Pellegrinaggi moderni

Il 20 giugno è iniziato il primo viaggio all’estero di Donald Trump: Arabia Saudita, Israele, Vaticano, Belgio e Italia. Europa e Medio Oriente sono state, dunque, le prime mete del nuovo Presidente degli Stati Uniti, contrariamente a quello che ci si poteva aspettare dalla scorsa campagna elettorale.

Non ho intenzione di fare un resoconto dettagliato del viaggio. Vorrei invece soffermarmi su quello che la stampa ha definito come il pellegrinaggio fra i luoghi santi delle tre grandi religioni monoteistiche – Islam, Ebraismo e Cristianesimo. Il 4 maggio Trump aveva annunciato di voler “unire i popoli di tutte le fedi attorno a una comune visione di pace, progresso e prosperità, portando un messaggio di tolleranza a miliardi di persone”. Ebbene, dubito fortemente che le cose stiano così. Dubito fortemente che il Presidente abbia veramente a cuore la promozione del dialogo interreligioso, anche perché, se fatto seriamente, significherebbe trovare dei terreni comuni su cui piantare il seme di una politica lungimirante di tolleranza e di libertà di culto. Come ogni coltura, però, questo richiede del tempo affinché si possano cogliere i primi frutti. Di tempo, Trump, dubito ne voglia dedicare, lui che è stato eletto per sistemare veloce e bene ogni faccenda.

Religione è politica, non c’è dubbio: chi nega questo binomio è fuori pista. Riconoscerlo tuttavia non vuol dire annullare il primo elemento nel secondo, semmai si prende atto del fatto che la religione come atto di scelta (dal latino re-eligere = scegliere) e come atto di unione (dal latino re-ligare = unire) da parte del singolo individuo è inscindibile dall’attività preposta all’amministrazione del bene comune della società. Così nella storia succede che la religione si occupi di politica, che la politica si interessi alla religione. Ecco: ho l’impressione che il Presidente Trump veda la religione come uno strumento che può maneggiare, monetizzare, vendere e acquistare a proprio piacimento, a seconda dell’affare che vuole mandare in porto. Si tratta sempre di business, dopotutto.

Arabia Saudita – Islam

Di fronte a una folta platea di leader di vari Paesi musulmani, il nuovo inquilino della Casa Bianca ha esortato “la maggioranza musulmana a prendere la leadership nella lotta alla radicalizzazione” perché si può vincere il terrore “solo se le forze del bene saranno unite e se tutti in questa stanza daranno il loro contributo”. Per forze del bene si intende, ovviamente, Stati Uniti e quant’altri vorranno accodarsi. Per maggioranza musulmana si intende, ovviamente, quella sunnita, di cui l’Arabia rappresenta la componente più influente: quella wahabita. Al centro della proposta americana c’è sostanzialmente un baratto: “non siamo qui per dare lezioni a nessuno o dirvi cosa dovete fare e come”, in cambio pretendiamo però un impegno deciso contro il terrorismo. Per terrorismo si intende, ovviamente, quello islamico, ma nello specifico quello presumibilmente sponsorizzato dall’Iran sciita.

Oltre all’accoglienza regale, i sauditi hanno ricambiato con la firma di accordi per l’acquisto di armi e sistemi di difesa made in US per 110 miliardi di dollari. Chi beneficerà realmente da quest’accordo, oltre gli azionisti delle industrie di armamenti, è tutto da vedere. Di sicuro non gioverà alla lotta al terrorismo come la intende Trump, dal momento che tutto il mondo è consapevole del fatto che il wahabismo rappresenta la matrice ideologica che accomuna l’odierno filone terroristico, da quello talebano all’ISIS. Armare i Saud fino ai denti è quindi un’operazione per lo meno discutibile. Poco importa se le cause reali del terrorismo contemporaneo affondano le radici nella torbida storia del Medio Oriente del secolo scorso. Poco importa se l’ISIS come lo conosciamo oggi altro non è altro che la diretta conseguenza dell’invasione americana dell’Iraq. Poco importa poi se alcuni membri dell’attuale coalizione sunnita sono gli stessi finanziatori delle principali cellule terroristiche attive nella regione.

L’importante per Washington, al momento, è accerchiare Teheran per impedirle di consolidare la propria posizione di pivot all’interno dello scacchiere regionale. Visti i recenti sviluppi, questa politica sta già portando i suoi frutti: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto hanno ufficialmente rotto i rapporti diplomatici con il Qatar. Questi Paesi accusano il piccolo emirato di sostenere il terrorismo, per esempio il gruppo Tahrir al Sham, erede del gruppo siriano che fino a diversi mesi fa era formalmente affiliato con al-Qaida. Tutto vero, ma l’accusa maggiore è quella di essere troppo vicino all’Iran, per via del sostegno offerto da Doha ai ribelli sciiti in Yemen, ad Hamas e alla Fratellanza Musulmana. Ovviamente Trump ha gongolato in una serie di tweet in cui ha dichiarato che questo “forse è l’inizio della fine del terrorismo”, salvo poi telefonare all’emiro Al-Thani rassicurandolo del suo aiuto per risolvere la crisi diplomatica. Forse gli è stato fatto notare che il Qatar ospita la più grande base militare americana del Medio Oriente, la base di Al Udeid, centrale per le operazioni aeree contro lo Stato Islamico in Iraq e Siria.

C’è anche un ultimo aspetto di questa missione che va tenuto presente a mio avviso: gli Usa hanno necessità di riaffermare la propria presenza in Medio Oriente specialmente ora che la Russia, con i suoi alleati (Siria e Iran, e in parte Turchia), sta strategicamente muovendo le pedine nella regione. Trump vuole arrivare al confronto con Putin – se e mai ci sarà – partendo da una posizione dominante nell’area. Anche per questo la seconda tappa non poteva non essere la Terra Santa, hub originario dell’instabilità politica di tutta la regione.

Israele – Ebraismo

“Durante questa visita noi punteremo a una cooperazione sempre maggiore nella lotta al terrorismo e alla sua ideologia malvagia”. Sono state queste le prime parole che Donald Trump ha pronunciato al suo arrivo in Israele. Gli ha fatto eco il premier israeliano Benjamin Netanyahu: “Israele condivide il suo impegno per la pace e tende la mano ai palestinesi”, definendo quella del Presidente Usa “una visita storica perché nessun presidente ha mai visitato Israele nel suo primo viaggio all’estero”. Nessun Presidente in carica aveva mai finora visitato il Muro del Pianto per via del suo significato politico, dal momento che si trova a Gerusalemme Est, occupata da Israele nella Guerra dei Sei Giorni e rivendicata dai palestinesi come capitale del loro futuro Stato. Il Tycoon ha inoltre continuato a criticare Teheran accusandola di sostenere il terrorismo e ha promesso a Netanyahu che l’Iran non otterrà mai l’arma nucleare. Tuttavia, Donald Trump ha tenuto a far recapitare un messaggio schietto al Primo ministro israeliano: “Se Israele vuole davvero la pace con i suoi vicini arabi, il prezzo è quello di risolvere l’impasse con i palestinesi”. Per anni, infatti, Netanyahu ha cercato di ricalibrare le relazioni con le nazioni arabe sunnite nel mutuo tentativo di contrastare l’Iran sciita, declassando la disputa con i palestinesi a una questione secondaria. Trump vuole invece che il processo di pace tra israeliani e palestinesi si concluda durante il suo (secondo?) mandato presidenziale.

Per questo ha incontrato a Betlemme in Cisgiordania il leader palestinese Abu Mazen che ha confermato l’intenzione della Palestina di rimanere fedele alla “soluzione dei due Stati”, chiedendo a Israele la cessazione dell’occupazione delle terre e il riconoscimento della Palestina. Vedremo se anche Washington si muoverà in questo senso, ma di sicuro non sarà cosi facile come sperano alla Casa Bianca. Prima di lasciare Tel Aviv in direzione Roma, Donald Trump ha infatti dichiarato: “La mia amministrazione starà sempre con Israele. Questa è la mia promessa a voi”. Più che altro sembra una promessa rivolta agli ebrei americani che ha corteggiato per avere i voti e i finanziamenti durante la campagna elettorale e ai quali aveva solennemente promesso di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Appena insediati, i suoi fidati consiglieri, primo fra tutti il genero Jared Kushner, ebreo conservatore, gli hanno fatto capire che un eventuale trasferimento della rappresentanza americana avrebbe fatto saltare immediatamente qualsiasi tavolo delle trattative. Great boast, small roast.

Città del vaticano – Cristianesimo

Sicuramente l’incontro più atteso, quello tra Papa Francesco e Donald Trump. L’uno un costruttore di ponti e di dialogo per antonomasia, l’altro un costruttore di muri per professione. Due antipodi, che si sono incontrati per ricucire i rapporti dopo un anno di gelo. Bergoglio aveva aspramente criticato, infatti, le proposte dell’allora candidato Trump sottolineando che “una persona che pensa solo a fare muri non è cristiana”. In una città completamente blindata e in massima allerta, il Papa ha concesso un’udienza privata di trenta minuti con i seguenti dossier sul tavolo: migrazione, promozione della pace, tutela delle comunità cristiane in Medio Oriente.

Questo incontro aveva era particolarmente importante per Donald Trump. Il Presidente ha infatti conquistato la maggioranza (52% circa) del voto cattolico degli Stati Uniti che invece nelle due passate elezioni si era schierata con Obama. Un legame che è stato in seguito istituzionalizzato con la nomina di una folta schiera di ultracattolici nella nuova amministrazione, tra cui Steve Bannon, l’influente capo stratega della Casa Bianca, Sean Spicer, il portavoce della Casa Bianca, così come anche Kellyanne Conway, consigliera personale del Presidente. Uscire indenni e rassicuranti dal Vaticano era dunque una necessità.

Dopo la stretta di mano, Trump ha consegnato al Papa il suo regalo: un cofanetto di libri di Martin Luther King. Il Papa a sua volta gli ha regalato, tra i vari doni, la famosa enciclica “Laudato si” sulla cura della casa comune, un manifesto ambientalista scritto da Francesco nel 2015. Giusto per ribadire, prima del commiato, qual è il senso dell’essere cristiani oggi, nel 2017. In un solo gesto, il Papa ha mostrato che fra i telepredicatori e i credenti c’è un abisso.

Di fede.

 

 

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