Chi ha paura del bullismo omofobico?

“Queste sono cose che fanno crescere!”
Basti pensare che fino agli anni ’70 questa era la risposta di gran parte degli adulti quando si parlava di quel fenomeno che ora, comunemente, chiamiamo bullismo. La credenza errata che le violenze tra bambini fossero una sorta di naturale rito di passaggio al mondo degli adulti è tuttora qui, rannicchiata in un angolo, pronta a balzare fuori per mettere in discussione anni e anni di battaglie, conquiste e studi psicologici e sociologici a riguardo.

Cosa c’è da ricordare quando si parla di bullismo
Bullismo Violenza. Il bullismo è “un atto di violenza perpetrato in maniera persistente e organizzata che segue un copione relazionale ai danni di uno o più individui”.
Tre gli elementi costitutivi: l’intenzionalità nel provocare il danno, la persistenza degli atti e il disequilibrio tra rapporti di forza. Chi agisce una prepotenza, quindi, nel farlo guadagna un miglior status sociale all’interno del gruppo.  Sempre tre le modalità con le quali viene messo in atto: fisica, verbale e manipolativa – tipica delle ragazze.

Il bullismo ha molti volti e tra questi quello che rimane spesso celato, tanto alla stampa quanto all’opinione pubblica, è il bullismo omofobico. E anche qui sono diverse le precisazioni da fare. Il bullismo omofobico NON è indirizzato verso bambini o ragazzi con orientamento omosessuale. Colpisce senza distinzione e può essere applicato temporaneamente o in maniera permanente a qualsiasi studente. Raramente è basato su attacchi del singolo, anzi, è spesso legato a una dinamica di gruppo, all’interno del quale attecchiscono gli stereotipi che “colorano” questi atti di prepotenza. Sulla base dei meccanismi di socializzazione, più il clima all’interno di un gruppo si rivelerà omofobo più i singoli adotteranno atti di prepotenza di questo tipo. Dunque, la cultura del gruppo dà forma al pensiero del singolo e ciò funziona anche come meccanismo di deresponsabilizzazione. La diffusione della responsabilità è una delle più importanti tecniche di neutralizzazione che vengono utilizzate nelle dinamiche di gruppo. I singoli finiscono per sentirsi meno responsabili per l’atto commesso perché la responsabilità di ciò che è avvenuto è percepita come condivisa e suddivisa dai vari membri; esattamente come accadde per i nazisti: è la banalità del male.

Di stereotipi sull’omosessualità ne conosciamo molti: dalla atipicità rispetto al ruolo di genere (le lesbiche sono donne poco femminili e i gay maschi effeminati) allo status (omosessuali= anticonformisti, eccessivamente liberali e trasgressivi) o vengono addirittura rappresentati come  una potente lobby. Chi fa l’uomo e chi fa la donna” è il cliché più diffuso: un tentativo di assoggettare l’amore omosessuale alle logiche dell’amore eterosessuale. Traumi infantili o rapporti disfunzionali con i genitori sono la ciliegina sulla torta degli stereotipi legati all’omofobia. E ancora, la paura infondata che l’omosessualità sia trasmissibile tanto che alcuni studi inglesi hanno definito il c.d. spettro del finocchio.

Lo spettro del finocchio viene evocato in continuazione. Inizia tutto con l’apprendimento – in un contesto scolastico o familiare – di un linguaggio denigratorio relativo all’omosessualità. Solitamente un bambino apostrofa l’amico chiamandolo “frocio” “checca” o “finocchio”, a seguito di una dimostrazione di scarso coraggio, eccessivo zelo nel rispetto delle regole o, addirittura, per passioni musicali o artistiche. Lo spettro del finocchio aleggia tra i più giovani come un qualcosa di temibile e misterioso, e dall’infanzia all’adolescenza, soprattutto tra maschi, si combatte contro la paura di essere etichettati come “omosessuali”.
Basti pensare che i risultati della più ampia ricerca in ambito di bullismo omofobico, Schoolmates – promossa da Arcigay, co-finanziata dalla Commissione Europea, applicata in 4 stati dell’Unione su più di 30 istituti scolastici – evidenziano che il timore di essere etichettati come omosessuali è, tra i ragazzi, la maggior motivazione di non intervento di fronte ad atti di bullismo omofobico. 4 ragazzi su 10 dichiarano di non intervenire di fronte a questi atti.
Tra gli altri risultati, i perpetratori sono per il 95% maschi (UE) e i luoghi sono sempre interstiziali: intervallo, bagni e spogliatoi. Non è un caso che questi siano spazi dove si sfugge alla supervisione degli adulti e dove, nel caso di bagni e palestre, viene evocata la dimensione corporea – le prepotenze possono divenire per l’appunto, corporali.

Gli adulti hanno un ruolo rilevante poiché spesso piuttosto che condannare e punire le prepotenze, tendono a minimizzare, contribuendo ad un rinforzo positivo dei bulli. Le prese in giro omofobiche sono infatti culturalmente accettate, tanto che vengono utilizzate come forma di ridicolizzazione prima ancora di divenire forme di accanimento. Inoltre sussiste la necessità di una formazione specifica soprattutto del corpo docenti e del personale scolastico per contribuire a contrastare le nuove frontiere del bullismo.

Un altro aspetto, che è forse il più preoccupante, è legato alle conseguenze del bullismo omofobico. Il sistema di mascolinità sul quale la nostra società è fondata porta gravi conseguenze per le vittime di prepotenze come: danni psicologici legati al senso di colpa, senso di inferiorità, sentimenti di vergogna e disistima. Tutti elementi che possono facilmente condurre alla depressione. A questi si possono aggiungere il calo del rendimento scolastico, causato da disaffezione e sfiducia nel contesto “scuola”, che può provocare l’abbandono degli studi. Infine, esclusione sociale, isolamento progressivo, utilizzo di sostanze, autolesionismo e interiorizzazione dell’omofobia – che può portare i ragazzi con orientamenti omosessuali a odiare sé stessi tanto da divenire omofobi e violenti contro chi ha accettato la propria omosessualità (D’Augelli, Espelage e Pilkington).

La tanto discussa puntata di Rai3, Alla Lavagna! con Vladimir Luxuria andrebbe vista. Non c’è nessun elemento di perversione, come hanno detto e scritto in molti, né tantomeno alla luce degli elementi esposti c’è un tentativo di educazione gender qualsiasi cosa questo voglia dire. L’ondata di hate speech a riguardo è soltanto l’ulteriore riprova di un sistema culturale retrogrado, arretrato e ignorante.
Luxuria nel rispondere alle domande dei bambini fornisce vari spunti legati alla tolleranza e l’inclusione. I ragazzi sono più curiosi degli adulti e hanno voglia di conoscere il mondo a 360° anche quando si parla di omosessualità, transessualità o bisessualità. L’educazione affettiva ed emotiva è estremamente importante, dalla scuola primaria fino al liceo, e i fondi destinanti alla lotta e alla prevenzione al bullismo sono ancora troppo scarsi per permettere la creazione di programmi e strumenti da implementare nelle scuole.

Conoscere infatti aiuta a discernere. A riflettere prima di utilizzare un linguaggio denigratorio, a riflettere prima di prendere in giro un compagno, o a usare prepotenza. Esempi come la discussa puntata di Luxuria, la pellicola di Ivan Cotroneo Un bacio o la decisione del preside del liceo scientifico Oriani di Ravenna, di scegliere di non cancellare la scritta sul muro della scuola che lo etichettava come “gay”, aiutano solo i ragazzi a discernere, a riflettere, a conoscere e imparare sin da piccoli il valore della libertà di essere liberi.

 

Fonte principale: Prati G., Pietrantoni L., Buccoliero E., Maggi M. (2009). Il bullismo omofobico. Manuale teorico-pratico per insegnanti e operatori. Milano: Franco Angeli.

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