Perché ci deve interessare l’incidente di Sidi Bouzid

TUNISIA. Il 27 aprile scorso perdevano la vita in un incidente stradale 12 contadine a Sabbala, nei pressi di Sidi Bouzid. Altri venti le operaie rimaste ferite. Le donne, partite la mattina presto, erano state caricate su un camion e dirette nei campi sui quali avrebbero trascorso la giornata lavorativa.

Questa routine di sfruttamento è stata interrotta quel giorno dal tragico accaduto nel centro della Tunisia, impedendo alle donne di arrivare sui campi dove avrebbero lavorato. L’incidente, che inizialmente ha scatenato un polverone sulla questione della sicurezza dei trasporti nel Paese, di fatto ha riportato alla luce la questione dei diritti delle donne lavoratrici e un fenomeno che ricorda tanto quello del caporalato, che il sud Italia conosce molto bene.

Il Paese sembra infatti camminare a due velocità, con un grande divario tra le città e le campagne che si manifesta soprattutto nella questione dei diritti dei lavoratori.

Le Monde riporta: “Secondo il Ministero tunisino dell’agricoltura, quasi un milione di donne vivono in zone rurali e tra queste il 58% è impiegato come manodopera agricola. Negli ultimi quattro anni, l’ONG del Forum tunisino per i diritti economici e sociali ha registrato quaranta decessi e 496 feriti a causa di incidenti dello stesso tipo.”  

Questa vecchia e nuova forma di schiavitù, presente ancora oggi nell’entroterra tunisino, interpella anche il consumatore europeo, dal momento che la maggior parte della produzione agricola tunisina è esportata, in primis sulle tavole dell’Unione Europea.

Proprio in questi ultimi tempi in Tunisia è molto animato il dibattito relativo ai negoziati in vista dell’Accordo di Libero Scambio Completo e Approfondito tra la Tunisia e l’Unione Europea – Accord de libre-échange complet et approfondi Tunisie-UE (ALECA). L’effettivo compimento dell’accordo significherebbe una progressiva liberalizzazione degli scambi, con la creazione di uno spazio privilegiato per gli Investimenti Diretti Esteri sul territorio tunisino, l’esistenza di una corsia preferenziale per i prodotti agricoli del Paese verso l’Unione e una facilitazione nelle procedure per i visti degli imprenditori.

L’eventuale conclusione dell’accordo rappresenterebbe inoltre un ulteriore tassello per la concretizzazione del Partenariato Privilegiato tra UE e Tunisia, già firmato il 19 novembre 2012, che fissa una strategia per il rafforzamento delle relazioni bilaterali tra i due soggetti.

Nel 1995 era stato concluso l’Accordo di associazione tra la Tunisia e l’UE, con l’obiettivo di catalizzare il processo di modernizzazione del sistema produttivo agricolo del Paese del Maghreb.  

Ma i principali sindacati tunisini temono che il sistema agricolo possa risentire di un bilancio più a favore dell’UE, con molte condizionalità imposte e pochi benefici.

In uno studio sulle conseguenze dell’accordo effettuato dal Forum Tunisino per i diritti economici e sociali, si legge: “Le conseguenze dell’accordo si annunciano problematiche, in particolare sia per il mercato interno che all’interno del settore agricolo. Nello specifico, si deve affrontare la questione della sovranità alimentare. Nel negoziare l’ALECA, il governo tunisino deve essere cosciente che mette in gioco la sovranità del proprio paese. La sovranità alimentare, ma anche la propria sovranità a legiferare, a scegliere i propri valori normativi e a garantire i diritti dei propri cittadini. Continuare nella strategia attuale di diffusione minima di informazioni, se questo permetta possibilmente al governo tunisino di ratificare più facilmente l’ALECA, non è una buona strategia. Le persone che perderanno di più in questo tipo di accordi sono quelle che non hanno le informazioni adeguate.”  

Forte, dunque, è anche l’accento messo sull’assenza di riferimenti ai diritti umani delle persone coinvolte nella filiera all’interno dei testi dei negoziati.

E non a torto, soprattutto alla luce dell’incidente di qualche giorno fa, evento non isolato nel panorama della Tunisia.

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