Non ci si arrende

Ho pensato a lungo il tema di questo articolo. Il primo di una nuova stagione. Con un’estate passata troppo velocemente (potete negarlo?) e un nuovo anno che si spalanca, all’improvviso. Tipo la finestra sgangherata della mia nuova camera qui a Bruxelles. Già, l’ennesimo trasloco, i soliti bagagli, la stessa estenuante e angosciante ricerca di una casa. Nuovi inizi, nuove storie. Aspettative che si creano come castelli di carte e, come tali, si smontano alla prima folata di vento. Ma poi il caso le rimischia e sei pronto a fare la tua giocata. Il bello di andare a vivere in altri posti alla fine è anche questo: accorgersi che dopotutto la pioggia, là fuori, è sempre la stessa. Non so, scusate, è un pensiero che mi è venuto ora mentre fuori diluvia, forse perché è dannatamente rassicurante starsene qui, riparati, ad ammirare il casino che c’è di fuori. Fedele compagna la mia bottiglia 0.33 di Hoegaarden, acquistabile in comodi pacchi da otto al prezzo gioia di cinque euro e cinquanta e rotti. Senza birra proprio non ci so stare: è una verità questa che ho dato ormai per assodato e credo che non la metterò mai in dubbio. Di sicuro non inizierò qui in Belgio. È come se un cattolico varcate le porte di San Pietro iniziasse a dubitare della propria fede. Per carità, ci può stare, ma è un evento veramente raro. Adesso non vorrei peccare di tracotanza, sia mai, già avrò strappato ampie risate a quanti conoscono la mia strana ossessione per il Vaticano. Sarà che ho frequentato per un po’ quei posti, da persona laica e convintamente agnostica, affascinata più che altro dal mondo della politica e della diplomazia.

Ammetto che mi sono interrogato spesso sulla religione, sul suo ruolo e l’incredibile potenzialità che ha nel plasmare il comportamento dell’essere umano. Per me, però, rimane un abisso imperscrutabile. Certe volte non posso fare a meno di chiedermi come fanno le persone a credere ai dogmi, ai precetti secolarizzati, ai riti e alle preghiere, alla giustizia di Dio quando il mondo in cui ci ha gentilmente fatti nascere è un cumulo di ingiustizie: gente che muore di fame, la guerra, il dolore di vedere qualcuno morire, la malattia che non hai scelto, la solitudine di chi lotta senza guantoni, il macigno che ti porti in groppo senza mai arrivare. Eppure c’è gente che ha scelto di fare il salto verso questo abisso, si è abbandonata a una ragione più grande di loro, alla profonda convinzione che in fondo c’è la risposta a tutte le loro domande. E io provo invidia per costoro, che sanno essere liberi nella loro scelta fino alla fine. Me li immagino, io, mentre prendono la rincorsa, il sorriso liberatorio di chi ha capito la propria via, un’ultima esitazione e poi via, la corsa: un, due, e tre.

Io invece preferisco starmene, per ora, sull’orlo del precipizio, a scrutare quest’immensa oscurità. Ma non certo per vigliaccheria, anzi: credo che la mia direzione sia una strada che costeggi questo burrone, perché ho capito che per dar senso a questa vita voglio affidarmi a me stesso e alle persone che quotidianamente le danno senso. La vita sarà assurda, ma l’importante è esserne consapevoli e fare del proprio cammino una piccola opera d’arte. Un po’ come fanno i funamboli, che forse sono gli unici ad aver capito che l’unica verità da cui non possiamo fuggire è proprio questa: non c’è altrimenti che essere sé stessi.

Ovviamente, lo ‘stare insieme’ è fondamentale in tutto questo discorso, perché noi siamo animali sociali e viviamo delle interazioni con i nostri simili. Ma non è per niente facile, ognuno è portatore di una visione particolare del mondo e non sempre si possono superare le differenze. La più grande conquista dell’uomo non è scoprire l’esistenza di altre forme di vita, ma riuscire a convivere pacificamente con quelle che già conosce e rispettarne le differenze. Una vera cultura del dialogo, forse è quello che manca veramente, una che possa trovare terreni di incontro e comprensione. È un scambio continuo, una costante ricerca di compromessi.

“Compromesso” è una parola che deve essere rivalutata secondo me: troppo spesso utilizzata per indicare là dove c’è del marcio o per denunciare comportamenti disonorevoli, indica prima di tutto uno sforzo importante per trovare soluzioni pacifiche ed evitare inutili frizioni. So che suona tutto così banale e scontato, lo ammetto, ma non vedo come altro dovremmo porci, ad esempio, di fronte alle grandi questioni di politica internazionale come crisi coreana, crisi ucraina, crisi catalana, crisi venezuelana, o peggio l’infinita crisi israelo-palestinese. Sono tutte crisi di natura politica e, come tale, richiedono responsabilità che solo una politica cosciente di ciò che fa può assumersi. Dove non accetto compromessi invece è quando in ballo ci sono i diritti umani. È disgustoso barattare qualche vantaggio politico a discapito del rispetto dei diritti fondamentali che, come tali, appartengono ad ogni singola persona. Non si possono trovare accordi a tavolino se con un tratto di penna poi si permettono violazioni dei diritti e della dignità umane. Ha talmente tanta forza per me questo punto che ancora mi chiedo come mai i Rohingya siano una delle minoranze più perseguitate nel mondo, i migranti rimangano bloccati nei centri di detenzione in Libia o sepolti in fondo al mare, le donne e bambini continuino ad essere le maggiori vittime di tratta, le torture la pena di morte etc.

In questo mondo complicato ci vorrebbe che almeno la politica fosse responsabile, per non dire credibile. Ma poi pensi a Trump e Kim Jong-Un, alla May, a Maduro, a Renzi, a Rajoy, solo per dire i primi nomi che mi sono saltati in testa. Come si fa a essere spregiudicati e incuranti delle proprie azioni? La politica non dovrebbe indicare una direzione? Badare al bene comune? Perché la si fa su Twitter a colpi di hashtag? Non dovrebbe essere naturale evitare di abusare del potere che si ha per non creare disordini? A che serve poi questa continua, irritante gara a chi ce l’ha più grosso, l’arsenale militare, quando i problemi da risolvere sarebero ben altri?

Sta vaneggiando, direte voi, si fa domande stupide e inutili a cui tutti sapremmo dare una risposta. Però alla fine si riduce tutto qui e poi fare le domande è tanto difficile quanto trovare delle risposte. Ma mai, mai smettere di farsi le domande, perché è forse l’unico atto rivoluzionario che abbiamo per disarticolare il pensiero comune e aprire nuovi orizzonti. Di fronte a questa dilagante indifferenza, dove uno vale uno e tutto è uguale a niente, chiediamoci in che modo possiamo fare la nostra parte e riprenderci in mano quel qualcosa a cui tutti noi nella nostra collettività sappiamo di aver diritto. E’ lì, andiamocelo a prendere.

Non ci si arrende.

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