Quarant’anni senza Peppino

9 maggio 1978. L’Italia è profondamente scossa: dopo 55 giorni di prigionia, nel baule posteriore di una Renault 4 sita in via Caetani, a Roma, c’è il corpo senza vita di Aldo Moro.
Nella stessa notte tra l’8 e il 9 maggio, viene ritrovato sui binari di una ferrovia il cadavere di un siciliano di appena trent’anni, apparentemente suicida. Il suo nome, Peppino Impastato.

La notizia, inizialmente passata in secondo piano, sembrava raccontare la storia di un bombarolo originario di Cinisi, morto suicida nel tentativo di far saltare in aria i binari della ferrovia Trapani-Palermo. Il suo corpo, dilaniato da chili di tritolo, venne ritrovato adagiato sui binari con una carica esplosiva sotto di sé. Stampa e forze dell’ordine seguono la pista sbagliata. Ma è tutto troppo strano.

Peppino, figlio e nipote di mafiosi di Cosa Nostra, era uno di quei siciliani che avevano deciso di non abbandonare la terra natia per provare a liberarla dalla criminalità organizzata. La sua vita, troppo breve, era stata interamente dedicata al tentativo di estirpare il cancro mafioso dalla sua Cinisi. Nel farlo, cingeva strenuamente tre armi: la sua voce, la sua penna, la sua ironia.

Allontanato da casa in giovane età dal padre, immediatamente inizia la propria attività culturale e politica di stampo anti mafioso.

La sua attività di controinformazione comincerà nel 1965, con la fondazione del giornalino “L’idea socialista”, insieme ad altri membri del PSIUP di Cinisi. I redattori verranno denunciati dal sindaco per pubblicazione clandestina, e il giornale chiuderà i battenti per un anno. Solo in seguito alla riapertura, comparirà il celebre articolo firmato Peppino Impastato: “Mafia, una montagna di merda”. Nel 1967, la chiusura definitiva.

La militanza nella sinistra extraparlamentare, la lotta al fianco dei contadini per l’esproprio delle terre per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, l’interesse per la Marcia della protesta e della pace al fianco di Danilo Dolci, il rapporto con il giornalista Mauro Rostagno e l’adesione a Lotta Continua.
Proprio a riguardo, in una nota bibliografica, scriverà: “Aderisco a Lotta Continua nell’estate del ’73, partecipo a quasi tutte le riunioni di scuola-quadri dell’organizzazione, stringo sempre più o rapporti con Rostagno: rappresenta per me un compagno che mi dà garanzie e sicurezza: comincio ad aprirmi alle sue posizioni libertarie, mi avvicino alla problematica renudista. Si riparte con l’iniziativa politica a Cinisi, si apre una sede e si dà luogo a quella meravigliosa, anche se molto parziale, esperienza di organizzazione degli edili”.

Anni dopo, nel 1975, istituirà il Circolo “Musica e Cultura”, organizzando attività culturali e ricreative per i giovani di Cinisi. Nel 1977 vede la luce Radio Aut, radio autofinanziata di controinformazione, che diverrà famosa per la satira ed i toni ironici con cui Peppino prendeva in giro la mafia palermitana. A causa del suo impegno verrà preso di mira dal boss di Cinisi, Tano Badalamenti, che era solito sbeffeggiare con l’appellativo di “Tano Seduto”.

Il 15 maggio del 1978, sebbene già defunto, venne simbolicamente eletto al Consiglio comunale con la lista Democrazia Proletaria, ottenendo il 6% dei consensi.

Solo diversi anni dopo la sua morte verrà riconosciuta la matrice mafiosa dell’omicidio, soprattutto in seguito all’impegno della madre e del fratello: il resto è una storia di mafia e depistaggi che porterà Vito Palazzolo a una condanna di trent’anni e Badalamenti all’ergastolo. Ventitré e ventiquattro anni dopo, rispettivamente nel 2001 e nel 2002.
Poi la convergenza con la Strage di Alcamo Marina, su cui Peppino stava indagando: la cartella con i relativi documenti, sequestrata, non tornerà mai più nelle mani della famiglia Impastato.

Negli anni, anche tantissimi tributi per il giornalista. I più celebri il film di Marco Tullio Giordana, “I cento passi”, e l’omonima canzone dei Modena City Ramblers.

Peppino è stato uno dei tanti giornalisti italiani vittime della mafia, una della tante penne spezzate nel corso della costante ricerca della legalità. In un’Italia in cui l’inchiesta è sempre più in crisi e la criminalità continua a farla da padrone, è fondamentale ricordare la storia di Peppino, figlio di una terra difficile e di un periodo complicato, da tramandare negli anni.

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