Quando Ulisse si finse Nessuno: nazionalismo, identità e lingua nel mondo del 2017

Quando Ulisse si deve liberare di Polifemo ha detto recentemente il professor Sergio Belardinelli, docente di Filosofia Politica all’Università di Bologna dice di essere Nessuno. In questo modo, si spoglia della sua identità. Ma Ulisse dice di essere Nessuno perché si vuole liberare del ciclope, non perché vuole entrare in relazione con lui.

E’ interessante notare come nella straordinaria epica greca ci sia in potenza uno dei dibattiti più dirimenti della contemporaneità, quello sull’idea di nazionalità. Uno scontro spinoso, che vede contrapporsi il bianco di chi sostiene che chiunque sventoli un tricolore nazionale, anche solo allo stadio, sia un nazionalista fanatico e il nero di chi è convinto che basti utilizzare una semplice parola in lingua inglese per rinnegare tutta la nostra cultura dal Rinascimento a oggi.

In mezzo, tante sfumature di grigio, e tante tematiche all’ordine del giorno dell’agenda politica e sociale: la tolleranza e l’accoglienza dello straniero, il diritto delle minoranze, ius sanguinis e ius soli.

Hannah Arendt, massima filosofa del ‘900, in Le origini del totalitarismo dice che le leggi razziali, spogliando gli ebrei della loro cittadinanza, avevano creato una massa enorme di Nessuno. Ora, è dimostrato dalla filosofa che il paradosso dei cosiddetti diritti umani è che essi, pur professandosi universali, si applicano solo a chi ha una cittadinanza ben definita. In altre parole, un’identità. Perché nei Lager la prima cosa che veniva tolta ai deportati era il nome? Perché, facendo sì che gli ebrei diventassero Nessuno, numeri, ci si liberava di loro. Si annullava qualsiasi possibilità di relazione.

In un certo senso, parlare dell’idea di nazionalità significa rispondere ad alcune domande: chi siamo? Cosa saremo? Cosa vogliamo diventare?

Non c’è nulla di male, penso, a sentirci italiani ed europei. A professare insomma una nostra identità. Qualcosa che ci identifichi, e che sia radicato in noi, nella nostra Storia e nella nostra cultura.

Questo non significa, chiaramente, essere nazionalisti alla maniera di D’Annunzio, battersi per la riconquista di Fiume, come suggeriva un simpatico Meme che girava su Facebook qualche mese fa, o sostituire i drink con le polibibite. Non significa neanche girare il mondo coi pacchi di pasta e ricercare maniacalmente la pizzeria anche a Timbuctu, preferendola possibilmente napoletana e con le mozzarelle di bufala. E nemmeno gridare per le piazze Prima gli italiani, Prima i Padani, Stop invasione e via di questa antifona.

Essere nazionalisti oggi significa innanzi tutto professare un’identità. Evitare cioè che l’insieme di culture, tradizioni, costumi, che caratterizzano il nostro essere parte di qualcosa, venga inglobato dalla cavalcante omologazione. Un fenomeno che, con l’ausilio della pubblicità e delle grandi società transnazionali, mira a creare quello che il poco noto autore distopico spagnolo Ernesto Ruiz de Linares chiama El hombre cero, alienato e spogliato della sua umanità.

Un uomo dunque senza identificazioni, che è ovunque e in nessun luogo, mangia da McDonald’s, veste da Zara, usa pc Microsoft o Apple e si alimenta delle fake news dei social. Un Nessuno che si libera di se stesso prima, e degli altri poi. Perché è ovvio, che in una società di identici, non ci può essere relazione, non ci può essere confronto o dialogo, ma solo una disarmante standardizzazione.

Essere nazionalisti oggi significa anche, e soprattutto, non vergognarsi della propria lingua. Il che ovviamente non vuol dire fare la voce grossa di fronte a chi ci accusa di non conoscere sufficientemente l’inglese, come ha fatto non molto tempo fa il nostro Ministro degli Esteri, in un’intervista televisiva. E’ da sciocchi pensare che si possa vivere nel 2017, e relazionarci con un mondo in cui le comunicazioni si fanno nel tempo di un click a livello globale, parlando solo nella nostra lingua nazionale.

D’altro canto, però, sarebbe errato anche pensare di poter ignorare il nostro italiano, declassando tutto ad un inglese spesso superficialone e senza anima, come fanno, ahinoi, non pochi politici (e non solo!) da un po’ di tempo a questa parte. Senza contare che in Italia abbiamo tra i più bravi interpreti e traduttori al mondo: persone preparate, competenti, professionali, che spesso vengono percepite da chi le assume più come una vergogna, il famoso dito nella marmellata del bambino pestifero, piuttosto che come una risorsa da valorizzare.

L’ansia di omologazione ha creato l’italiano che sentiamo ora in tv, una lingua che ha la stessa identità del Nessuno di Omero, e che ha pian piano soppiantato quasi completamente la vitalità e la potenza delle nostre lingue regionali, ormai parlate dai nonni e da sparuti gruppi di nostalgici.

Ad un lettore attento, non sfuggirà certo che George Orwell conclude il suo capolavoro 1984 con un’appendice, I principi della neolingua, in cui si esamina per l’appunto il perverso piano del Socing e del Big Brother di ridurre la lingua inglese, inglobando in termini unici intere classi di contenuti e di significati. Una lingua che si impoverisce è una rinuncia all’identità, uno strumento di controllo, un ulteriore segnale di massificazione.

Come essere nazionalisti nel 2017, allora? Celebrando la diversità, il nostro essere Qualcuno. Solo il conflitto ha proseguito Belardinelli arricchisce, tramite il continuo confronto e la divergenza di opinioni. Tesi e antitesi, che diventano una sintesi. Altrimenti, direbbe Kant, solo un tipo di pace è possibile: la pace dei cimiteri.

2 pensieri riguardo “Quando Ulisse si finse Nessuno: nazionalismo, identità e lingua nel mondo del 2017

  • 13 Ottobre 2017 in 14:57
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    Congratulazioni!! Articolo interessante…e poi sei uno dei pochi che si ricorda di scrivere se stesso senza l’accento.
    Mi interesserebbe avere una tua riflessione sullo ius soli e sulla legge di iniziativa popolare per la modifica della Bossi Fini.
    Forse è troppo visto che devi anche studiare!! Ciao

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