Quel problema trascurabile che è il cambiamento climatico

Non siamo affatto in uno di quei film in cui la natura, stanca dei continui soprusi subiti da parte dell’uomo, si ribella contro di esso mettendone a rischio l’esistenza. In quei film, infatti, il finale è sempre lieto e l’uomo riesce in qualche modo a sopravvivere e a porre nuovamente le forze della natura sotto il suo ferreo controllo. La realtà, invece, è ben diversa e rappresenta una concreta minaccia al nostro futuro. Ma se quello che ci circonda non è il prodotto della fantasia cinematografica, qualcuno allora può spiegarci perché continuiamo ad assistere inermi alla distruzione del nostro pianeta come fossimo seduti sulle comode poltrone della platea di un cinema? La realtà non è un film ed è necessario intervenire immediatamente attuando riforme senza precedenti se vogliamo che ci sia davvero il lieto fine.

Facciamo in breve il punto della situazione: nel 2015 circa 200 paesi avevano siglato il tanto atteso Accordo di Parigi per ridurre le emissioni di gas serra ed in particolar modo l’anidride carbonica (CO2), in modo da limitare l’incremento del riscaldamento globale a massimo 2°C rispetto al periodo preindustriale (1850-1900), valutando la possibilità di ridurlo ulteriormente a 1,5°C. Un obiettivo molto ambizioso che, se anche si perseguisse l’opzione più permissiva dei 2°C, necessiterebbe di sostanziali cambiamenti nelle modalità di produzione industriale, nell’economia e nel nostro stesso stile di vita.
Alla luce di questo, durante la Conferenza di Parigi la comunità internazionale ha chiesto all’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici già insignito del Premio Nobel per la Pace nel 2007, di redigere un’analisi per appurare le effettive conseguenze e differenze tra un aumento delle temperature medie globali di 1.5°C o 2°C.
Si è così arrivati allo scorso 8 ottobre, quando è stato presentato ad Incheon (Corea del Sud) l’ultimo report dell’IPCC dal titolo “Global Warming of 1.5°C”. Questo documento è stato redatto da 91 scienziati provenienti da 40 paesi, che hanno vagliato oltre 6000 ricerche scientifiche realizzando dunque lo studio più completo che sia mai stato condotto in tema di cambiamenti climatici.

Dire che i risultati di questo rapporto sono allarmanti è un eufemismo. Se infatti non si riuscisse a raggiungere entro il 2030 l’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi, ovvero quello di mantenere il riscaldamento globale a 1.5°C, si andrebbe inevitabilmente incontro a conseguenze catastrofiche.
Attualmente la temperatura media globale è già a +1°C rispetto al livello preindustriale, il che vuol dire che ci rimane un margine di sforamento di soli 0.5°C. Qualora questo venisse superato, ci troveremmo al punto di non ritorno: scioglimento completo delle calotte glaciali ed aumento del livello del mare che porterebbe alla scomparsa di numerose nazioni insulari e città costiere, aumento delle inondazioni fluviali, processi di desertificazione, drastico calo della produttività agricola, condizioni climatiche sempre più estreme, lunghi periodi di siccità e carestie, aumento di malattie cardiovascolari e respiratorie, milioni di migranti climatici e conflitti locali ed internazionali per il controllo delle risorse.
In breve, il messaggio che la comunità scientifica ci sta inviando è molto semplice: abbiamo 12 anni per salvare il nostro pianeta ed è dunque categorico intervenire immediatamente per non trovarci presto alle prese con uno scenario apocalittico.

Rimanere nel limite di 1.5°C è possibile, ma sono necessarie riforme di vastissima portata come mai se ne sono viste nella storia dell’uomo. Bisogna innanzitutto ridurre del 50% le emissioni di CO2 entro il 2030 e del 100% entro il 2050. È inoltre necessario produrre l’85% dell’energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2050, riforestare un’area di 7 milioni di chilometri quadrati (pari quasi alla superficie dell’Australia), sviluppare tecnologie per la cattura e stoccaggio del carbonio, rivoluzionare il sistema di trasporti e quello per il riciclaggio dei rifiuti e, non da ultimo, cambiare regime alimentare in maniera tale da ridurre il consumo di carne.
Queste riforme, oltre ad una profonda consapevolezza da parte di ognuno di noi della gravità della situazione nella quale ci troviamo, necessitano anche di notevoli investimenti economici: circa 2mila miliardi di euro entro il 2035.

Ma se la situazione è così grave ed il tempo a nostra disposizione limitato, perché nessuno ne parla in Italia? Perché continuiamo a discutere sempre e solo di reddito di cittadinanza, di migranti, di decreti sicurezza e mai invece del fatto che ci stiamo condannando a morte da soli? Perché la classe politica non ha il coraggio di dirci che mai nessuna ondata migratoria ha portato al collasso del nostro pianeta, mentre lo stile di vita che noi stessi abbiamo costruito ci sta inesorabilmente spingendo verso quella direzione?
Il nostro bel paese sarà presto tra le nazioni più colpite dai cambiamenti climatici: entro la fine del secolo l’aumento della temperatura media italiana sarà compreso tra gli 1.8°C e i 5.2°C, il processo di desertificazione renderà incoltivabili le nostre terre e non è illogico pensare che i nostri nipoti non vedranno mai Venezia. La lotta ai cambiamenti climatici non dovrebbe dunque essere tra le priorità di chi ci governa?

Dovrebbe, ma nei fatti non lo è… e neanche a parole. La notizia del rapporto dell’IPCC in Italia è passata completamente in sordina.
Ciò non stupisce se si considera che la Lega, ad esempio, si è astenuta durante le votazioni parlamentari per la ratifica dell’Accordo di Parigi. D’altronde non serviva l’astensione leghista per comprendere lo scarso interesse che questo partito nutre per il problema dei cambiamenti climatici: basta infatti guardare la Pianura Padana che, oltre ad essere la storica roccaforte del Carroccio, è anche una delle aree più inquinate d’Europa. Qui l’esposizione alle polveri sottili è mediamente doppia e in alcuni casi addirittura tripla rispetto alle principali città europee e l’occupazione del suolo viaggia alla velocità di otto metri quadrati al secondo.
Se i fatti sono pochi, l’ipocrisia è invece tanta e negli stessi giorni in cui Salvini parla di “ambientalismo da salotto” durante la visita nelle zone del Bellunese colpite dal maltempo, in Parlamento vota a favore del condono edilizio di Ischia targato 5 stelle.
Già, perché in quanto ad ipocrisia i pentastellati non sono affatto da meno. Di Maio ha affermato infatti che la prevenzione del dissesto idrogeologico è una delle priorità del Governo del cambiamento, ma allo stesso tempo con l’articolo 25 del Decreto Genova permette di fatto il condono di 28 mila abusi edilizi ad Ischia e in altre zone terremotate del centro Italia. La domanda allora sorge spontanea: come si fa a prevenire il dissesto idrogeologico se la politica non combatte quella che è ormai una realtà assodata, ovvero che siamo uno dei paesi più abusivi in Europa? È chiaro che abbattere gli abusi edilizi non porta gli stessi voti che condonarli, ma qualche volta bisognerà pure fare ciò che deve essere fatto senza seguire logiche elettorali.

La nostra classe politica non parla e non vuole impegnarsi nella lotta ai cambiamenti climatici, ma che dire della stampa? La risposta è semplice: silenzio stampa. All’indomani della presentazione del rapporto dell’IPCC, i giornali di tutto il mondo ne riportavano la notizia in prima pagina, tranne le testate italiane. Con la sola eccezione di un articolo di Emanuele Bompan pubblicato su La Stampa, nessun’altra redazione nazionale ha reputato l’argomento sufficientemente rilevante da dedicargli lo spazio adeguato.

È dunque evidente che in Italia siamo ancora lontani anni luce dal maturare una “coscienza verde”, ma se lo scenario nazionale è opaco, quello internazionale non è più rassicurante.
Il genio d’oltreoceano Donald Trump sostiene che i cambiamenti climatici non siano antropogenici e in una recente intervista alla Cbs ha declassato il problema a fenomeno transitorio. Coerentemente con queste assurde posizioni, il presidente americano ha già ritirato gli Stati Uniti, ovvero il paese più inquinante del mondo, dall’Accordo di Parigi che era stato invece ratificato dall’amministrazione Obama.
Il Brasile è ormai nelle mani del reazionario Jair Bolsonaro, che ha già dichiarato di voler abolire il Ministero dell’Ambiente e di accelerare il processo di deforestazione dell’Amazonia per permettere una penetrazione stradale ed un maggior sfruttamento delle risorse minerarie delle riserve. Secondo lo studio del Global Forest Watch, nel 2017 perdevamo ogni secondo un’area di foresta grande quanto un campo da calcio e ci sono tutte le ragioni per sostenere che, viste le premesse, questo inquietante trend possa solo che peggiorare.
La Cina, che dopo gli Stati Uniti è il paese che emette più CO2 nell’atmosfera, ha ripreso a costruire centinaia di centrali elettriche a carbone nonostante la ratifica dell’Accordo di Parigi e anche laddove i segnali per un futuro sostenibile erano più promettenti, come nel Canada del premier ecologista Justin Trudeau, c’è molta delusione. Il primo ministro canadese infatti, a dispetto della sua vocazione “verde”, sta investendo molto sulle ultra inquinanti sabbie bituminose.

Insomma, la situazione è veramente tragica. Siamo pienamente consapevoli dei rischi verso i quali andiamo incontro eppure continuiamo a comportarci come nulla fosse. L’Accordo di Parigi e il rapporto dell’IPCC sono praticamente cartastraccia e stiamo voltando le spalle all’ultima possibilità che ci rimane per costruire un futuro sostenibile. Se è questo il mondo in cui vogliamo vivere, allora non ci resta che piangere.

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