Personalità e impersonalità in politica

Tentare di affrontare in modo originale un concetto tanto usurato quanto quello di personalizzazione in politica può essere notevolmente difficile, ma vale la pena provare. Si può cominciare con il contrapporre personalità ad idee, ma credo che questo sarebbe troppo semplicistico: forse ad Augusto mancavano idee o mancava personalità? Che cosa sono poi le idee? Anche parlare di ideologia farebbe scadere il tutto in un’ottica esclusivamente novecentesca. Una cosa è certa: si sta andando sempre più verso una personalizzazione della politica, e questo è visto da molti come un errore, un inquietante spettro di tempi passati; da altri è visto come un decisivo cambiamento verso il meglio, sintomo di una nuova partecipazione politica.

Per la lettura di questo fenomeno ho cercato di prendere il meglio da due autori piuttosto controversi, che hanno trattato il concetto di élites, di oligarchie al potere o, più in generale, di potere: da Vilfredo Pareto prenderò il concetto di “scontri tra élite” e quello di “decadenza delle “élite”; da Robert Michels quello di “burocratizzazione del partito politico”.

Vilfredo Pareto ha coniato il concetto “élites” in sociologia e attorno ad esso ha costruito il proprio pensiero. Per prima cosa schernisce gli storici, che ingenuamente scambiano scontri tra élites (queste costantemente, in varie forme, al potere) per il dominio come “lotte per la libertà”. La tesi è fondamentalmente questa: la storia è un continuo e violento (anche di una violenza subdola) avvicendarsi di élites al potere; i potenti, dunque, raggiungono il potere appoggiandosi ai “più deboli”, fingendosi parte di essi. Per Pareto, la decadenza è ciò che provoca la fine di un’ élite e il sorgere di un’altra: la decadenza ha come principale sintomo l’indebolimento dei sentimenti virili e la depravazione dei gusti. Ciò si può tradurre nell’avvilire se stessi e la classe alla quale si appartiene, in una sorta di masochismo.

Se è facile scorgere una qualche ingenuità in questo pensiero, più difficile ma ugualmente importante è afferrarne la profonda scaltrezza. Da un lato credo si possa affermare che molte “rivoluzioni” non siano altro che cambi di regime. Questo può essere inteso negativamente o positivamente, non è importante. Non è necessario cercare esempi nel Savonarola o in Napoleone, basti pensare a Tangentopoli, una “rivoluzione annunciata” mutata in “cambio di regime” (termine che non ha qui accezione negativa). Il concetto di decadenza, inteso da Pareto, può essere , con tutte le precauzioni del caso, accostato a quello di Nietzsche: un “arresto di slancio vitale”, un qualcosa che va oltre la semplice istituzionalizzazione o ad un concetto aristocratico di “virtù morali”. Piuttosto io credo che questa decadenza si debba ricercare in una perdita di capacità in inventiva, di autorinnovamento, di messa in discussione di sé. Macchiavelli, similmente, vedeva nella decadenza delle nazioni, e non delle élites, un processo inevitabile, ma che poteva appunto essere rallentato da un continuo mutamento e ammodernamento delle istituzioni.

“Quanto più si estende e si dirama il congegno ufficiale del partito, ossia quanti più membri il partito acquista, quanto più le sue casse si riempiono e la sua stampa si diffonde, tanto più il dominio popolare vi perde terreno e viene sostituito dall’onnipossenza delle direzioni, dei comitati e delle commissioni”. Chi meglio di Robert Michels può mostrarci la distanza che viene a crearsi tra il cittadino e l’istituzione, ovvero il partito? Michels affermava, nemmeno tanto implicitamente, che le “masse” tendono per loro natura alla venerazione, ovvero (dico io) a una “personalizzazione degenerata”. Dunque si tratterebbe di un fenomeno endemico: effettivamente, bisogna prima di tutto chiedersi come un popolo di governati possa riconoscersi in strutture neutre, grigie o amorfe, ovvero come faccia il cittadino a sentirsi rappresentato da apparati burocratici e in burocratizzazione che nulla, a lui sembra, hanno a che vedere con i bisogni comuni dei governati. Trovo che questa pretesa, ovvero che il cittadino partecipi alla vita pubblica a prescindere, sia un’ingenuità pericolosa. Con questo non voglio certamente dire che le “idee” siano meno fondamentali di chi le rappresenta (non incarna), anzi. Una soluzione parziale a questo problema, presente di per sé e in svariate forme “non minacciose” è appunto la personalizzazione. Michels afferma che “Al partito che conduca una guerra – ed anche solo una guerriglia- occorre una armatura gerarchica”. Il partito è, per sua stessa necessità di sopravvivenza, burocratizzato, nazionalizzato: per altrettanta necessità di continuità deve avere una componente di personalizzazione. Occorre dunque contrapporre la personalizzazione non ai contenuti, ma a un’impersonalizzazione. La personalizzazione non è di certo il male supremo, il nemico pubblico da bandire: un eccesso di personalizzazione è pericoloso quanto un eccesso di burocratizzazione, o meglio, di impersonalizzazione. E’ nella natura umana tentare di animare, di umanizzare entità che umane non sono. Il partito politico è certamente costituito prima di tutto da uomini, e quindi non scientificamente dirigibile da nessuno: un partito è litigioso, imprevedibile eppure non viene generalmente percepito come “vicino” ai cittadini, come “umano”. Il partito è un’entità burocratica, che si burocratizza continuamente ma che per la sua stessa sopravvivenza, nei momenti di crisi, tende a personalizzarsi per acquisire il consenso necessario.

Bisogna anche, però, fuggire la tentazione dello “stiamo vivendo la storia”: non credo si possa parlare di rivoluzione planetaria o di sconvolgimento completo della società, anzi. Qualcosa sta accadendo di certo: il fenomeno dell’immigrazione, il disfacimento della sinistra sociale e la crisi economica accelerano il processo di decadenza in atto di un determinato tipo di élite. Stiamo vivendo una fase di decadenza? Dovuta a cosa?

Alcuni fenomeni politici interessanti ci presentano una sorta di “avvicendamento di élite”, ma certamente non in una forma di rigido determinismo come avrebbe voluto Pareto. Donald Trump non è un capitano del popolo, un Gaio Gracco (piuttosto un Cola di Rienzo): si presenta come esponente di un’ élite finanziaria filo industriale (operai martoriati dalla crisi finanziaria e dalla delocalizzazione sono forse stati la sua arma elettorale maggiore) che si “appoggia” ai governati per prendere il posto di una precedente élite. Silvio Berlusconi prima e Matteo Renzi poi, hanno sfruttato “vuoti” di potere, che vuoti non sono (Tangentopoli e crisi politico/finanziaria), per tentare di sostituire vecchie élite in decadenza, o fingere di farlo, presentandosi come “il nuovo” rispetto a una vecchia classe dirigente additata come corrotta e incapace, quindi decadente.

In definitiva, seppur credo che il determinismo non possa mai efficacemente mostrarci il reale, ancor meno la realtà politica, non dovremmo fare l’errore di leggere la personalizzazione come un fenomeno negativo a sé stante, ma contrapporlo a quello di impersonalizzazione, che io trovo altrettanto inquietante. Quale dei due sia più pericoloso per la sopravvivenza della liberaldemocrazia, sta a ciascuno di noi deciderlo.

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