Periferie e razzismo

– Quello che lei non capisce è che non sistemerà i suoi problemi personali essere razzista!

– Ah beh si, ma quello che capisco è che tre quarti del pianeta stanno nella merda, allora cercano di piazzarsi dove c’è meno merda, cioè qui da noi, e poi una volta qui bisogna che qualcuno si stringe per fargli posto e farli sopravvivere, è ovvio!

– Eh beh, appunto! 

– Si, ma finora chi si è stretto per fargli posto sono quelli di Saint Denis, mica quelli di Neuilly. Poi quelli di Saint Denis si devono stringere continuando a sorridere, perché sennò è immorale, vero?

– Mi dica un po’ Michou, non sarà un po’ comunista?

Dialogo dal film “La Crise” di Coline Serreau, 1992.

Il primo articolo che ho scritto su questo blog, pubblicato nel Novembre del 2016, commentava la reazione degli abitanti di Gorino, una piccola frazione del ferrarese, all’arrivo nel loro paese di venti migranti destinati ad essere accolti in una struttura del posto. Tra le denunce per la gravità del gesto, mi avevano però colpito le parole di una donna che aveva partecipato alle barricate per impedire il transito del pullman con a bordo i venti migranti, riportate da Ezio Mauro in un’editoriale su Repubblica di quel periodo: “Qui non c’è niente. Niente per noi, che ci siamo nati: figurarsi per gli altri”.

Più volte si sono ripetuti episodi simili in questi due anni e mezzo. Circa due settimane fa, da ultimo e come ormai tutti sappiamo, una situazione analoga si è verificata nel quartiere periferico di Roma Torre Maura, quando gli abitanti hanno protestato veementemente contro la decisione di accogliere circa 60 persone di etnia rom. La reazione, che ha visto partecipare tanti abitanti del quartiere, ha ricevuto ancor più attenzione mediatica data la presenza al fianco dei cittadini della periferia est di Roma da parte di Casapound, partito politico di estrema destra e di matrice neofascista.

Riguardando le immagini di quelle giornate, riascoltando i violenti slogan razzisti urlati animalescamente e il pane calpestato, ci indigniamo, ne denunciamo la meschinità e la grettezza, prendiamo le distanze. Come è possibile, ci chiediamo, tanta cattiveria lanciata addosso ad altri uomini? Il più delle volte questa domanda che ci poniamo, in realtà, ha natura puramente retorica e ha un preciso scopo: creare un abisso tra noi e i protagonisti di quella violenza. Questo per certi versi ci rassicura: noi non ci comporteremmo mai in quel modo, tanto che non riusciamo nemmeno a spiegarci come ci si possa arrivare ad azioni del genere, ci ripetiamo. Noi siamo diversi, ci sentiamo migliori, e questo basta.

Tuttavia, proprio il soffermarsi sulla domanda “come è possibile?”, e cercarne davvero una risposta, è lo sforzo necessario che andrebbe fatto per comprendere l’animo umano e il disagio sociale di queste persone. Lo scrittore francese Louis-Ferdinand Céline in “Viaggio al termine della notte”, scrive “Mai, o quasi, chiedono il perché gli umili, di tutto quel che sopportano. Si odiano gli uni gli altri, e tanto basta.” Tanti abitanti di Torre Maura non si chiedono perché il loro quartiere sia stato abbandonato dalla politica ma, accecati dalla rabbia e dal malessere sociale, riversano il loro odio nei confronti dei rom. È interessante tuttavia rifletter come, allo stesso modo, tanti politici sedicenti progressisti, giornalisti e intellettuali, non si chiedono davvero perché gli abitanti delle periferie reagiscano in quel modo ma, annebbiati dalla sensazione di superiorità morale e culturale, riversano questa presunta superiorità contro i cittadini di Torre Maura, definendoli fascisti, razzisti, subumani. La dinamica, in fondo, non è tanto diversa.

In una commedia di Coline Serreau del 1992, ambientata a Parigi ed intitolata “La crisi”, c’è una scena fortemente significativa del rapporto tra periferie degradate, immigrazione e razzismo. Michou, un senzatetto alla continua ricerca di qualcuno che gli offra da bere o da mangiare, stringe amicizia con Victor, avvocato di successo appartenente all’alta borghesia che si impietosisce per la sua situazione. Una sera i due si ritrovano ospiti di un deputato socialista, che domanda a Michou cosa ne pensa della questione del razzismo e dell’immigrazione. La risposta del senzatetto lascia esterrefatto il deputato socialista: “Bhè…penso sia più facile essere contro il razzismo quando si abita a Neuilly che quando si abita a Saint Denis. Io per esempio sono di Saint Denis e sono razzista. Voi invece…voi vivete in questa casa e non siete razzisti per niente.” L’intero dialogo tra i due, che vale la pena sentire, lo trovate qui sotto.

Questi problemi di emarginazione sociale che si fa intolleranza non sono nuovi. Ad un Italo Calvino che il 18 giugno 1974 intervistato sul Messaggero diceva “I giovani fascisti di oggi non li conosco e spero di non aver occasione di conoscerli” Pier Paolo Pasolini rispondeva con un articolo intitolato “Lettera aperta a Italo Calvino: Pasolini: quello che rimpiango” pubblicata sul Paese Sera l’8 luglio 1974, in cui criticava aspramente, tra le altre cose dette da Calvino, proprio quel passaggio dell’intervista. Pasolini dice che augurarsi di non incontrare quei giovani fascisti è una bestemmia, “perché, al contrario, noi dovremmo far di tutto per individuarli e per incontrarli. Essi non sono i fatali e predestinati rappresentanti del Male: non sono nati per essere fascisti. (…) forse sarebbe bastata una sola piccola diversa esperienza nella sua vita, un solo semplice incontro, perché il suo destino fosse diverso

Ancora Pier Paolo Pasolini, in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 24 Giugno 1974 col titolo “Il Potere senza volto”, avente come oggetto una tematica diversa, quella delle stragi di stato di matrice fascista, ma a mio modo di vedere utilissimo per il discorso che si sta portando avanti in questo articolo, scrive:

“non abbiamo fatto nulla perché i fascisti non ci fossero. Li abbiamo solo condannati gratificando la nostra coscienza con la nostra indignazione; e più forte e petulante era l’indignazione più tranquilla era la coscienza. In realtà ci siamo comportati coi fascisti (parlo soprattutto di quelli giovani) razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente a essere fascisti, e di fronte a questa decisione del loro destino non ci fosse niente da fare. E non nascondiamocelo: tutti sapevamo, nella nostra vera coscienza, che quando uno di quei giovani decideva di essere fascista, ciò era puramente casuale, non era che un gesto, immotivato e irrazionale: sarebbe bastata forse una sola parola perché ciò non accadesse. Ma nessuno di noi ha mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male. E magari erano degli adolescenti e delle adolescenti diciottenni, che non sapevano nulla di nulla, e si sono gettati a capofitto nell’orrenda avventura per semplice disperazione. Ma non potevamo distinguerli dagli altri (non dico dagli altri estremisti: ma da tutti gli altri). È questa la nostra spaventosa giustificazione.

La Politica dovrebbe in primo luogo esercitarsi a comprendere l’animo umano e, in questo momento più che mai, il malessere sociale delle periferie abbandonate ormai da troppi anni. Questo, tuttavia, non ha come fine ultimo una giustificazione e un’accettazione di quei comportamenti istintivi, odiosi, sbagliati, ma è la conditio sine qua non per dare a queste persone in maniera strutturale e sistematica quella “sola piccola diversa esperienza”, quel “solo semplice incontro” invocato da Pier Paolo Pasolini perché il loro destino sia diverso. Purtroppo, nella periferia romana di Torre Maura, accanto agli abitanti esasperati, non vi era che Casapound. Questa probabilmente è la vera tragedia della politica italiana.

Un pensiero riguardo “Periferie e razzismo

  • 23 Aprile 2019 in 14:26
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    Concordo con l’impostazione e posso aggiungere che la tematica si conferma con altri gravi recenti accadimenti non ultimo quello di Traini a Macerata che spara a donne e uomini di colore per estrema frustrazione personale più ancora che per ideologia o credo politico.
    Si legga l’interessantissimo “L’uomo bianco” di Ezio Mauro.

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