Polonia, dalla “shock therapy” della transizione alla deriva nazional-populista. Diritto e Giustizia rimane saldamente primo partito

Nonostante i partiti di opposizione abbiano unito le forze creando la piattaforma Coalizione Europea (KE) guidata da Grzegorz Schetyna, il partito nazional-populista Diritto e Giustizia, attualmente al governo e di cui Jarosław Kaczyński è il deus ex machina, è riuscito ad ottenere ancora una volta la fiducia dei cittadini polacchi, conquistando il 45% dei voti in occasione delle elezioni europee del 26 maggio, contro il 38% dell’opposizione.

Il partito al governo dal 2015, malgrado le accuse di voler costruire una democrazia illiberale attraverso una limitazione del potere giudiziario e della libertà di stampa e nonostante gli attacchi a diritti fondamentali come l’aborto e alla discriminazione delle minoranze sessuali, resta con distacco il primo partito polacco. Quello che potrebbe sembrare a prima vista un paradosso – l’ascesa di un partito che sta mettendo in pericolo gli standard democratici in un paese in cui la società civile si è battuta fortemente contro il regime comunista e per la democrazia – merita proprio per questo motivo un approfondimento, nel tentativo di comprendere qualcosa di più dell’odierna deriva nazional-populista polacca.

Alla base del successo del partito fondato nel 2001 dai gemelli Lech e Jarosław Kaczyński vi è un forte radicamento nelle zone rurali del paese, confermando anche in Polonia la centralità di quel cleavage centro-periferia che in tanti paesi europei sta ridisegnando le mappe del voto. Una spiccata sensibilità verso politiche economiche a sostegno delle fasce sociali più deboli, accompagnata a un forte richiamo all’unità della nazione, concepita come virtuosa e omogenea, e alla volontà di ridare importanza ai tradizionali valori culturali polacchi, in primis quelli della religione e della famiglia, sono stati gli ingredienti vincenti della proposta del partito Diritto e Giustizia per conquistare quegli strati della società polacca che non si sentono rappresentati dall’élite cosmopolita e progressista che ha guidato la transizione post-socialista.

Il periodo della transizione, inaugurata con le prime elezioni libere nel giugno 1989, che ha visto una trasformazione sia economica, con il passaggio da un’economia pianificata a un’economia di mercato attraverso la “shock therapy” del Piano Balcerowicz, al tempo ministro delle finanze, sia politica, sia culturale, è l’incubatore di quelle insicurezze, di quelle domande di protezione e di quelle promesse tradite che oggi vengono intercettate dall’operato dell’attuale partito di governo Diritto e Giustizia.

Il 12 settembre 1989 Tadeusz Mazowiecki, primo ministro polacco, comunicò al parlamento le misure che sarebbero state varate dal governo per la trasformazione dell’economia polacca: la transizione sarebbe avvenuta attraverso una terapia d’urto caratterizzata dall’improvvisa liberalizzazione dei prezzi, dalla rimozione delle barriere al commercio internazionale, da privatizzazioni ad ampio spettro e dalla disponibilità da parte del governo ad accettare alti tassi di disoccupazione. In un tempo brevissimo, le forze del mercato, per lunghi anni imbrigliate all’interno dell’economia pianificata, vennero liberate.

I primi anni della transizione furono un periodo durissimo per i cittadini polacchi, dalla metà del 1989 al 1992 il PIL polacco si contrasse del 20% e anche la fase di recupero, sebbene sostenuta e con tassi di crescita record, si accompagnò ad altissimi tassi di disoccupazione. In media, la percentuale di popolazione senza lavoro si mantenne tra il 15% e il 20% fino alla metà degli anni 2000, colpendo in maniera più dura le zone rurali del paese, e la quota di popolazione polacca al di sotto della soglia di povertà passò dal 6% del periodo 1987-1988 al 20% durante il periodo 1993-1995.

In questo senso, le politiche pro welfare dell’attuale partito di governo, in contrapposizione a quelle neoliberali del periodo della transizione, hanno rappresentato un’attrazione molto forte per milioni di cittadini polacchi. Ad esempio il Bonus 500+, cavallo di battaglia della campagna elettorale del 2015, che garantisce alle famiglie polacche un sussidio mensile di 500 złoty per ogni figlio nato dopo il primo, e la riduzione dell’età pensionabile, che è passata dai 67 anni che erano richiesti sia per gli uomini che per le donne a 60 per le donne e 65 per gli uomini, hanno garantito un forte consenso a Diritto e Giustizia.

Più volte i gemelli Kaczyński hanno criticato l’indirizzo di politica economica di Leszek Balcerowicz, architetto della transizione e Governatore della Banca Centrale polacca dal 2001 al 2007. Ad esempio Lech Kaczyński nel 2007, periodo in cui ricopriva l’incarico di Presidente della Repubblica, dichiarò ai giornalisti: “I want to turn to this school of economic thought which does not adhere to the line of Balcerowicz…There are people who have a much better understanding of economic realities but who had no clout. I want to give them that clout…sometimes I get the impression when it come to Governor Balcerowicz that I’m facing an ideology, not economic science

Il partito Diritto e Giustizia non ha fatto leva solamente sulle insicurezze materiali della società polacca. In questo senso è molto interessante il lavoro dell’antropologo olandese Don Kalb che, seguendo ed intervistando tra il 1997 e il 2007 alcuni operai della Polar, un’azienda di elettrodomestici situata a Breslavia, prima sindacalizzati in Solidarnosc e ora sostenitori di posizioni di estrema destra, mostra come il periodo della transizione abbia comportato anche un momento di forte smarrimento culturale.

Nel suo articolo “Conversations with a Polish Populist: Tracing Hidden Histories of Globalization, Class, and Dispossession in Postsocialism (and beyond)” pubblicato sulla rivista American Ethnologist, egli evidenzia l’importanza dell’esperienza dell’autogestione da parte dei lavoratori all’interno delle aziende, una conquista raggiunta nel 1981 grazie alle lotte del sindacato Solidarnosc. In questo senso, la privatizzazione di molte aziende con i conseguenti tagli del personale significò la fine di un’esperienza in cui “factories and self management used to be about far more than mere production for the market. It was about community, “Our Home”, and about value at large” (Kalb, 2009: 215)

Inoltre, nel momento in cui la transizione si stava mostrando più complicata del previsto, la classe politica ed intellettuale polacca alla guida della trasformazione cominciò ad affermare che le difficoltà erano in primo luogo da ricondurre a quella che il sociologo polacco Sztompka ha chiamato “civilization incompetence” in un suo articolo pubblicato sulla Zeitschrift für Soziologie nel 1993 ed intitolato “Civilizational incompetence: The trap of post-communist societies”.

Per Sztompka i cittadini polacchi, soprattutto quelli delle zone periferiche lontane dai grandi centri produttivi, frenavano la transizione poiché mancavano di disciplina e impegno, non mostravano attitudine verso il rischio e infine non disponevano di “entrepreneurial culture”. Secondo l’antropologo Don Kalb, quest’atteggiamento di colpevolizzazione e scherno nei confronti delle fasce più vulnerabili della società polacca, gli sconfitti della transizione, ha contribuito ad esacerbare quella frattura tra centro e periferia, tra un’élite cosmopolita pronta a cogliere al volo le opportunità della globalizzazione e una massa di cittadini che si è andata aggrappando agli unici baluardi che rimanevano fermi quando tutto attorno era in movimento: la religione cattolica e la famiglia tradizionale.

Se per Sztompka le difficoltà dei primi anni 90 derivavano dunque dal fatto che non si era ancora radicato in Polonia, riprendendo l’espressione weberiana utilizzata da Sztompka, lo “spirito del capitalismo”, egli immaginava che le nuove generazioni, nate e cresciute all’interno di un’economia di mercato funzionante a pieno regime, avrebbero sviluppato quella forma mentis in grado di realizzare pienamente la transizione. Tuttavia, trent’anni dopo l’inizio della transizione, il paese sta scivolando in una spirale nazional populista molto lontana dalle aspettative del sociologo polacco, un trend confermato dalle recenti elezioni europee del 26 maggio.

L’obiettivo della Coalizione Europea è stato e sarà ancora, in vista delle elezioni politiche che si terranno in autunno in Polonia, il tentativo di unire tutte le formazioni politiche contrarie all’attuale partito di governo Diritto e Giustizia nel nome dell’europeismo. Questa formazione vede al suo interno una serie di formazioni politiche molto diverse tra loro, eterogeneità che rende complicato elaborare una forte e credibile alternativa : Piattaforma Civica, partito liberale che ha come punta di diamante Donald Tusk, attuale presidente del Consiglio Europeo; il Partito Popolare Polacco; un altro partito di stampo liberale, Nowoczesna; l’Alleanza della Sinistra Democratica, partito nato nei primi anni 90 dalle ceneri del Partito Operaio Unificato Polacco, e che ha oggi una posizione di centro-sinistra; e infine i Verdi.

Le dinamiche dell’attuale situazione politica polacca sono simili a quelle di molti paesi occidentali. In Italia, ad esempio, ci stiamo avviando a una situazione analoga: ad una forte maggioranza di destra che si fa egemone nel paese, si va delineando un’opposizione fortemente carente di una proposta alternativa, ma tenuta insieme solamente dal suo essere contraria all’area di governo. Sia in Polonia che in Italia, come in tanti altri paesi dell’Unione Europea, la preoccupante assenza di forze politiche di sinistra capaci di intercettare l’insicurezza e la conseguente domanda di protezione di vasti strati della popolazione è la causa principale di questa deriva nazional-populista.

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