Puoi chiamarmi Ana

Silenzio. La prima cosa che si nota entrando in una clinica per i disturbi alimentari è il silenzio. Un silenzio doloroso, che sa dell’attimo che precede una catastrofe naturale. Un silenzio che si propaga all’esterno quando si parla di queste malattie, anche se a soffrirne sono circa tre milioni di persone. Tre milioni solo in Italia. Se dovessi usare una sola parola, sarebbe ‘allucinazione’, perché i disturbi alimentari creano un’alterazione dello schema corporeo che disegna, nella mente, una realtà che non esiste.

Il 15 marzo, da otto anni, in Italia ricorre la giornata del fiocchetto lilla contro i disturbi del comportamento alimentare. Anoressia, bulimia, disturbo da alimentazione incontrollata (Binge eating), ma anche i cosiddetti “disturbi 2.0” come vigoressia e ortoressia sono solo alcune sfaccettature di un legame con il cibo che sfugge dal controllo delle persone. Un controllo che viene costantemente rincorso e manipolato nello sforzo di non mangiare, per sentirsi invincibili. E’ di questo che si parla, trovare la forza di controllare ciò che per ogni essere umano è vitale: il nutrimento.

Tre milioni di malati e curarsi è un vero e proprio lusso: accertamenti dopo accertamenti, psicologi, psichiatri, nutrizionisti, dietisti, ginecologi poi, forse, la diagnosi. E a quel punto? Il servizio sanitario è quasi inesistente per i malati di disturbi alimentari, come se fossero dei malati di serie B. Probabilmente perché ancora vengono considerati un capriccio di qualche adolescente che da troppa importanza all’aspetto fisico, alla bellezza, agli “standard imposti dalla società”. Si tende a oscurare il lato psicologico di queste malattie, che nascondono un profondo malessere, una mancanza di autostima, la voglia di scomparire da una società in cui non ci si sente accettati, a cui non si appartiene. E non solo per il proprio aspetto. Associare i disturbi alimentari ai canoni imposti dalla società è limitativo e scontato. C’è altro. Tanto altro. 

Le ragazze lo ammettono: ”In questo mondo devi essere magra, altrimenti sei una sfigata”- dice Barbara, paziente della clinica residenziale Palazzo Francisci di Todi- e non è giusto”. 

Ma può la ricerca spasmodica della bellezza portare i disturbi del comportamento alimentare ad essere la seconda causa di morte tra gli adolescenti, dopo gli incidenti stradali?

Probabilmente no. Probabilmente questo è solo un modo superficiale di affrontare un problema sociale che è reale, ma ci si rifiuta di osservare e analizzare nel suo profondo. Forse perché negli ultimi dieci anni è cresciuto così rapidamente che ancora non è chiaro come affrontarlo.

Come dimostrano tante testimonianze, anche lo sviluppo e l’influenza dei social è solida e innegabile. L’ex tronista di Uomini&Donne Valentina Dallari, per esempio, ad un certo punto della sua carriera confessa di essersi sentita “in dovere di perdere peso”. In dovere. “Seguivo la Ferragni, in un’intervista disse che pesava 53 chili e ho preso questo numero come criterio della mia vita. La vedevo perfetta e con un sacco di seguito, pensavo bisognasse essere come lei per essere belle”. Prima il mito di Chiara Ferragni, poi quello di Chiara Biasi, influencer a sua volta additata come stereotipo negativo di eccessiva magrezza. ”Le ragazze volevano la Biasi e io gli volevo dare la Biasi. Pensavo ‘se divento così magra avrò più follower, mi scrivono più brand, entro nel giro, avrò successo’. Ho iniziato a buttar via il cibo, mi sono ritrovata a prendere il sapone per i piatti e metterglielo sopra”. E così, in pochi mesi, quelli che chiamavano Valentina grassa hanno cambiato fazione e hanno iniziato a insultarla per l’esatto opposto: “Alcuni follower hanno smesso di seguirmi, altri mi insultavano, mi dicevano che ero orrenda. Mi sentivo veramente brutta”, ha raccontato a Le Iene.

E’ una macchina che si autoalimenta: il mercato chiede magrezza, le ragazze rispondono alla domanda e si impongono sempre più restrizioni. Si ammalano per soddisfare la richiesta.

Matura la competizione, l’ossessione per il corpo altrui, quel corpo veicolo principale di comunicazione. E la sua importanza è sempre più pregnante nella realtà sociale e virtuale, è sotto gli occhi critici e costanti dei tanti followers. E’ il vero protagonista dei social network: sempre più fotografato, sempre più definito, sempre più modificato. Una rappresentazione del corpo che vuole essere stimolante e punto di inizio di una narrazione personale. Fotografie, filtri e ritocchi per raccontare cosa, o meglio chi, vorremmo essere. E forse è vero che nel periodo dell’adolescenza, della metamorfosi, in cui il corpo è in continuo mutamento, essere costantemente bombardati da standard sempre più esigenti può aprire la strada verso restrizioni alimentari. Una volta erano le riviste, poi la televisione, oggi i social. Il collegamento oggi è ancora più diretto perché il 70% dei ragazzi del mondo è costantemente connesso, in Italia addirittura il 90,2%, quindi controllare perennemente i propri idoli di bellezza è ancora più facile. E in un contesto in cui l’essere visualizzati diventa più importante dell’essere visti in quanto persone, dove il numero like è una forma diretta di apprezzamento pubblico, è più facile cadere in comportamenti disfunzionali.

Ma non è solo social, così come non è solo “istigazione a pratiche alimentari idonee a provocare l’anoressia, la bulimia o altri disturbi del comportamento alimentare” quello che succede nei siti e nei blog pro-ana (pro-anoressia): ciò che c’è dietro a questi blog, o meglio chi, sono a loro volta persone malate, che cercano di esprimere un disagio devastante. “La volontà non è quella di propagandare, ma di creare una comunità di sostegno reciproco”, ha spiegato infatti il professor Umberto Nizzoli, presidente della SISDCA e primo ad affrontare il problema dei blog pro-ana. Dall’altra parte, chi ricerca vuole solo un confronto e un conforto da persone che veramente le capiscono e soprattutto non le giudicano. Cercano qualcuno che abbia il loro stesso obiettivo, come una squadra che corre insieme. Questa chiave di lettura è fondamentale per capire un fenomeno sociale che si sta piano piano mangiando sempre più giovani, in un sistema che non riesce a tutelarli e che soprattutto punta il dito contro di loro, considerate persone deboli.

L’articolo che tenta di arginare il fenomeno dei siti pro-anoressia è il 580-bis, e vuole introdurre il reato di istigazione a pratiche alimentari idonee a provocare i disturbi alimentari. Prevede, nel caso in cui il soggetto colpevole si trovi in uno stato psicologico di disturbo nel comportamento alimentare, che la pena detentiva o pecuniaria sia commutata in trattamento sanitario obbligatorio, insieme a interventi diversificati in base al disturbo: sostegno familiare, programma scolastico di prevenzione e monitoraggio dei siti da parte della polizia postale. Come spiega Stefano Tavilla, presidente dell’associazione ‘Mi nutro di vita’, “siamo partiti naturalmente dalla pena detentiva e pecuniaria, ma poi siamo andati ad implementare la proposta con emendamenti specifici dove noi, come associazione, abbiamo chiesto che la pena fosse tramutata in percorso di cura. Perché la maggior parte delle persone frequentatrici di questi siti sono persone che stanno male a loro volta. Quindi non possiamo condannarle. È un punto imprescindibile: si deve formulare il reato e la pena, ma poi la pena va tramutata in un percorso di cura”.

Ma si può istigare a un disturbo alimentare? Sulla base di alcune analisi scientifiche, no. Non può esistere il reato di ‘istigazione all’anoressia’. “L’induzione, o istigazione- sostiene Umberto Nizzoli- avviene nel momento in cui c’è un tale, o un gruppo, che vuole che una persona organizzi la propria personalità all’interno di un disturbo alimentare grave, come l’anoressia nervosa. Se questa persona è in una condizione di inferiorità psicologica, può farsi suggestionare e nella costruzione della propria modalità di rapporto con il cibo e con il peso. Ma questo può accadere nel caso in cui si tratti di una persona non completamente in grado di intendere e di volere, magari perché molto molto giovane. Se si tratta di una ragazza che, ad esempio, è già maggiorenne, la possibilità che ci sia qualcuno che possa istigarla riguarda solo coloro che hanno una grave psicopatologia preesistente”.

Dal mondo dei blog ora la comunicazione avviene principalmente su Whatsapp e Telegram. Entrare nelle chat però non è così semplice. E’ difficile trovarle ed è difficile entrarci. Anzi: gli stessi social network stanno combattendo una lotta contro i disturbi alimentari e individuano e bloccano immediatamente gli hashtag, i profili e i collegamenti verso gruppi pro-ana. Le amministratrici dei blog, prima di accettare nuove ‘profete’, valutano il grado di convinzione nel voler intraprendere questo percorso, nel diventare delle ‘adepte’. Ma esistono, e bisogna capire come sfruttarli per aiutare chi li segue e li legge, non per colpevolizzare. In questi luoghi sono previste sfide continue, comandamenti da seguire, perché “non sarai mai troppo magra”. E’ una vera e propria filosofia, dove Ana, l’anoressia, è l’unica Dea: “Ana è colei che ci accompagna ogni giorno, che ci odia e ci ama, che odiamo e amiamo. Ana siamo noi. Questo è un gruppo Pro Anoressia. Per chi è così ed è quello che vuole essere. Se siete contrari o in ricovero per favore lasciate questo gruppo, lo trovereste provocatorio. Per chi è come noi, si sente solo, incompreso, qui troverete supporto, trucchi, consigli, foto e tutto ciò che possiamo offrirvi”. Supporto.

Il primo ddl è stato depositato nel 2008. Siamo nel 2019 e undici anni dopo, è ancora in discussione in Commissione Sanità al Senato il disegno che prevede il carcere fino a 2 anni e 100mila euro di multa per chi promuove diete che possono causare anoressia e bulimia.

Il 15 marzo è l’ottava giornata del fiocchetto lilla contro i disturbi del comportamento alimentare. Una giornata fortemente voluta da Stefano Tavilla, un papà che ha visto sua figlia Giulia spegnersi a soli 17 anni per colpa della bulimia. Giulia è morta in lista d’attesa, mentre aspettava di entrare in clinica. Sono passati otto anni da quando è stata indetta questa giornata, e ancora in Italia si discute solo su chi colpevolizzare.

 

Articolo di Chiara Caraboni

Un pensiero riguardo “Puoi chiamarmi Ana

  • 28 Febbraio 2020 in 6:49
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    Questo e il mio numero 3516350333 aggiungimi per favore

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