Putin, il vero vincitore del 2016

Negli ultimi mesi l’occidente del mondo ha mostrato sempre di più che la sua politica sta cambiando. La Brexit e l’elezione di Donald Trump, ma in generale la nascita e il grande seguito dei partiti antisistema, così come dell’euroscetticismo in Europa, o la crisi dei migranti, sono solo alcune delle nuove sfide che l’ovest del mondo deve affrontare. Non possiamo sapere con certezza se la direzione presa sarà migliore o peggiore di quella del passato, ciò che però possiamo dire è che, senza ombra di dubbio, una grande potenza sta guadagnando dalla debolezza delle strutture istituzionali occidentali: questa potenza è la Russia.

Oggi, Mosca rafforza ancora di più la sua posizione di leader del sistema multipolare: forse l’unico o uno dei pochi, tra i paesi più potenti del mondo, in cui il consenso per l’establishment è altissimo, riconfermato dalle ultime elezioni della Duma di Stato, in cui Russia Unita, il partito del primo ministro Medvedev e del presidente Putin, ha preso nuovamente la maggioranza dei seggi. Questo è nettamente in contrasto con l’andamento di molti paesi dell’occidente, in cui i partiti o i leader anti-sistema sono quelli che guadagnano maggiore consenso, a scapito dei movimenti politici conformi alla struttura istituzionale.

Due attori sono usciti dal 2016 particolarmente indeboliti (dal punto di vista russo, ma a mio avviso, non solo): gli Stati Uniti, in cui l’elezione di Trump ha avuto sicuramente un effetto destabilizzante per l’intero sistema internazionale, e l’Unione Europea, per la quale il referendum sulla Brexit è stato solo il culmine di alcuni problemi ben più strutturali.

In che modo queste due debolezze si intrecciano con la politica estera russa, e perché la Russia sembra aver guadagnato qualcosa da esse? Per dovere di onestà intellettuale, dirò fin da subito che affronteremo solo alcune delle questioni che si potrebbero trattare, per limiti di spazio e di complessità delle tematiche.

Per cominciare la prima materia da trattare è quella della Siria. In questo caso è specialmente l’elezione di Trump a giocare un ruolo fondamentale per la ricerca di un compromesso tra le parti. La forte contrapposizione tra USA e Russia per la questione siriana sembra infatti solo un ricordo di ieri, tanto che perfino l’ultimo incontro tra Kerry e Lavrov (che si è svolto a Roma in occasione del Forum Med Dialogues 2016) sembra avere dei toni più pacati. La stampa riporta che il segretario di stato americano nel suo incontro con l’inviato Onu per la crisi, Staffan de Mistura, avrebbe chiesto di ripristinare i talks di Ginevra, dai quali gli USA si erano ufficialmente ritirati ad ottobre, il che è già di per sé un segno della mancanza di carte da giocare di un’amministrazione (quella Obama) il cui mandato sta per concludersi. Le maggiori divergenze tra i due paesi rimangono quelle legate alla definizione dei terroristi: solo i combattenti del sedicente Stato Islamico, per gli USA; tutti i ribelli, per la Russia, che mantiene forti interessi rispetto al regime di Assad, legati soprattutto ad alcune basi militari e navali sul territorio siriano. Per quanto riguarda la futura presidenza americana, in una dichiarazione a Ria Novosti, il vice ministro degli Esteri russo, Mikhail Bogdanov, ha segnalato che sono già in corso accese trattative di collaborazione sulla questione siriana con il team di Trump, che aveva mostrato fin dalla campagna elettorale la sua apertura nei confronti di Mosca. In questa risoluzione potranno giocare un ruolo fondamentale le sanzioni in vigore contro la Russia da parte dell’Unione Europea come conseguenza delle azioni russe in Ucraina. Ricordiamo che la loro proroga è estesa fino al 2017, sia per quanto riguarda quelle in vigore in risposta all’annessione della Crimea (fino a giugno), sia quelle dovute al ruolo russo nella mancata integrità territoriale Ucraina (fino a marzo): Putin non cederà un passo senza prima passare per una loro riduzione o eliminazione.

La seconda questione che si incastra sia con l’elezione di Trump che con la debolezza dell’Unione Europea è appunto quella dell’Ucraina. Qui il successo di Putin sta nell’aver raggiunto uno stallo, che porterà l’Ucraina a rimanere instabile e sicuramente a non poter ricostituire la completezza del suo territorio per molto tempo. L’obiettivo di Putin era allontanare l’Ucraina dall’Unione Europea, dalla Nato e dalla piena sovranità del proprio territorio, per ragioni storiche che vanno forse analizzate e comprese più a fondo. Già a partire da Gorbachov erano stati presi degli accordi tra est e ovest del mondo, che, seppur informali, prevedevano che la Nato non si sarebbe espansa nei territori dell’Unione Sovietica nel suo progressivo ritiro verso est, come riporta lo stesso ex presidente sovietico in un’intervista concessa nel 2015 alla stampa tedesca. Gorbachov considera questa espansione pericolosa per la stabilità del mondo intero: un tradimento a un accordo informale tra potenze regionali. È qui che si inserisce il discorso russo rispetto all’Ucraina: un’occidente che si è già esteso nei paesi Baltici è visto come eccessivamente aggressivo in una sua eventuale espansione anche a Kiev. Il repentino allargamento dell’Unione Europea a est – mi riferisco in particolare al grande allargamento del 2004 – è stata una mossa eminentemente politica, accettata dai paesi dell’est europeo per motivi economici, tralasciando completamente le problematiche che potevano emergere dalla diversità socio-culturale e storica di questi paesi rispetto al nucleo duro dell’Unione. Sono questi stati, in particolare le repubbliche baltiche, a temere di più dall’elezione di Trump: essi sono preoccupati che il disinteresse americano spinga Mosca a dilatare nuovamente il proprio controllo su un territorio in cui la minoranza russa rimane ancora molto massiccia e influente. Putin e Trump sembrano viaggiare sugli stessi binari rispetto a questa sorta di spartizione in aree regionali di influenza: il futuro presidente americano ha più volte sottolineato come sia necessario un ritiro, seppur parziale, degli Stati Uniti dallo scacchiere internazionale, per dedicarsi con più forza alle questioni interne e regionali. Di questo è ben contento Putin che, a sua volta, ha mostrato di disinteressarsi in toto agli avvenimenti dell’area di maggior influenza statunitense- il continente americano –  ad esempio non recandosi di persona ai funerali di Castro. Ritornando all’Ucraina, sicuramente Putin non spinge per il raggiungimento di un compromesso: il suo fine, ovvero la destabilizzazione dell’area, lo ha già raggiunto da tempo.  In secondo piano, rispetto a questo fine, c’è l’eventuale annessione del Donbass, che sembra ormai una questione superata; e l’avvenuta annessione della Crimea, per la quale Putin ha sfruttato con maestria il parallelismo della situazione della penisola con quella dell’indipendenza kosovara. Ad oggi l’Ucraina si trova quindi fuori dall’area di influenza europeo-occidentale, in cui aveva tentato di entrare, un po’ per sua volontà e un po’ subendo, in un certo senso, le forti spinte dell’occidente stesso.

Per concludere, quelli riportati sono solo alcuni degli esempi che mi portano a dire che il vero vincitore delle debolezze occidentali, dalle elezioni presidenziali americane alla Brexit, sia Putin: l’uomo che è riuscito a rimanere ancorato al potere del Cremlino dal 1999, e che, senza ombra di dubbio, intende utilizzare la debolezza e la controversia delle vicende occidentali a vantaggio di se stesso e della grande madre Russia.

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