (87 mila euro) ai sostenitori dell’iniziativa No Billag. Lo scontro sulla No Billag si riduce quindi in Svizzera a una lotta tra emittente pubblica ed editori privati, che vista la riduzione del giro di affari della carta stampata diminuisce sempre più, cercano scampo sulla rete dove incontrano la concorrenza dell’emittente pubblica svizzera che ha messo in piedi un’importate redazione online.

 

In Svizzera, tuttavia, i maggiori quotidiani, il governo e l’opinione pubblica si sono prontamente schierati contro la No Billag e contro la “berlusconizzazione” dell’informazione. La Svizzera non è l’unico caso in Europa in cui il servizio pubblico è sottoposto a pressioni, in Francia Macron si è scagliato contro l’emittente pubblica (France Télévisions) accusandola di cattiva gestione, sprechi, mediocrità dei programmi e delle produzioni, relazioni incestuose tra azienda e fornitori e l’ha definita la “vergogna della Repubblica”. In Austria il vice-cancelliere Heinz-Christian Strache, appartenente al Partito di estrema destra nazionalista e populista Fpö, si è recentemente scagliato in una battaglia senza quartiere conto l’emittente pubblica radiotelevisiva Orf, una tv pubblica “rossa”, come apostrofata dall’ex leader del partito Jörg Haider. Strache si era spesso scagliato contro la tv pubblica accusandola di pregiudizi di sinistra, e come l’Udc in Svizzera, propone di abolire il canone; recentemente inoltre il vice-cancelliere in un post su Facebook ha dichiarato: “C’è un posto dove le bugie diventano notizie: l’Orf”, accusando in pratica l’emittente di divulgare fake news. L’Fpö, inoltre, si è costruito da tempo un canale di comunicazione parallelo, con una Tv che trasmette direttamente dalla sede del partito e può contare anche su altre emittenti che pur dichiarandosi indipendenti sono in realtà legate strettamente ai populisti di destra. I temi più trattati vanno dal diritto di asilo, all’immigrazione, fino ai mezzi d’informazione di regime, di cui non ci si deve fidare.

 

La domanda allora è perché il ruolo dell’emittente pubblica in Austria, come in Svizzera e come anche nel nostro paese, è un tema così scottante, tale da attirarsi nel peggiore dei casi l’odio dei partiti di estrema destra o la soppressione del canone che la tiene in vita? Questo perché le grandi emittenti pubbliche sono ancora in grado di fornire un servizio di alta qualità, creando così dei cittadini più consapevoli e informati con i relativi svantaggi per quei partiti che puntano a persuadere l’elettore medio con le armi della demagogia, facendo leva sulla sua ignoranza. Potere politico e informazione hanno sempre viaggiato su due binari paralleli, non possono vivere l’uno senza l’altro e quei partiti che non riescono a controllare i mezzi d’informazione, cercheranno allora di screditarli. In Svizzera l’attacco alla SRG ha dato il via ad un’ondata di solidarietà, non solo artisti, attori e giornalisti hanno sottolineato come la vita culturale del paese ne sarebbe stata impoverita ma gli stessi svizzeri hanno compreso che un’offerta imparziale di notizie e cultura ve nel loro interesse perché li rende cittadini più informati e consapevoli.

 

 

 

 

 

 

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