I partiti all’alba del Governo Conte

Il 1 giugno 2018 è ufficialmente nato il sessantacinquesimo esecutivo italiano, con a capo il nuovo Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Le dinamiche che si sono sviluppate dopo il voto del 4 marzo hanno comportato, inizialmente, uno stallo politico caratterizzato da forzate interlocuzioni tra i partiti, richiamando alla memoria un meccanismo tipico dell’era del proporzionalismo della Prima Repubblica. Il Movimento 5 Stelle e la Lega, rispettivamente prima e terza forza politica per numero di voti, hanno interagito per riuscire a trovare una convergenza sui temi presentando un pacchetto di politiche pubbliche comune formalizzato all’interno di un contratto in stile privatistico denominato Contratto per il governo del cambiamento. Dopo la crisi istituzionale giunta come una “tempesta dopo la quiete”, ma poi cessata con tanto di arcobaleno, il nuovo premier Conte è diventato dunque il garante di tale contratto.

Incentrare l’azione di governo su un documento di questo tipo è sicuramente un elemento innovativo, che desta non poca curiosità. Tuttavia, per valutare l’effettiva realizzazione di queste politiche occorre attendere non poco tempo. Quello che si può fare, invece, è analizzare sommariamente la comunicazione, il posizionamento e lo “stato di salute” dei partiti dalla fine del 4 marzo fino a questa fase iniziale di governo. Dal 4 marzo in poi l’iter che si è concluso con il giuramento del 1 giugno è stato tutt’altro che semplice, con particolare riferimento al clamoroso strappo istituzionale tra il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i leader politici Luigi Di Maio e Matteo Salvini. L’eccezionalità dell’evento è rappresentata anche dal fatto che prima di tale frizione non vi erano stati espliciti cenni di contrasto tra i leader dei partiti e il capo dello stato. Questo terremoto istituzionale, come vedremo, ha provocato una netta reazione da parte delle forze politiche, che in alcuni casi hanno dovuto cambiare lo stile di comunicazione e le loro posizioni in maniera molto repentina. Per sviluppare l’analisi si utilizzerà la dinamica tripolare dell’attuale sistema politico italiano. Dinamica che, in futuro, con molta probabilità, sarà soggetta ad ulteriori cambiamenti.

Movimento 5 Stelle

Il Movimento 5 Stelle ha ormai stabilmente scelto di adottare uno stile comunicativo e organizzativo di stampo “governista”, cercando allo stesso tempo di cristallizzare i consensi dell’elettorato più intransigente tramite l’attivismo di Alessandro Di Battista. Durante la campagna elettorale l’obiettivo è stato quello di mandare un messaggio di competenza, organizzazione e credibilità all’elettorato moderato e a giudicare dal balzo in avanti in termini di voti percentuali si può affermare che l’obiettivo sia stato raggiunto. Proprio per questo motivo, una figura politica come Luigi Di Maio difficilmente può tornare in maniera così repentina ad adottare linguaggi politicamente più aggressivi come abbiamo osservato dopo il diniego di Mattarella di affidare il Ministero dell’Economia al professore Paolo Savona. La gestione della delicata fase istituzionale susseguente al “veto” ha portato a compiere l’errore dell’impeachment, che avrebbe potuto minare la credibilità del Movimento se non fosse stato prontamente ritirato. In questo senso, il dietrofront compiuto da Di Maio è stata la vera mossa strategica che ha sbloccato la situazione, ed è il motivo principale per il quale oggi a Palazzo Chigi vi è Giuseppe Conte. Il Movimento 5 Stelle di oggi non è più adatto a cavalcare l’onda della protesta, anche nel modo in cui è organizzato. All’interno del Movimento gli esponenti più pasionari sono ormai in minoranza e forse si sentirebbero più vicini ad Alessandro Di Battista, che ha dimostrato di essere a suo agio quando i toni aumentano di decibel. Ora, però, la sfida è quella del governo e Di Maio è l’interprete pentastellato più adatto. Con il governo Conte, il Movimento 5 Stelle si gioca il proprio futuro.

 

Lega e Centrodestra

La Lega è al governo, Fratelli d’Italia si astiene, Forza Italia vota contro. Il centrodestra, dunque, è tutt’altro che unito. A questo punto, una coalizione di questo tipo non può che rimanere una mera formula elettorale per riuscire a raccogliere quanto più consenso possibile, scongiurando ipotesi di divisione tipicamente nefaste a livello elettorale. In questo senso, quella del centrodestra è una coalizione pragmatica. L’iter che ha portato alla formazione del governo ha visto come co-protagonista Matteo Salvini, leader leghista che occupa il primo posto in termini di strategia più efficace e vincente. Uscito vincitore dalla competizione interna alla coalizione portando la Lega (non più Nord) dal 4% del 2013 al 17% del 2018, Salvini è adesso Ministro dell’Interno e vice-Presidente del Consiglio insieme a Luigi Di Maio. In tutte le fasi negoziali il leader leghista è sempre riuscito a porsi in una posizione di vantaggio, fino ad arrivare all’aut-aut imposto dal cambio di rotta di Luigi Di Maio sull’impeachment. Con Salvini, la Lega riesce a mantenere contemporaneamente l’impulso di protesta anti-establishment con la capacità di governo derivante dalle responsabilità esecutive a livello territoriale, in particolare nel Veneto e in Lombardia. In questo modo, nel susseguirsi degli eventi, Salvini è sembrato sempre in controllo della situazione, potendo contare più di tutti sull’incremento del consenso elettorale. Infatti, al culmine della crisi di governo, il leader del carroccio si è ritrovato dinanzi il facile bivio delle elezioni (e dunque dell’ipotetico, ma probabile, aumento dei consensi) o della carica di Ministro dell’Interno. Alla fine, l’ultima opzione ha prevalso. Passando alle altre due forze politiche interne alla coalizione di centrodestra, si può osservare come Forza Italia e Fratelli d’Italia abbiano anche tra di loro diverse vedute sull’esecutivo Conte. Se da un lato Silvio Berlusconi ha dapprima, in sostanza, lasciato il “nulla osta” a Salvini per l’interlocuzione con il Movimento 5 Stelle, salvo poi criticare il contratto e dichiarare la sfiducia al governo, dall’altro Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia dichiarano l’astensione e la volontà di decidere “provvedimento per provvedimento”. La posizione di Fratelli d’Italia è stata tra le più convulse del panorama partitico italiano. Si è passati infatti dall’accusa del tradimento di Salvini verso la coalizione fino alla manifestata volontà di entrare a far parte del governo, il tutto intervallato dall’accusa di impeachment per Mattarella. Da questo quadro viene fuori una coalizione divisa e litigiosa, ma che per motivi elettorali è destinata a rimanere insieme salvo clamorosi sconvolgimenti di sistema che, in Italia, non sono mai da escludere.

 

Partito Democratico

Dopo il 4 marzo, del centrosinistra è rimasto solamente il 18% del Partito Democratico, percentuale più bassa mai raggiunta dalla sinistra in Italia. Una discussione riguardo le motivazioni che hanno portato a questa débâcle tarda ad arrivare, ma la strategia assunta dal PD appare chiara: opposizione a tutti i costi, al fine di ricucire lo strappo con l’elettorato e cercare di sfruttare una dinamica dell’alternanza volta a punire l’incumbent se governa male. I rischi di tale decisione non sono pochi, ma è innegabile che al PD convenga rimanere lontano dai posti di potere durante questa legislatura. Dal 4 marzo in poi abbiamo assistito ad un “Aventino” anche mediatico, caratterizzato da una scarsa presenza di esponenti della compagine governativa del partito, fatta eccezione per Ettore Rosato, facendo spazio agli outsider come Carlo Calenda. Tuttavia, un risveglio c’è stato. Dopo le parole di Mattarella su Savona, il PD ha cercato di sfruttare la divisione europeismo/antieuropeismo che si stava sostanziando, provando ulteriormente a imporsi come il partito dell’Europa, contrastando l’euroscetticismo di Lega e Movimento 5 Stelle. Il PD, però, è uscito fuori per poi tornare nella tana. La motivazione è semplice: le nuove elezioni non ci saranno e l’Italia del governo Conte rimarrà nell’eurozona. Al centrosinistra non rimane che iniziare a mettere in atto la propria idea di opposizione. Per fare opposizione, però, bisogna avere rabbia politica e rappresentare un elettorato che sta male, che soffre. L’elettorato, ma soprattutto la classe dirigente del PD, non ha questo imprinting, e allora la sfida potrebbe rivelarsi più difficile di quello che si pensa.

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