Percorrendo il Cammino di Santiago

15 agosto 2017, ore 16. La cattedrale di Santiago de Compostela si staglia imponente davanti a noi. Poco importa che sia in ristrutturazione, e che sia impossibile apprezzarne la facciata dalle guglie gotiche. Vediamo la meta davanti ai nostri occhi, e ci guardiamo indietro. Il Cammino di Santiago è giunto al termine. Siamo arrivati a destinazione. Guardo Nicoletta negli occhi, e la abbraccio. Nel nostro sguardo, e in quel gesto così semplice, c’è il senso di tutta quell’impresa. Qualcosa che va oltre gli 800 km (!) percorsi nel nord della Spagna, e che investe la nostra interiorità, la nostra coscienza, il modo che abbiamo di rapportarci a noi stessi, al mondo che ci circonda, agli altri. In quell’abbraccio c’è la nostra unione, e la nostra solitudine; la fatica, e la soddisfazione. La meta è finalmente raggiunta. Ora, è tempo di guardarsi indietro.

Non è facile descrivere le sensazioni che si provano durante il Cammino di Santiago. E’ uno di quei percorsi della vita che si possono provare ad immaginare ex ante, ma che non hanno senso se non vengono vissuti. L’idea che si ha al momento della partenza è quella di una sorta di impresa titanica che si intraprende più per mettere alla prova il proprio corpo e per vedere qualche romantico paesaggio spagnolo che per qualsiasi altra ragione. Vero fino ad un certo punto.

Il Cammino è certamente, in prima battuta, proprio quello che sembra: la scoperta del nord della Spagna, un territorio immenso e straordinario, spesso ignorato dalle telecamere un po’ facilone nostrane, che del gigante iberico ci mostrano soltanto le spiagge caotiche di Ibiza e scorci stereotipati delle grandi metropoli. Il pellegrino che decide di intraprendere il percorso francese, che arriva a Santiago partendo dal delizioso paesino pirenaico di Saint-Jean-Pied-de-Port, in Francia, attraversa ben quattro regioni prima di giungere alla meta: dalla montuosa e boschiva Navarra, si passa alle colline di vigneti della Rioja, per poi fare spazio allo sterminato oceano giallo dei campi di grano delle mesetas castigliane, e terminare di nuovo tra boschi e montagne, nella verde e agricola Galizia. Un mondo che cambia di continuo davanti ai nostri occhi, e che è in grado di riservare spettacoli di indescrivibile bellezza.

Ma il Cammino ha senso non solo per il percorso in sé, quanto piuttosto per le persone che vi si incontrano: a seguire le linee gialle del Cammino, le famose flechas, e poi a dormire negli albergue, gli ostelli con i celebri letti a castello, ci sono centinaia di pellegrini, provenienti da tutto il mondo. Tutti quanti muniti di uno zaino, la mochila con appesa la conchiglia dei viandanti, nel quale viene racchiuso un mese della loro vita. Il peso degli zaini portati in spalla si interseca con il vissuto di tutte quelle persone che, per i motivi più disparati, hanno deciso di intraprendere il percorso. Conoscere i pellegrini, condividere con loro momenti, siano essi due chilometri di camminata, piuttosto che una, due, cinque, venti tappe, o semplicemente una cena comunitaria in un ostello, significa conoscere storie, percorsi di vita, interiori, spirituali, spesso semplicemente sportivi, ma sempre schietti e sinceri, contraddistinti dall’onestà cristallina di chi sa di potersi mettere a nudo con l’altro e confidare su di lui incondizionatamente, fosse anche per un istante della propria vita.

Il Cammino è fatica e dolore: il dolore delle vesciche, le famose ampollas, o dei piedi bruciati; il dolore delle tendiniti e dei muscoli tibiali infiammati. Un dolore che colpisce ogni fibra del corpo, fino a che le gambe non chiedono riposo, e la testa è sul punto di mollare. Ma il Cammino è anche determinazione a non mollare mai: e nei momenti più duri, qualsiasi segno aiuta a riprendere il percorso. La parola di conforto di un amico, l’orgoglio ferito che vale più di qualsiasi fitta o bruciore, anche una semplice preghiera a Dio.

Il Cammino è riscoperta di una religiosità semplice e genuina, che va oltre il dogma del rito cattolico a cui siamo, alle volte con sconforto, tristemente abituati nella mestizia delle nostre chiese, siano esse pievi o cattedrali. E’ una religiosità che del rito vede il momento di comunione, lo stare insieme, il portare i propri bastoni o le proprie scarpe logore all’altare, l’istante della solidarietà e della fiducia nel prossimo. Posso dire che, nel Cammino, ho trovato un senso profondo per la religione. La religione del parroco che mi ha confessato mentre camminavo, piangendo per il dolore ai piedi, e mi ha donato un piccolo rosario da mettere al collo. La religione del bambino spagnolo che, entusiasta, mi ha chiesto di portare il bastone all’altare insieme a lui. La religione della stretta di mano con Nicoletta e con i miei genitori nella piccolissima chiesetta montana di O Cebreiro, a pochi chilometri dal confine galiziano.

Il cammino è solitudine, amicizia e amore. La solitudine che in tanti momenti ci permette di stare col nostro io, in silenzio, a meditare su noi stessi e le nostre scelte. L’amicizia di chi, nel momento di maggiore sconforto, ci cammina davanti di qualche passo, promettendoci che ormai la meta è vicina, e che ci fa scoprire tante cose di noi che spesso ignoriamo; l’amore di chi ci permette di appoggiarci alla sua spalla per arrivare alla destinazione, o di chi sceglie di portare in cammino la propria bambina di un sedici mesi sul passeggino per poi poterla battezzare una volta giunti a Santiago.

Il Cammino è una continua ricerca. A tal proposito, mi viene in mente l’aneddoto del mio bastone, il fedele compagno di percorso che ha fatto con me quasi tutti gli 800 chilometri, un colpo ogni quattro passi, secondo un ritmo ben definito. Ho trovato il bastone al limitare di un bosco, non distante da Pamplona. E’ arrivato un po’ all’improvviso, quando ormai avevo smesso di cercarlo. Mi sono preso cura del mio bastone: l’ho intagliato col coltello e scortecciato, ci ho attaccato una flecha del Cammino e ci ho infilato un puntale di ferro e una piccola conchiglia. Come il Piccolo Principe con la volpe, ho addomesticato il mio bastone. Ho creato un legame con lui. Non penso che me ne allontanerò facilmente.

Il Cammino è bellezza. La bellezza del mondo, e la bellezza delle persone che decidono di farlo. Non so, forse da questo pezzo ci si sarebbe attesi qualcosa di più divulgativo. Magari, un fac-simile touring che invogliasse l’ignaro lettore ad intraprendere il percorso. Non credo che ci sarei riuscito. Perché la bellezza del Cammino è nelle sensazioni che si provano a compierlo. Senza di esse, rimane una strada. Bella, forse, ma troppo vuota per essere intrapresa.

 

Mesetas

Inferno
Di giallo
Infinito
Come il mare sterminato
Visto da una scogliera

Silenzio
Di un mondo
Remoto
Cornice di cielo
Nell’orizzonte sterminato

L’eterna fatica
Che non trovera’
Pace
Sotto un sole impietoso
Come un anatema

Viandante solitario
Vaga!
Per questo mondo

E cercane il senso

Ti accorgerai
Che forse
Sei troppo piccolo
E ascolterai
In silenzio
La voce di Dio

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