Promesse elettorali fantastiche e dove trovarle

Abolizione del canone e del bollo, meno tasse, pensioni rialzate, università gratuita, no al vaccino obbligatorio, immigrati a casa loro. Le campagne elettorali entrano nel vivo, e i leader politici tramite una presenza costante in tv e sui canali social hanno iniziato la loro battaglia a suon di programmi politici. Sembra un mercato del pesce: ognuno cerca di offrire qualcosa di più rispetto agli altri, e se chiaramente l’ideologia non rientra neanche più nel vocabolario dei partiti nostrani, sicuramente colpisce il numero delle promesse fatte agli elettori, per la maggior parte difficilmente realizzabili.

Si stava meglio quando si stava peggio. La cosa preoccupante è che quasi tutte le promesse fatte in questa campagna sono “negative”, presuppongono cioè l’abolizione di qualcosa. Alle proposte che guardano verso il futuro si preferiscono misure che mirano a una sorta di restaurazione; potremmo dire che il motto di questa campagna è “si stava meglio quando si stava peggio”. Ciò tradisce un’evidente mancanza di idee, una certa povertà (solo in termini di immaginazione e lungimiranza) di una classe politica mediocre e antiquata. Qualche giorno fa, durante il discorso di Capodanno, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ufficialmente richiamato le forze politiche impegnate nella campagna a un maggior senso della misura e si è appellato al dovere di proposte elettorali “adeguate, realistiche e concrete”.

A ben vedere, i leader dei partiti non hanno prestato molta attenzione alle sue parole. Anzi, i partiti hanno ingaggiato una gara per accaparrarsi il consenso elettorale giocando a chi ce l’ha più grossa (la promessa, ovviamente). Ognuna di esse costa diverse decine di miliardi di euro e sembrano non tener conto del permanere di una grave situazione finanziaria, che ha nel nostro debito pubblico il dato più preoccupante e sulla quale i nostri partner europei difficilmente ci faranno sconti. Pensiamo ad esempio all’abolizione della legge Fornero, cavallo di battaglia del candidato della Lega Matteo Salvini che ne ha proposto l’abolizione in 5 mesi, e di Luigi di Maio, candidato premier del movimento 5 Stelle, che ha ipotizzato un intervento graduale in 5 anni. La Ragioneria dello stato ha previsto che il valore dell’eliminazione della Legge Fornero sarebbe di 350 miliardi di euro da qui fino al 2060. Oppure l’eliminazione, totale o parziale, dello Jobs Act, proposta da centrodestra, pentastellati e dalla sinistra di Liberi e Uguali. Ma nella corsa alla demolizione spicca il Movimento 5 stelle, che ha lanciato un sito che chiede ai singoli cittadini di indicare quali legge abrogare. Tra le proposte di Di Maio, che ha promesso l’abrogazione di 400 leggi, figurano: lo spesometro, redditometro (quindi meno controlli sull’evasione) e split-payment.

#Aboliamotutto. Vi sono poi le proposte di abolire il canone Rai, le tasse universitarie e il bollo sulla prima auto. La prima, quella del Pdr (partito democratico di Renzi) peserebbe sulle casse pubbliche circa 1,7 miliardi di euro; ma i costi Rai non più coperti da canone dovrebbero essere comunque pagati. E come ha osservato Carlo Calenda, Ministro dello sviluppo economico, sarebbero comunque soldi dei cittadini che verrebbero tolti da qualche altro capitolo di spesa.  Costerebbe allo Stato più o meno la stessa cifra l’università gratuita proposta da Grasso, leader della coalizione Liberi e Uguali: magari, verrebbe da dire, ma davvero è attuabile? Forse, a patto di trovare un modo per coprire il buco. Ricordiamo, a tal proposito, che con lo Student Act del 2017, contenuto nella legge di Stabilità, il governo Gentiloni aveva infatti introdotto una “no tax area” per le dichiarazioni Isee sotto i 13 mila euro, soglia poi di fatto innalzata da quasi tutte le università a 15 mila euro. Per effetto di questa norma, già adesso non pagano le tasse universitarie (a partire da questo anno accademico) un terzo degli studenti. Infine, l’abolizione del bollo proposta dal vero campione delle promesse elettorale, Silvio Berlusconi, con un costo di 6 miliardi di euro. Intanto, si è scatenata l’ironica protesta degli utenti Twitter a suon di #aboliamoqualcosa, l’hashtag che è presto diventato il più utilizzato nel nostro paese. Dalla pizza all’ananas alle zanzare, dalla cellulite alle ingiustizie.

Nel calderone dei redditi di inclusione, di cittadinanza, di dignità. Tra le poche promesse “positive”, il reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle e il reddito di dignità di Forza Italia. Riforme che si candidano ad essere alternative al già disponibile, da gennaio, reddito di inclusione (Rei), varato dal governo Renzi e attuato da quello Gentiloni. Si può ricevere per non più di un anno e mezzo ed è di 187,5 al mese per una persona sola, cifra che sale per i nuclei familiari. Problema: le risorse stanziate si fermano, per il 2018, a 1,7 miliardi. Quindi non bastano per tutti (ne beneficeranno quest’anno appena 700mila persone). I nomi delle altre proposte sono simili, cambiano invece la platea e quindi i costi. Il partito di Grillo e Di Maio (come frontman) ha messo nero su bianco la proposta del reddito di cittadinanza nel 2013 il cui obiettivo non è solo dare sollievo ai poveri assoluti, ma sostenere il reddito di tutti i residenti “al di sotto della soglia di rischio” favorendo così “la promozione delle condizioni che rendono effettivo il diritto al lavoro e alla formazione”. Il ddl prevede, partendo dal calcolo del reddito mediano delle famiglie, che a ogni singolo cittadino (senza reddito) siano garantiti 780 euro mensili; la cifra anche qui sale per i nuclei familiari. L’Istat nel giugno 2016 ha stimato il costo della misura in 14,48 miliardi di euro annui. Protagonista assoluto anche in questo campo il Cavaliere, che nel periodo natalizio lancia la trovata last minute del reddito di dignità, proposta molto simile a quella dei pentastellati, ma arrotondando la cifra e rubando il nome alla Rete dei Numeri Pari promossa da Libera e Gruppo Abele (che non l’hanno presa benissimo). Berlusconi ipotizza che chi guadagni meno di 1000 euro al mese riceva dallo Stato “la somma necessaria per arrivare ai livelli di dignità garantita da Istat”, da aumentare di un tot per ciascun figlio a carico. Anche in questo caso non entriamo nei dettagli della riforma proposta, ma colpisce che non vi sia alcun riferimento preciso alle coperture necessarie a colmare un costo annuale per la riforma di 29 miliardi che andrebbe a carico dello Stato.

Equazione meno tasse = meno evasione. Uno dei cavalli di battaglia storici del centrodestra è sempre stato quello dell’abbassamento delle tasse. In vista delle Politiche di marzo, Berlusconi propone l’introduzione della flat tax, con aliquota proporzionale e non progressiva fissa al 23%. Secondo le prime stime, costerà allo stato 50 miliardi di euro, ma secondo il leader di Forza Italia spingerà molti a non evadere più le tasse e questo alla fine farà tornare i conti in positivo. Salvini addirittura propone un’aliquota del 15%, che vale 95 miliardi. Ovviamente i due leader non sono scesi nel dettaglio, non hanno spiegato con accuratezza in che modo recupereranno i soldi necessari nel caso in cui vincessero le elezioni e riuscissero effettivamente a cambiare il sistema tributario; si sono limitati a sentenziare che se le tasse sono giuste, tutti le pagano, i soldi girano e nessuno evade. Ma si tratta di previsioni sui comportamenti individuali sui quali non si possono rischiare manovre economiche così radicali. Senza dimenticare il problema di come introdurre una norma che rischierebbe di violare il criterio di progressività fiscale previsto dalla Costituzione.

Il “bello” deve ancora venire (forse). Non è finita qui. Anzi, la campagna elettorale è appena iniziata. Cosa possiamo aspettarci ancora? Di certo ci auguriamo tutti che si alzi un po’ il livello dei contenuti. Non speriamoci troppo però, attenzione ad illudersi. L’unica speranza è che gli italiani in queste settimane che ci separano dal voto alle urne si informino un poco sui conti reali, osservino la fotografia del paese, riflettano sui traguardi raggiunti dai partiti politici e dai loro leader. E sappiano considerare con equilibrio quale di questi abbia fatto qualcosa di bene, chi non ha fatto sostanzialmente nulla e chi invece ha fallito su tutta la linea.

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