Perché le BR uccisero Roberto Ruffilli

Ho studiato cinque anni presso l’ormai ex facoltà di Scienze Politiche “Roberto Ruffilli” , vecchia poiché non esistendo più le facoltà, bensì le scuole, ad oggi a Roberto Ruffilli è intitolata la sede forlivese, e non più la facoltà, della Scuola di Scienze Politiche dell’Università di Bologna. L’articolo non mira ad approfondire un personaggio del quale sono conosciute sia le opere che le idee, bensì cercare di spiegare le ragioni che portarono le BR –PCC a colpire il senatore forlivese.

Pur avendo sempre mantenuto un certo interesse (si badi che interesse non significa simpatia) nell’approfondimento di tutte quelle forze che si sono prefisse di praticare la lotta armata al fine di generare una rivoluzione in Italia, sono venuto a conoscenza della storia di una delle ultime vittime delle Brigate Rosse solamente varcando le porte dell’ormai ex facoltà di Scienze Politiche “Roberto Ruffilli”. La prima domanda che mi sono posto, approfondendo un po’ i fatti, non riguardava tanto il perché uccidere un tecnico, uno poco noto, in fin dei conti conoscendo i fatti riguardanti l’omicidio di Marco Biagi, di Hunt e di Bachelet e le differenze tra le BR – PCC e le BR – UCC, la risposta l’avevo già intuita. La mia domanda, la prima che mi venne e mi viene tutt’ora quando odo il nome di Roberto Ruffilli, è : “Chissà se quando l’hanno fatto inginocchiare avrà capito che lo stavano ammazzando, chissà quali saranno state le sue ultime parole”. Sì, perché diversamente da Marco Biagi, e anche da Vittorio Bachelet, i quali vengono freddati senza aver avuto il tempo di realizzare quanto stesse accadendo loro, a Roberto Ruffilli quei brigatisti vestiti da postini il tempo per realizzarlo glielo lasciano eccome. Al generale Hunt, invece, il tempo di realizzare i suoi ultimi istanti, più che le BR – PCC, glielo lascerà la corazzatura dell’automobile sul quale viaggiava prima dell’agguato nel quale, pur con la macchina corazzata, perderà la vita. Ma torniamo a Roberto Ruffilli.

E’ il 16 aprile del 1988. Il Muro di Berlino sta per crollare, l’URSS per implodere, il PCI è prossimo alla svolta che ne cambierà l’essenza, il sistema consociativo sul quale si reggevano le logiche della prima repubblica è prossimo a naufragare a colpi di suicidi, inchieste e populismo manettaro. Di lì a poco, all’Hotel Raphael di Milano si vedranno i post-fascisti del MSI che fonderanno in seguito Alleanza Nazionale e i post-comunisti del PDS schierati assieme tra i lanciatori di monetine,  in nome di quel giustizialismo abbracciato per sopperire all’apparente sconfitta della loro ideologia di riferimento. Qualcuno che insegna in una delle più prestigiose università del mondo, di lì a breve, dirà che la storia è finita.  Insomma, parafrasando Gramsci il vecchio è morto, ma il nuovo ancora non può nascere, sicché quegli anni rappresentano quell’interregno nel quale si verificano i fenomeni morbosi più svariati. E l’omicidio di Roberto Ruffilli rientra in uno di questi fenomeni.

E’ sabato, da poco son passate le 13. Il professore è appena rientrato nel suo appartamento in Corso Diaz 116 dopo aver partecipato ad un convegno tenutosi nella stessa Forlì. Suonano al citofono, è il postino, dice di avere un pacco per il senatore. Roberto Ruffilli,  ignaro, apre la porta e si trova davanti Stefano Minguzzi e Franco Grilli.  Una volta aperta la porta i due finti postini gli puntano una pistola mitragliatrice, la cecoslovacca Skorpion Vz61 e si fanno portare in soggiorno, lì lo invitano ad inginocchiarsi e poi lo “giustiziano” con tre colpi alla testa. Stramazza al suolo uno studioso ben conosciuto negli ambienti che contano: ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Bologna, braccio destro di De Mita e, soprattutto,  capogruppo DC nella commissione Bozzi. Le Brigate Rosse per la formazione del Partito Comunista Combattente qualche ora dopo l’operazione rivendicano con una telefonata alla redazione bolognese di Repubblica la paternità di quei tre colpi di Skorpion Vz 61. Sostengono di aver colpito “al cuore dello stato”.  https://www.youtube.com/watch?v=W6NBdFIRvno&feature=youtu.be

Qualche giorno dopo le BR – PCC comunicheranno alla redazione di Repubblica anche il luogo dove rinvenire il prolisso volantino che rivendica e spiega le ragioni dell’omicidio di Roberto Ruffilli.  E’ un bar di Roma frequentato sovente dal senatore forlivese. Far rinvenire in quel luogo il volantino é un monito alla classe politica, una sorta di “sappiamo tutto di voi”. Nel documento di rivendicazione le BR – PCC sostengono che il senatore non è solamente quello studioso mite e laborioso del quale si parla alla televisione, bensì “uomo chiave del rinnovamento, vero e proprio cervello politico del progetto demitiano, progetto teso ad aprire una nuova fase costituente.” Dal volantino emerge che Roberto Ruffilli è stato ucciso per colpire la politica riformista di De Mita, “giustiziandone” l’ideologo oltre che uno dei più pragmatici esecutori. Le BR – PCC argomentano sostenendo che il bipolarismo, volto a favorire l’alternanza di governo tra i due poli,  obiettivo cardine di quella politica riformista, svuoterebbe l’opposizione della sua capacità di agire all’interno della società nella funzione stessa di opposizione, mentre tutti i processi decisionali verrebbero deposti nelle mani della maggioranza.  Ciò rappresenta, secondo il volantino, una vittoria della borghesia sulla classe operaia, e di qui, al fine di scongiurarla, l’omicidio di Ruffilli. https://ladigacivile.eu/sites/default/images/articles/media/42/Volantino%20Rivendicazione66.pdf

Il profilo di Ruffilli rientra perfettamente nei possibili obiettivi delle BR – PCC, poiché è un tecnico come Bachelet, come anche D’Antona e Biagi (sebbene la rivendicazione provenga dalle Nuove BR appare chiaro come queste siano di impostazione militarista), rappresenta dunque il cuore dello stato, pur non essendone figura celebre. Sarà uno degli ultimi omicidi delle BR, antecedente a D’Antona e Biagi, tanto che nel settembre del 1988 sia le BR – Partito Guerrilla che le BR per la formazione del Partito Comunista Combattente verranno quasi del tutto smantellate. Sarebbe difficile entrare nello specifico della questione, ma è bene distinguere BR – UCC e BR – PCC: il primo è erede dell’ala movimentista delle BR, nonostante Curcio e Senzani abbiano davvero molto poco in comune. Senzani è senza dubbio più sanguinario, meno leader romantico, più cinico e forse anche più pragmatico. Quest’ultimo, professore e criminologo, sembra abbia avuto dei contatti con i servizi segreti. Di sicuro c’è che con uno dei servizi aveva condiviso un appartamento. La sua idea rivoluzionaria è meno elitaria, più che colpire al cuore dello stato ambisce a influenzare l’opinione pubblica (sarebbe meglio dire che ne vedeva in questa il cuore), anche attraverso atti di terrorismo mediatico, come ad esempio quando invia il video della condanna a morte del fratello di Peci Patrizio, pentito delle BR, a tutti i canali televisivi. https://www.youtube.com/watch?v=0VfT9hw1uvM

Peci verrà giustiziato con 11 colpi di pistola, come Moro e come il primo ministro italiano, dopo 55 giorni di prigionia. Qualcuno sostiene che quei colpi e quei giorni siano stati un messaggio per chi aveva intenzione di parlare in merito alle circostanze del sequestro Moro e del successivo omicidio. Una sorta di invito neanche troppo sottile ai pentiti brigatisti a tenere la bocca chiusa, poiché il Partito Guerrilla (o BR – UCC)Nnon si sarebbe fatto problemi a colpire anche persone che con le BR non c’entravano nulla, come ad esempio i familiari.

L’ala militarista, invece, più che influenzare l’opinione pubblica mira a colpire al cuore dello stato: individua e colpisce obiettivi che svolgono ruoli centrali nella ridefinizione degli assetti istituzionali. Non colpisce personaggi noti, catalizzatori di consensi, bensì personaggi tecnici, depositari del know how e delle competenze necessarie per operare il cambiamento proposto e sostenuto dai catalizzatori di consenso.

Questa distinzione é solo una breve appendice, al fine di offrire una miglior chiave di lettura circa l’omicidio di Roberto Ruffilli. L’approfondimento riguardo BR -UCC e BR – PCC verrà pubblicato nel prossimo articolo, in una sorta di cronistoria al contrario che parte dalla fine dell’esperienza brigatista (82 -88), attraversa gli anni che vanno dal sequestro Moro a quello Dozier ( 78 – 82)  e finisce con gli inizi delle BR e le prime azioni (70 – 77). L’idea é quella di far conoscere, seppure in maniera spesso approssimativa, una storia che in Italia non é mai stata affrontata del tutto e, quando lo é stato fatto, si é quasi sempre scaduti in complottismi che ne hanno banalizzato il dibattito.

Chi di questa storia ne vede un’apologia farebbe bene a ravvedersi, poiché chi ne conosce un po’ gli avvenimenti, per quanto scongiuri e si sforzi di non scadere nella superficialità interpretativa, ha ben a cuore che più che della storia di una rivoluzione si é trattato di una storia che non ha ancora alcuna verità, se non la certezza del sangue che questa si porta dietro, sia da una parte che dall’altra.

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