Notte degli Oscar, le recensioni dei candidati a “Miglior film”

Non solo elezioni: questa notte si è svolta una delle cerimonie più importanti per la cinematografia hollywoodiana, la notte degli Oscar. Il premio più ambito, quello per il Miglior film è andato a La forma dell’acqua, che ha ottenuto anche altri tre riconoscimenti: Miglior regista a Guillermo del Toro, Miglior colonna sonora e Migliore scenografia.

C’è da dire che nessun film ha pesantemente surclassato gli altri, come in altri anni, rendendo la competizione piuttosto equilibrata. Tre manifesti a Ebbing, Missouri ha vinto due Oscar, quello di Frances McDormand per la Miglior attrice protagonista e di Sam Rockwell per il Miglior attore non protagonista;  L’ora più buia ha ottenuto il premio per il Miglior attore protagonista con Gary Oldman, mentre a Chiamami col tuo nome è andato quello per la miglior sceneggiatura non originale; tra i candidati a “Miglior film” vincono poi anche Blade Runner, l’oscar per i Miglior effetti speciali, Il filo nascosto, quello per i migliori costumi e Dunkirk, con il Miglior sonoro e il Miglior montaggio. Infine, Coco ha vinto l’oscar per il Miglior film d’animazione, come previsto.

Noi abbiamo deciso di recensire alcuni di questi film, tutti molto belli. A DunkirkTre Manifesti ad Ebbing e Blade Runner avevamo già dedicato ampio spazio, e trovate gli articoli qua, qua e qua. Per gli altri leggete qui sotto:

 

La forma dell’acqua

Nel pieno stile a cui ci ha abituati Guillermo Del Toro con La Forma dell’Acqua gioca con atmosfere fantasy, oniriche e noir. La favola raccontata è quella di Elisa, donna delle pulizie affetta da mutismo in un laboratorio di ricerca supersegreto del 1962, e di una creatura acquatica, un anfibio antropomorfo dagli straordinari poteri. L’ispirazione è chiaramente a metà tra La Bella e La Bestia e Il Mostro della Laguna ma la gimmick del regista messicano è ambientare il tutto in un laboratorio dove, in piena guerra fredda, si svolgono ricerche non del tutto etiche o lecite al fine di vincere la corsa allo spazio. L’incontro tra i due protagonisti sarà tenero, soprattutto silenzioso, e arricchito da una regia sapiente che, differentemente da opere precedenti quali Crimson Peak, non si lascia andare ad un barocchismo dei sentimenti ma tiene tutto in equilibrio su un sottile filo di delicatezza e sentimenti in cui, però, non manca d’inserire scene crude e, sorprendentemente, di sesso (parte fondamentale del racconto!), evitando l’effetto pillola edulcorata di zucchero. I co-protagonisti (onore a Octavia Spencer!) sono perfettamente inseriti e tratteggiati: non rubano la scena ma portano messaggi importanti di diversità, rispetto e condivisione. Ultimo ma non per merito è il cattivo, il Villain, non a caso l’autorità militare, che nel suo essere anticaricaturale risulta ancora più spietato è credibile. Una favola noir dalle diverse letture insomma: un messaggio di diversità, una storia d’amore, una storia di resilienza.

 

Chiamami col tuo nome

“Per non soffrire soffochiamo così tanto di noi che a trent’anni siamo in bancarotta ed ogni volta che ricominciamo abbiamo sempre meno da offrire”

Uno dei film candidati agli Oscar di cui più si è sentito parlare è “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino e sicuramente non a caso. Trama assolutamente originale, stimolante, intelligente. Racconta di un amore tra due uomini, o meglio tra un uomo e un ragazzo diciassettenne e lo fa attraverso la musica e l’arte, le due differenti passioni dei protagonisti. La storia scorre lenta, gradualmente i due si conoscono: Oliver (Armie Hammer) ha 24 anni ed è uno studente ebreo-americano, Elio (Thimothée Chalmet) invece ha 17 anni ed è un ebreo italoamericano, vive con la sua famiglia in una villa “somewhere in Italy”, come viene sottolineato all’inizio del film. Tra Oliver ed Elio si crea una complicità particolare, “un’amicizia da fare invidia” come dice lo stesso padre di Elio, padre che comprendere e non giudica suo figlio. Un film pieno di spunti su cui riflettere, di piccole sfaccettature da non ignorare. Guadagnino ha messo insieme sicuramente tutti gli ingredienti giusti per mettere in scena un racconto che ha il sapore della Grecia antica e dell’Italia alle prese con i fermenti politici, come si può captare dai discorsi sporadici fatti durante un pranzo estivo o origliati in una cucina, che fanno da sfondo al puro e semplice desiderio di questi due uomini.

 

L’ora più buia

“Quale sarà il nostro obiettivo? La vittoria ad ogni costo!”

Winston Churchill, sinonimo di “politico”, era un bugiardo e un maestro della retorica: i suoi famosissimi discorsi ne erano impregnati. E va bene così. Il Churchill di Joe Wright e Gary Oldman si libera della facile mitizzazione e va oltre: faceva uso della propaganda esattamente come i suoi nemici, la differenza stava in tutto il resto. Un uomo confuso e spaventato, reso gigante e titano dalla radio e dai pericoli dell’ora più buia. Non l’ora più buia per l’Inghilterra e l’Europa, ma L’ Ora più Buia per Sir Winston Churchill, uomo e politico tra i più grandi.

 

The Post

“Ti sbatteranno dentro, Dan!”
“Tu andresti in galera per fermare la guerra?”

The Post narra le vicende che seguirono l’affermarsi dello scandalo dei Pentagon Papers nel 1971. Katharine Graham (Meryl Streep) si ritrova a fronteggiare la disastrosa situazione finanziaria del suo giornale e la sua affermazione come capo in una società non ancora pronta ad accettare il ruolo della donna. La sua scelta sarà fondamentale al momento della pubblicazione dei documenti secretati, inaugurando una stagione di successo e fama per il Washington Post, segnando il crollo della fiducia degli americani per i loro leader e il ruolo fondamentale dei giornalisti quali strenui difensori del primo emendamento, la libertà di parola e di stampa.

Un film che scuote le coscienze e che ricorda gli anni d’oro del quarto potere, quando giornali e giornalisti inseguivano la verità ad ogni costo. Nell’era delle fake news, è un pezzo di storia che ha bisogno di essere ripetuta.

 

Lady Bird

Dopo il successo di Moonlight dello scorso anno la quota indipendente viene affidata a Ladybird, della promettente pupilla di Noah Baumann: Greta Gerwig. Fra le candidature per cui spicca: miglior film, miglior regia, miglior attrice protagonista e non. Inusuale che un film di formazione così si faccia strada sino agli Oscar ma, data l’eccellente interpretazione di Saoirse Ronan e di Laurie Metcalf e la regia curata e fresca della Gerwig, il riconoscimento è più che meritato. Per parlare di Ladybird si potrebbe usare l’espressione “big fish in a small pond”: un pesce grande in un piccolo stagno. È così che ci viene presentata la diciassettenne protagonista. Siamo di fronte a una ragazza ambiziosa, forse un po’ viziata, che nella desolazione di Sacramento si muove in un ambiente di persone snob e ricche e si chiede continuamente: perché loro sì e io no? Assistiamo da spettatore impotente agli scontri con la madre fin troppo esigente e attentissima a tenere unita tutta la famiglia (ci viene spiegato però, che l’amore, alla fine, è prestare attenzione), al rapporto con un padre fin troppo buono e paziente, alla scelta delle amicizie giuste e sbagliate, all’educazione sentimentale di questa giovane. Tutto contribuisce alla formazione di Catherine “LadyBird” McPherson, decidere se lavorare su se stessa e sui propri sogni ancora incerti o se lasciarsi travolgere dagli eventi sarà il punto focale del film.

 

Il filo nascosto

“Il matrimonio mi renderebbe falso, ed è l’ultima cosa che voglio”

Scapolo impenitente, si definisce Woodcock, il sarto di haute couture protagonista di un’insolita storia d’amore raccontata nell’ultimo film di Anderson. Un personaggio inafferrabile, che dà forma agli abiti quanto manca di darla a sé stesso, e che conduce un’esistenza fatta di una routine maniacale e funzionale alla sua arte e della compagnia della sorella Cyril, che gestisce gli aspetti pratici del marchio di famiglia, e della presenza di temporanee amanti, le sue modelle, che Woodcock non esita a sfruttare e ad allontanare. Finché non arriva Alma, la cameriera di un Hotel, che finirà per stravolgere l’ordine costituito della vita di Woodcock, togliendogli con femminea tenacia parte del potere che il sarto credeva di detenere. Una relazione intensa, non necessariamente lieta, che descrive perfettamente il mistero alla base dei legami, quel “filo nascosto”, per l’appunto, che porta due persone, due solitudini, ad unirsi. Alle volte contro ogni aspettativa e logica.

 

Coco

Miguel: “Per tutta la vita ho sentito qualcosa, che mi rendeva diverso…”
Ernesto de la Cruz: “Uno non può negare ciò che è realmente”

Coco è un film diretto da Lee Unkrich, già autore di Monsters & Co. e Toy Story 3 – La grande fuga, e Adrian Molina. A fare da protagonista ci sono i sogni e le speranze del piccolo Miguel: diventare un musicista proprio come il suo idolo, Ernesto de la Cruz, nonostante gli ostacoli posti dalla propria famiglia, ancora traumatizzata dall’abbandono subito da Coco, figlia di Imelda e madre di Miguel. Durante il Día de Muertos, festa nazionale messicana, Miguel si ritrova ad affrontare un’avventura nel mondo dei morti, un viaggio che scioglierà i nodi di storie, sentimenti e ricordi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *