Polonia: non sorprende la legge sull’Olocausto

Nella notte del 31 gennaio il Senato polacco ha approvato la legge sullOlocausto con 57 voti favorevoli e 23 contrari.

La legge, di cui ormai si parla da giorni, trova le sue radici nella complessa storia di occupazioni multiple subite dai polacchi e sboccia grazie a un governo nazional-conservatore che già da tempo mette in atto una politica del “silenzio assenso”.
A questo proposito basti pensare, al rifiuto di accogliere i migranti contrariamente alle disposizioni europee, alle processioni cattoliche contro l’invasione islamica, o al Onr (Obóz Narodowo-Radykalny Falanga), partito integralista, cattolico e antisemita che si è prodigato nel penoso spettacolo di messa alla forca degli eurodeputati. Il tutto sotto gli occhi di una polizia che non mai è intervenuta.
La legge approvata vieta da un lato, l’utilizzo della locuzione “campi di sterminio/della morte polacchi” con l’obbiettivo di non procedere ad una definizione che risulti errata e falsata di campi che furono e rimangono “campi di sterminio nazisti”. Dall’altro, vige il divieto assoluto di parlare di una qualsiasi possibile complicità, di singoli polacchi o gruppi di polacchi, nell’esecuzione delle pratiche di sterminio, pena la reclusione fino a tre anni.

Questo, il nodo cruciale del problema che ha suscitato l’apprensione delle potenze mondiali: tra le prime a sopraggiungere le raccomandazioni Usa che intimavano, al presidente polacco Andreij Duda, di non porre firma alla legge. A seguire poi, la prevedibile ira di Israele che parla di una norma atta a  “riscrivere la storia” e che, di tutta risposta, ha presentato al Parlamento Israeliano, una legge che prevede fino a cinque anni di carcere per “chiunque riduca o neghi il reato di complicità con i nazisti nei delitti commessi contro la popolazione ebraica”.

Infine, sussistono fortissime preoccupazioni da parte dei membri dell’Unione Europea circa il proseguire verso questo tipo di normazioni, con riguardo particolare all’insorgenza concreta delle destre estreme e integraliste già fortemente radicatesi in Polonia. Queste le parole del vicepresidente della commissione Ue Frans Timmermans che centrano in pieno la gravità dell’accaduto:

“Credo che sia importante, e questo lo dico come olandese, conoscere la nostra storia, come fonte di informazione, coscienza, ispirazione, ma allo stesso tempo posso aggiungere che ogni Paese che è stato sotto l’occupazione nazista ha avuto molti eroi, ma anche collaboratori con i nazisti occupanti. Questa è la realtà che tutti dobbiamo affrontare, questa è la realtà sulla quale è stata creata l’Unione europea, questa è la realtà che dobbiamo evitare che si ripeta nel futuro”

La legge porta le cicatrici di una memoria falsata, riscritta, di un’identità storica confusa e poco realistica; porta i segni di un paese che si carica sulle spalle una storia dalla difficile accettazione, dilaniato dalla duplice occupazione del totalitarismo nazista e successivamente di quello comunista.

Andando infatti ad indagare le radici della memoria polacca troviamo un esempio che fa al caso nostro; Marta Piwinska nell’opera a cura di Alain Brossat, A l’Est, la memoria ritrovata, parla del dwor, residenza tradizionale dei proprietari terrieri, una vera dimora signorile polacca. Questo edificio rappresentava tutte le risorse che la nobiltà possedeva e con il tempo andò dunque a coincidere con il simbolo dell’odio del ceto contadino represso, che vedeva nel dwor la personificazione dei peccati di cui la nobiltà si era andata macchiando e di quella disuguaglianza culturale, sociale ed economica che si imponeva in Polonia.

Il dwor si fa un po’ paradigma della memoria dello stato polacco, poiché nonostante fu bersaglio di aspre critiche, è esempio dell’identità nazionale sgretolatasi con le ripetute occupazioni. Dal 1945 i dwor vennero completamente ridimensionati e espropriati della loro tradizione.
Questo breve simbolismo mette in luce quanto sia instabile e rimodellata la cultura memoriale ed identitaria dello stato polacco. Tra le ragioni fondanti di questa tendenza alla riscrittura della memoria troviamo i molteplici regimi repressivi e l’esosa perdita di vite che li accompagnò nel XX secolo.

Difatti, secondo Andrzej Paczkowski, storico polacco, (Nazismo e comunismo nell’esperienza e nella memoria polacche, in “Stalinismo e Nazismo. Storia e memoria comparate”) sotto l’occupazione nazista si registrarono circa 2 milioni di polacchi e almeno 2,5 milioni di ebrei uccisi per mano di tedeschi e polacchi stessi.
La Polonia d’altro canto, ha portato avanti una linea politica che considerava il periodo nazista come una “semplice occupazione”; e dallo studio delle fonti emerge come tipico, l’atteggiamento polacco per cui non vengono considerati problemi nazionali né il nazismo né il comunismo. Lo storico ritiene inoltre come il risultato di quest’atteggiamento è quello di una memoria che definisce “La Polonia [come] la sola nazione a non essersi macchiata di collaborazione con i nazisti”.

La memoria conservata del nazismo è quella di un regime bestiale di occupazione che ha generato un odio accanito e un’estrema voglia di vendetta poi, mai verificatasi. La stigmatizzazione della memoria nazista ha colorato la Polonia di un’aurea di santità che si iscrive nell’opinione comune per la quale, i polacchi vanno estremamente fieri della loro partecipazione alla guerra, si considerano gli unici che dal primo all’ultimo momento lottarono al fianco della Gran Bretagna. È stata perciò rimossa la possibilità che vi siano delle macchie a questa santa immagine, non è infatti ricordato in alcun modo che:

“I ferrovieri polacchi guidavano treni tedeschi, gli operai polacchi lavoravano in fabbriche tedesche […] alcuni giornalisti […] scrivevano per giornali tedeschi […]. C’è una sola monografia che si occupa della polizia polacca […]. Non esiste nessuno studio sistematico su chi denunciava ai tedeschi gli ebrei nascosti o su chi si serviva della minaccia di denuncia a scopi di lucro, né su come i polacchi si appropriavano dei beni degli ebrei inviati nei ghetti o sui saccheggi delle case o dei negozi abbandonati. […] Mai nessun rigo è stato scritto su questo argomento.”

L’esperienza nazista, è stata in qualche modo archiviata dalla memoria polacca. È stata volontariamente eliminata la realtà storica che disegna i polacchi come vittime e al contempo carnefici e soltanto negli anni Settanta, sono andati a formarsi i primi gruppi di intellettuali e storici che hanno cominciato l’indagine della storia e della memoria della Polonia nel dopoguerra; dando vita alla cosiddetta storia di opposizione.

A conclusione degli elementi esposti, possiamo dire che non sorprende la legge sull’Olocausto e che la Polonia sembra perseverare nella difficoltà di ammettere un passato e una corresponsabilità che purtroppo molti Stati europei hanno in comune. Il percorso di accettazione e di riscoperta storica e memoriale da attuare, in Polonia e anche nell’Europa tutta, è perciò, in buona parte ancora da scrivere.

Un pensiero riguardo “Polonia: non sorprende la legge sull’Olocausto

  • 2 Febbraio 2018 in 19:46
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    Giusto! Anche in Italia , Spagna e Francia si dovrebbe approfondire e chiarire bene sopratutto ai giovani le responsabilità che purtroppo hanno avuto chi ha collaborato scelleratamente con i nazisti !

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