Penny Wirton Forlì: la scuola di italiano per migranti

“Tutti gli usi della parola a tutti” mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo.   Gianni Rodari

Cinquant’anni fa veniva stampato un libro intitolato “Lettera a una professoressa”, scritto da don Lorenzo Milani insieme ai suoi alunni della scuola di Barbiana. Nel 1954 don Milani, presbitero, scrittore, docente ed educatore, a causa di alcuni contrasti con la Curia di Firenze, venne mandato a Barbiana, una piccola frazione immersa nel Mugello ed abitata al tempo solamente da una quarantina di persone. A Barbiana Milani si fece promotore di un esperimento rivoluzionario: creare una scuola a tempo pieno, o meglio a “pieno tempo”, come amava dire lui, dalle 8 del mattino alle 7 e mezza di sera. Una scuola destinata alle classi popolari, a volte discriminate nelle scuole pubbliche o impossibilitate a raggiungerle. Così scrive Milani nelle pagine di “Lettera a una professoressa”: “La parola pieno tempo vi fa paura. Vi par già difficile reggere i ragazzi al mattino. Ma è che non avete provato. Finora avete fatto scuola con l’ossessione della campanella, con l’incubo del programma da finire prima di giugno. Non avete potuto allargare la visuale, rispondere alle curiosità dei ragazzi, portare i discorsi fino in fondo. Così è finito che avete fatto tutto male e siete rimasti scontenti voi e i ragazzi”. E’ proprio questo il sogno di Milani, una scuola totale, profonda, che insegni a pensare.

“Lettera a una professoressa” è un’aperta polemica nei confronti della scuola pubblica degli anni 60 e manifesto di un modo nuovo, diverso, di intendere l’istruzione. In primis i metodi utilizzati erano profondamente rivoluzionari e in netta controtendenza con quelli diffusi all’epoca. La scuola di Barbiana si fondava su uno stretto rapporto umano tra docente e discente, fu bandita ogni forma di punizione corporale e non c’erano voti e pagelle, promozioni o bocciature. La lettura dei giornali e della posta, per comprendere e decifrare l’attualità, era parte integrante e fondamentale dell’insegnamento. La scuola di don Milani era totalizzante: si studiava, certamente, ma si praticava anche sport, si imparava a lavorare il legno e il ferro, si costruivano tutti gli oggetti che servivano per la scuola.

Esistono ancora i ragazzi di Barbiana al giorno d’oggi? Chi sono? Eraldo Affinati e Anna Luce Lenzi, fondatori della Scuola Penny Wirton, hanno individuato nelle migliaia di immigrati che vivono nel nostro paese, spesso in condizioni ai limiti dell’umanità, sradicati dalle loro case e ora soli in un paese a loro estraneo, i ragazzi di Barbiana contemporanei. Così, dal 2008, hanno deciso di provare ad offrire corsi gratuiti di lingua italiana a Roma per migranti, in modo da facilitare l’inclusione degli stranieri nel tessuto sociale urbano, creando dei veri e propri “laboratori antropologici dell’Europa contemporanea” come scrivono sul loro sito. “Non un’ospedale che cura i sani e rifiuta i malati” citando ancora le parole di don Milani.

Nel corso degli anni sono nate altre scuole Penny Wirton in tutta Italia e, dal giugno 2016, grazie all’adoperarsi e alla passione di Liana Gavelli e Massimo Tesei, la scuola è presente anche a Forlì, appoggiandosi all’Associazione Forlì Città Aperta. Ad oggi, la scuola di Forlì è uno straordinario luogo di incontro, di integrazione, di conoscenza e di crescita, sia per gli studenti che per i maestri, potendo contare su più di 100 studenti già iscritti e più di 30 insegnanti volontari. Non a caso, il motto dell’associazione Forlì Citta Aperta è “la gentilezza nei confronti di uno sconosciuto è il fondamento della civiltà”. L’approccio che viene utilizzato è profondamente innovativo, si cerca infatti di portare avanti l’insegnamento uno-a-uno o, al massimo, uno-a-due, personalizzando e tarando i metodi a seconda del ragazzo che si ha di fronte. Infatti i livelli degli alunni sono molto diversi tra loro, si va da chi ha frequentato l’università nel suo paese di origine a chi è completamente analfabeta: l’approccio personalizzato permette di superare le difficoltà derivanti dall’eterogeneità della classe. Inoltre, il legame che si crea tra il maestro e l’alunno in questo modo è sin dall’inizio molto informale, colloquiale e di amicizia, aspetto che semplifica molto l’apprendimento futuro.

Da un mese, insieme ad alcuni compagni di università, ho cominciato a fare volontariato come insegnante per la Scuola Penny Wirton di Forlì e posso testimoniare come questa sia un’esperienza di crescita fortemente gratificante e stimolante. Mi ha colpito la voglia di imparare e di migliorarsi dei ragazzi, ad esempio di Tunde, un ragazzo nigeriano poco più grande di me, che lunedì scorso mi ha chiesto di spiegargli il futuro anteriore, i pronomi relativi e di fare pratica con le preposizioni perché per trovare lavoro doveva assolutamente migliorare il suo livello di italiano. Di Ramadan, che dopo aver lavorato tutto il giorno viene a lezione e prende appunti in maniera meticolosa sul suo quaderno. E di un ragazzo marocchino che, per esercitare la lingua e per dare forma ai suoi ricordi, sta provando a mettere per iscritto la storia della sua odissea: Libia, Grecia e Ungheria, dove è stato in carcere sette mesi, prima di arrivare in Italia.

Nonostante i numeri già importanti della Scuola di Forli, continuamente arrivano nuovi ragazzi desiderosi di apprendere la lingua e, di conseguenza, per assicurare un insegnamento di qualità personalizzato, si cercano altri volontari. Le lezioni si tengono ogni lunedì sera, dalle 19 alle 20:30 in Via Giacomo della Torre 7 nella sede di Forlì Città Aperta e ogni martedì e venerdì, dalle 9.30 alle 11 al Centro per la Pace, via F. Andrelini 59. Inoltre, il 2 Dicembre alle 19:30 in Sala del Chiostro di S. Mercuriale, l’associazione Forlì Città Aperta organizza l’ormai tradizionale “Cena dei Piatti”, in cui ogni partecipante preparerà un piatto tipico della sua regione, città o paese, e lo condividerà con gli altri.

In conclusione, riportiamo un bellissimo passaggio della “Lettera dei ragazzi di Barbiana ai ragazzi di Piadena” scritta da don Milani e gli alunni della sua scuola l’1 Novembre 1963:

A poco a poco abbiamo scoperto che questa è una scuola particolare: non c’è né voti, né pagelle, né rischio di bocciare o di ripetere. (…) Questa scuola dunque, senza paure, più profonda e più ricca, dopo pochi giorni ha appassionato ognuno di noi a venirci. Non solo: dopo pochi mesi ognuno di noi si è affezionato anche al sapere in sé.
Ma ci restava da fare ancora una scoperta: anche amare il sapere può essere egoismo.
Il priore ci propone un ideale più alto: cercare il sapere solo per usarlo al servizio del prossimo, per es. dedicarci da grandi all’insegnamento, alla politica, al sindacato, all’apostolato o simili.
Per questo qui si rammentano spesso e ci si schiera sempre dalla parte dei più deboli: africani, asiatici, meridionali, italiani, operai, contadini, montanari.
Ma il priore dice che non potremo far nulla per il prossimo, in nessun campo, finché non sapremo comunicare.
Perciò qui le lingue sono, come numero di ore, la materia principale.
Prima l’italiano perché sennò non si riesce a imparare nemmeno le lingue straniere.
Poi più lingue possibili, perché al mondo non ci siamo soltanto noi.
Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre.

 

 

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