Una Proposta di Pace per la Siria

Il 14 maggio 2018 si è svolta, nel campus di Forlì, la conferenza per presentare la “Proposta di Pace per la Siria”, proposta redatta grazie all’aiuto di rifugiati siriani nel nord del Libano e promossa da Operazione Colomba, Corpo Nonviolento di Pace con sede a Rimini.

La conferenza ha accolto come relatori il professor Massimiliano Trentin, esperto di storia e relazioni internazionali del Medio Oriente; il professor Marco Balboni, esperto di Diritto Internazionale e di protezione internazionale dei diritti umani; Alberto Capannini, responsabile di Operazione Colomba e in particolare del progetto libanese e siriano; erano inoltre presenti Alessio Agnoletti e Matteo Piovacari, volontari di Operazione Colomba.

 

Uno dei conflitti più lunghi del periodo post-coloniale mediorientale

Il professor Trentin è intervenuto fornendo alcune indicazioni storiche relative a un conflitto che è entrato nel suo ottavo anno di esistenza, un conflitto che è nato a livello locale ma che rientra ormai in un contesto internazionale. Potremmo suddividerlo in più fasi:

 

  • 2011

    Il conflitto nasce sulla scia delle Primavere arabe. Si tratta di un conflitto civile, il cui fine è quello di rivendicare l’incolumità fisica dei civili siriani nei confronti delle forze di sicurezza. Le contestazioni vengono integrate in un concetto di giustizia, “ancor prima che in un concetto di libertà”. Hanno carattere esplicitamente politico: il popolo vuole la caduta del regime perché se ne instauri un altro, ma non è chiaro quale altro.  Le rivendicazioni per le rivalità politiche si esprimono attraverso le forze militari: il conflitto si estende man mano che si militarizza.

Le contestazioni vengono integrate in un concetto di giustizia, ancor prima che in un concetto di libertà

  • 2012 – 2013

    Il conflitto diventa regionale. L’Iran interviene a fianco del governo siriano; i paesi NATO e i Paesi del Golfo sovvenzionano i ribelli (come l’Esercito Siriano Libero).

  • 2013

    Armi chimiche vengono utilizzate contro Damasco, ma gli Stati Uniti non intervengono. È una svolta: fino ad allora i manifestanti – complici le dichiarazioni dei paesi occidentali – erano convinti che la Comunità Internazionale sarebbe intervenuta contro i soprusi messi in atto dal governo siriano. L’estate 2013 ufficializza il non interventismo dei paesi NATO

  • Settembre 2013

    Stallo. Nessuna delle forze in campo conquista o perde significativamente e le milizie salafite e jihadiste trovano terreno fertile. “È una guerra di logoramento”.

  • 2015

    Gli Stati Uniti firmano l’accordo sul nucleare iraniano e la pressione sull’Iran si allenta. Intervento massiccio e brutale della Russia a favore di Damasco: lento percorso di riconquista del territorio da parte del regime siriano.  “Nella storia siriana, vince e governa chi riesce a conquistare Damasco”, ma esiste la possibilità che i rivali dell’Iran possano riaccelerare il conflitto armato in Siria.

“Nella storia siriana, vince e governa chi riesce a conquistare Damasco”

 

Condizione giuridica dei rifugiati siriani 

Il professor Balboni è intervenuto fornendo alcune chiarificazioni sulla condizione giuridica dei rifugiati.

Circa 12 milioni di siriani, in seguito all’inizio del conflitto, hanno dovuto abbandonare le proprie case e fuggire in altri luoghi della Siria o verso altri paesi. Circa 6 milioni sono Internally Displaced People – IDP, circa 3 milioni si trovano in Turchia, circa 1 milione in Libano, 700mila in Giordania e 250mila in Iraq. Dei restanti rifugiati, una minima parte si trova in Nord Africa e solo poche migliaia hanno raggiunto l’Europa.

Di questi rifugiati, circa 3 milioni sono bambini al di sotto dei 14 anni, e gran parte di loro rischia la condizione di apolide: secondo la legge siriana, infatti, la cittadinanza si trasmette da parte di padre, ma in seguito al conflitto è cresciuto il numero di nuclei famigliari mono genitoriali in cui l’unico genitore rimasto è la madre: ciò rende più difficile dimostrare la discendenza da padre siriano.

Inoltre, parte dei rifugiati è in realtà costituita da palestinesi che si erano rifugiati in Siria sotto mandato delle Nazioni Unite: l’ulteriore spostamento rende estremamente difficile il rispetto di tale mandato.

 

Per il resto dei rifugiati, la condizione giuridica varia a seconda del Paese ospitante.

LIBANO, GIORDANIA

 Questi due Paesi non hanno ratificato la Convenzione di Ginevra: i rifugiati siriani non possono dunque beneficiare dei diritti previsti dalla Convenzione, in particolare rischiano costantemente di essere rispediti al proprio paese d’origine. Non vi è inoltre possibilità di un’eventuale naturalizzazione o concessione della cittadinanza.

UNHCR

L’UNHCR ha tentato di porre rimedio, firmando dei memoranda of understanding: i rifugiati vengono ospitati per un periodo che tecnicamente dovrebbe raggiungere un massimo di 6 mesi, durante i quali l’UNHCR dovrebbe mobilitare la solidarietà di Paesi terzi. Sebbene tale solidarietà si sia occasionalmente verificata, il livello di disponibilità sta bene al di sotto di quello necessario: i rifugiati, che non hanno possibilità di spostarsi dai campi o di lavorare, proprio perché non esiste – per Giordania e Libano – l’obbligo di garantire loro assistenza, vengono tenuti dai Paesi ospitanti per periodi che vanno ben oltre i 6 mesi, ma la loro condizione è spesso quella della povertà estrema, ai limiti della sopravvivenza. L’unica speranza è la fine della guerra.

TURCHIA

La Turchia ha ratificato la Convenzione di Ginevra avvalendosi però della riserva geografica: gli unici rifugiati con dei diritti sono quelli provenienti dall’Europa. Questo Paese non ha neanche siglato alcun memorandum con l’UNHCR: ha dichiarato la totale capacità di farsi carico dei rifugiati, modificando per questo anche la propria legislazione interna. Queste manovre sono di carattere nettamente politico: la Turchia può in questo modo minacciare l’Europa con flussi improvvisi e ingenti, e può allo stesso tempo richiedere significative somme di denaro per il mantenimento dei rifugiati. I siriani presenti in Turchia si dividono tra coloro che hanno le possibilità economiche per condurre una vita normale e quelli che sono alla completa mercé del governo turco.

UNIONE EUROPEA

Gli Stati dell’Unione Europea hanno ratificato la Convenzione di Ginevra, ma è chiaramente estremamente difficile raggiungere i suoi Stati.

 

Una proposta di pace

Alberto Capannini, responsabile di Operazione Colomba, ha presentato la proposta di pace costruita sulle proposte dei rifugiati siriani incontrati nei campi libanesi. Operazione Colomba è presente in Libano dal 2013.

La Proposta di pace per la Siria sta cercando spazio all’interno delle grandi organizzazioni internazionali e della diplomazia internazionale. La proposta – che a marzo è stata presentata da Operazione Colomba a Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza – si sviluppa sui seguenti punti:

  • La creazione di zone umanitarie in Siria;
  • L’interruzione della guerra;
  • Assistenza alle vittime;
  • Il contrasto a qualsiasi forma di terrorismo e di estremismo;
  • Il raggiungimento di una soluzione politica;
  • La garanzia che ai negoziati di Ginevra vengano rappresentati i civili che hanno rifiutato la guerra;
  • La creazione di un Governo di consenso nazionale che rappresenti tutti i siriani nelle loro diversità, e che ne rispetti la dignità e i diritti.

https://www.operazionecolomba.it/noisiriani/

La logica della ricompensa

Sebbene la Proposta non abbia ancora acquisito la giusta considerazione a livello internazionale, bisognerebbe tenere in considerazione un particolare aspetto di questo conflitto in cui il movimento di ricostruzione è già avviato (aspetto sottolineato anche dal professor Trentin): sebbene gli appalti utili alla ricostruzione della Siria vengano assegnati secondo la logica della ricompensa (gli appalti verranno dunque assegnati a chi è rimasto fedele al governo e ai suoi alleati, dunque Russia, Iran e Cina), malgrado ciò non sia mai di grande aiuto alle popolazioni del luogo, un’altra logica potrebbe verificarsi necessaria: nell’eventualità in cui i Paesi coinvolti non fossero capaci di rendersi utili nel processo di ricostruzione – per mancanza di capacità politiche, tecnologiche, o per mancanza di un’adeguata considerazione nei confronti della società civile – bisognerà tener conto dei movimenti nati dall’auto-organizzazione di alcuni nuclei della società siriana.

Bisogna infatti tener presente che i sommovimenti che hanno portato all’inizio del conflitto non si sono mai sopiti, perché non sono mai stati risolti i problemi alla base delle rivolte. Tenendo conto della perdita della maggior parte della popolazione e dell’ormai chiaro decentramento delle forze sociali e demografiche siriane, un governo che non si dimostrasse all’altezza della ricostruzione potrebbe lasciare degli enormi spazi di agibilità a forze che non farebbero altro che incrementare il decentramento.

Una proposta che parte dalla popolazione e che è creata per la popolazione potrebbe invece accelerare il processo che porterà alla fine del conflitto: malgrado ogni convinzione al riguardo, è un conflitto che crea più perdite che guadagni, che si prenda in considerazione qualunque dimensione, da quella umanitaria a quella politica.

 

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