Pecunia non olet

Da giorni, ormai, si rincorrono le voci che vorrebbero il Movimento 5 Stelle al centro di uno scandalo di portata nazionale: rimborsopoli.
Giustizialismi a parte, la sedicente onestà dei pentastellati sembra essersi infranta contro gli scogli di una campagna elettorale cui non stanno mancando colpi di scena e sgambetti.

La notizia, come una scheggia impazzita, ha cominciato a rimbalzare tra tutti i mezzi di informazione: per primi ne hanno dato notizia Le Iene, in un secondo momento sono arrivate diverse indiscrezioni e indagini dalla quasi totalità delle testate italiane.

Ma partiamo dal principio. Il programma elettorale dei pentastellati, visto il proprio codice interno, prevedeva la restituzione di metà della parte fissa del loro stipendio, più i rimborsi spese non sfruttati. Il tutto sarebbe andato a confluire in un conto corrente gestito dal Ministero dell’Economia volto a finanziare un fondo usato per il microcredito alle imprese.

Come riferisce il sito tirendiconto.it, ad oggi la restituzione degli stipendi da parte dei membri del Parlamento, destinata al fondo per il microcredito alle imprese, ammonterebbe a poco più di 23,4 milioni di euro. Il problema, tuttavia, risiede nel fatto che in questa cifra sono stati conteggiati rimborsi di consiglieri regionali, europarlamentari, e di altri deputati successivamente confluiti nel gruppo misto. In totale, dunque, mancherebbero circa 1,4 milioni di euro.

Parrebbe che l’operazione sia la seguente: viene stampata la ricevuta online dei bonifici, e in un secondo momento lo stesso verrebbe revocato, dal momento che è possibile farlo entro 24 ore dalla emissione.

A quanto pare, ad ispirare l’inchiesta delle Iene sarebbe stato un ex militante del M5S che ha deciso di restare anonimo. Alcune verifiche hanno dimostrato la colpevolezza del deputato Andrea Cecconi e del senatore Carlo Martelli, che hanno trattenuto rispettivamente 21mila euro e 76mila euro grazie a un totale di 31 bonifici fantasma. Entrambi, dopo aver negato, hanno annunciato che in caso di rielezione il 4 marzo, si dimetteranno prontamente.
Prontamente, tuttavia, è una parola esagerata: l’iter che porta alle dimissioni non è breve e semplice, infatti oltre a doverlo richiedere alla propria camera di appartenenza e motivarlo, serve anche la maggioranza del voto dei colleghi, che il più delle volte non arriva per ragioni di rispetto o, in altri casi, di strategia.

La fonte anonima avrebbe aggiunto che il numero dei coinvolti in rimborsopoli presenterebbe la doppia cifra, per un totale di oltre dieci persone coinvolte. Tra i responsabili, nei primi giorni, figura anche Maurizio Buccarella, senatore pugliese che avrebbe ritirato gli ultimi due bonifici.

La linea difensiva del Movimento appare da subito goffa e garantista. Il silenzio del leader in un primo momento, seguita poi dall’ammissione del Movimento: “È possibile che ci sia stato un errore di calcolo nella somma totale delle restituzioni di questi cinque anni. È una cifra più alta di quanto hanno in realtà restituito i parlamentari”.

In un secondo momento, visto lo spazio che la notizia si sta ritagliato nei palinsesti, il cambio di marcia, mea culpa e atteggiamento giustizialista. Secondo esponenti del M5S il problema si dipana in due errori: in primo luogo, il fatto che all’inizio i calcoli venivano aggiornati manualmente tramite caselle Excel, per cui potrebbe trattarsi di un banale errore di calcolo; ad un secondo livello si presenta il problema dei controlli, il non aver ideato un adeguato meccanismo di controllo dei bonifici versati correttamente.

La linea giustizialista invece l’ha adottata proprio Luigi Di Maio, candidato premier e leader dei Grillini. In preda al panico generale, avrebbe affermato di non potersi più fidare di nessuno: “Sui rimborsi ho sbagliato a fidarmi del genere umano”. Convinto della propria buona fede, ha chiesto anche al Mef di pubblicare i dati ufficiali delle restituzioni.

Nel frattempo, ad incalzare sono i maggiori esponenti del Partito Democratico. Da una parte Renzi che chiede come possa controllare i conti del governo chi “non sa neanche controllare i propri conti”. Laura Boldrini, dal canto suo, prova a spiegare quale sarebbe stata la giusta via: “Se si fossero tagliati lo stipendio del 30% come ho fatto io all’inizio di questa legislatura, avrebbero fatto risparmiare lo Stato. E nessuno avrebbe potuto fare il furbetto”.

Nella giornata di ieri, Di Maio, dopo opportune verifiche del Mef, avrebbe calcolato l’ammanco per un totale di 800mila euro, trovando in ben otto persone i responsabili: ai già citati Martelli, Cecconi e Buccarella si aggiungono Emanuele Cozzolino, Silvia Benedetti, Elisa Bulgarelli, Girolamo Pisano e Ivan Della Valle (gli ultimi due avrebbero trattenuto rispettivamente 200 e 270mila euro).

Nell’ultima intervista rilasciata, Di Maio avrebbe dichiarato la “settimana dell’orgoglio 5 Stelle” invitando i parlamentari uscenti a fare campagna elettorale in tutta Italia esibendo i propri bonifici. Un po’ come quelli che donano fondi alle popolazioni terremotate o a qualche ente no-profit con un SMS (gesto bellissimo, se privo di secondi fini) e poi corrono a postare lo screenshot sui social per avere il plauso e l’ammirazione dei propri amici.
Bene per esibizionismo, regola d’oro nell’Italietta dell’era mediatizzata.

Ai detrattori della manovra pentastellata in quanto tale, va dedicata una massima di Vespasiano: “Pecunia non olet”. Che si intendano come soldi cui gente onesta ha deciso di rinunciare, o che si intendano come un teatrino senza controllo e con qualcosa di poco chiaro sotto, il fondo per il microcredito alle imprese è un’ottima causa.

Presupponendo l’innocenza e la buona fede del M5S, il problema non va analizzato solo sul piano della morale: una delle più aspre (e vere, dopo tutto) critiche mosse da sempre nei loro confronti, è quella di peccare continuamente di inesperienza e di scarsa competenza, e anche questa vicenda lo conferma.

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