Il potere dell’Assenza in politica: Silvio Berlusconi, Cincinnato e Giolitti

In politica, come nel potere, c’è una risorsa spendibile ed esauribile; chiamiamola credibilità, chiamiamola forza politica, chiamiamola in altro modo. Questa risorsa non è definibile e non è misurabile, fatto sta che si esaurisce, soprattutto in certi sistemi politici come quello italiano, nell’ esercizio del governo. Governare costa impopolarità nelle democrazie, tanto nella partitocratica Italia quanto nella presidenziale America, dove è praticamente impossibile che dopo otto anni di governo democratico un altro democratico approdi alla Casa Bianca, e viceversa.

L’assenza è un’arma pericolosa e a doppio taglio: a prima vista il non esserci è sinonimo di debolezza; come è possibile influenzare il potere non mostrandosi, non ricordando agli altri chi lo detiene? Non esserci però crea fantasmi, sfrutta la propensione umana del formare schemi, del far correre l’immaginazione e di speculare. Modelleremo quello che non c’è seguendo quello che inconsciamente vorremo vedere, tra paura e adorazione. Paolo di Lauro, potente boss di camorra, a differenza dei suoi nemici e predecessori si ritirò dalla vita pubblica, creando un’aura di venerazione e potere semplicemente lasciando credere a tutti quello che tutti volevano credere.

Questa arte politica, o meglio questa arte del potere, è citata da Robert Greene nell’ opera “Le 48 leggi del potere” al numero 16 come “Usate l’assenza per guadagnare rispetto e stima”. Dice Greene: “Un eccesso di presenzialismo può far scendere le vostre quotazioni: più vi fate vedere e più si parla di voi, più correte il rischio di apparire banale. Se vi siete già affermato in un gruppo, una sparizione temporanea farà notizia e accrescerà l’ammirazione attorno alla vostra persona. Dovete imparare quando è il momento di andarvene. Createvi credito, centellinando la vostra presenza.” Tra gli esempi storici sono riportati uomini del calibro di Carlo V, il più grande sovrano del XVI secolo, e Deioces, potente despota dei Medi.

Tra i leader politici italiani, Silvio Berlusconi è forse il più abile nello spendere la sua “risorsa” politica, dilapidandola con cura nel tempo: durante l’ultima legislatura si è parlato spesso di una sua sconfitta, di un suo declino (che comunque è reale, ma non galoppante), principalmente perché non era “al centro” del dibattito pubblico. Mentre Partito Democratico, Lega Nord e Movimento Cinque Stelle ingaggiavano continui scontri nel dibattito pubblico, Forza Italia non si faceva troppo sentire. Il “Patto del Nazareno” tra Berlusconi e Renzi altro non è stato altro che un metodo poco costoso per Berlusconi di mantenere una pressione politica senza esporsi, lasciando al suo non alleato tutto l’onere di governare e di essere attaccato da ogni lato. In questa lotta furibonda tra partiti anti sistema e partiti di sistema, tutta da definire, Forza Italia è riuscita a non implodere e a non essere cannibalizzata dalla Lega Nord, come invece è accaduto al PD con il Movimento Cinque Stelle.

La crisi istituzionale che sta spezzando l’ Italia vede in Berlusconi un attore occasionalmente silenzioso, ma nei momenti giusti: oltre all’efficace incursione con la “conta delle consultazioni”, Berlusconi è stato in silenzio, proiettando un’immagine di manipolatore e di garante, delegando ai suoi sottoposti attacchi all’alleato e difese dell’Europa. Nessuna dichiarazione all’ uscita dalle consultazioni con il premier incaricato Conte: quale discorso sarebbe potuto essere più efficace e rumoroso? I lunghi intervalli tra i suoi governi  gli hanno sempre permesso di ricaricarsi, nell’ attesa tipica del maratoneta o del giocatore di scacchi. L’inattività da sola non basta, ma va spezzata da momenti fulminei di azione, per ricordare a tutti che ancora esistiamo. Lunghi periodi di attività politica sono spesso controproducenti: gli elettori si annoieranno e si stancheranno, sostituendo la narrazione che facciamo di noi con la percezione.

Questore, legato, pretore, governatore, console, dittatore: Lucio Cornelio Silla è stato l’uomo più potente e scaltro del suo tempo, generale abilissimo e politico feroce. In una Roma repubblicana in piena schizofrenia e scossa da omicidi politici, il sanguinario tiranno si ritirò dalla vita pubblica e morì da privato cittadino. Tutta la sua forza e la sua debolezza si giocarono sempre sull’ essere o sul non essere a Roma.

Lucio Quinzio Cincinnato fu un patrizio nemico dei tribuni della plebe di Roma e, sconfitto politicamente, si ritirò “a badare all’aratro”. Tipico esempio delle virtù bucoliche repubblicane, Cincinnato lavorava con fatica la terra mentre Roma era scossa da una guerra contro Equi e Sabini. In un momento di difficoltà, la Repubblica si dimenticò del perché il grande politico venne cacciato dalla vita politica di Roma, e letteralmente lo pregò di tornare e di accettare la dittatura nel 458 a.C. La tradizione dice che Cincinnato stesse arando con fatica i campi quando i senatori arrivarono alla sua tenuta supplicandolo. Nudo e sudato, Cincinnato si terse la fronte e si rivestì, per andare rapidamente a Roma. Pur con finta titubanza, l’ex nemico del popolo tornò da eroe e unì la nazione dietro la sua figura, per poi rimettere la magistratura e tornare “privato cittadino”. Assente ma sempre molto influente, venne nominato dittatore per la seconda volta nel 439 a. C. (fatto senza precedenti), per difendere la Nazione da minacce interne.

Un altro precedente più “moderno” durante una crisi istituzionale grave forse come quella attuale, fu quello del vecchio Giovanni Giolitti, al governo per la quinta volta dal 15 giugno 1920 al 4 luglio 1921. Il politico liberale ormai ottantenne era l’unico scoglio rimasto in un mare in burrasca, la figura odiata e dimenticata, il “ministro della mala vita” di Salvemini: proprio in quanto unica certezza per chi guardava ai nuovi giganteschi sconvolgimenti sociali con timore, fu richiamato come “garante” del vecchio ordine, come vecchio saggio e uomo dello Stato. Gli scioperi e le rivolte del biennio rosso, le violenze fasciste e l’impresa di Fiume, che culminò nel Natale di sangue… Giolitti venne travolto dalla storia, incapace di arrestare le onde di un tempo che non capiva più. Il regime liberale è morto, e anche la Seconda Repubblica non si sente tanto bene.

 

 

 

 

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