Ratko Mladić – Il boia di Srebrenica condannato all’ergastolo

Il 22 ottobre 2017 Ratko Mladić, all’arrivo al Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, si presenta sorridente e ostenta sicurezza, alzando i pollici rivolto alle telecamere, con atteggiamento di sfida. Fuori dall’aula ci sono le Madri di Srebrenica e altri famigliari delle vittime di Mladić, pronti da anni ad ascoltare una sentenza che si è fatta attendere, ma la cui applicazione non per questo sarà meno valida. Il Tribunale, con sede all’Aja, è una corte ad-hoc istituita dalle Nazioni Unite nel 1993 per perseguire i crimini di guerra effettuati a partire dal 1991, nell’ambito della serie di conflitti che portarono allo sfaldamento dell’ex federazione jugoslava. Gli imputati furono 161 e fra questi erano compresi: Slobodan Milošević, all’epoca presidente della Repubblica Serba, primo ex capo di Stato a essere processato per crimini contro l’umanità (la sua sentenza non poté essere portata a termine a causa della sua morte improvvisa nel 2006); Radovan Karadžić, capo politico dei serbi di Bosnia, condannato a marzo 2016 a 40 anni di carcere; Ratko Mladić, comandante militare dei serbo-bosniaci.

Durante la lettura della sentenza di Mladić, i suoi legali ne hanno chiesto l’interruzione, a causa di un malore accusato dall’imputato, ma il giudice Alphons Opie ha negato il permesso e ha proseguito. È stato a questo punto che Mladić ha manifestato il suo aperto disappunto, alzandosi in piedi e inveendo contro la corte, tanto che i funzionari hanno dovuto accompagnarlo fuori dall’aula. Mladić ha quindi seguito da un’altra stanza la fine dell’esposizione della sentenza, che l’ha riconosciuto colpevole di 10 capi d’imputazione su 11, tra cui l’assedio di Sarajevo, la presa in ostaggio dei caschi blu delle Nazioni Unite e genocidio nei confronti dei musulmani della città di Srebrenica, condannandolo all’ergastolo. “Sarebbe un insulto a tutte le vittime, vive o morte, e un affronto alla giustizia decidere una condanna diversa rispetto a quella più severa secondo il diritto: l’ergastolo.”, aveva commentato il procuratore Alan Tieger durante il processo.

Se da un lato il processo a Mladić, il più breve e l’ultimo portato a termine dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, può essere considerato l’atto conclusivo del tentativo da parte della comunità internazionale di garantire giustizia per gli orrori accaduti durante le guerre balcaniche (e parzialmente di compensare al fatto di essere intervenuti troppo tardi e non subito in modo adeguato), dall’altro l’opinione dei cittadini serbi è ben diversa. Ovviamente il governo del giovane Aleksandar Vučić non può che mostrarsi esultante per l’esito di questa vicenda, dato che la cattura e la condanna di Mladić erano considerate come pre-requisito fondamentale per l’ingresso della Serbia nell’Unione Europea, ma la gente comune non è d’accordo. Ratko Mladić è stato catturato solo nel 2011, in un villaggio della Vojvodina dove viveva sotto l’identità di Milorad Komadić e lavorava in un allevamento di mucche. A parte il nome falso, Mladić non cercava di nascondere la propria identità. Non aveva modificato il suo aspetto, non si era fatto crescere la barba. Questo perché per i serbi Mladić fu e resta un eroe nazionale, paragonabile a De Gaulle per i francesi: il giorno del suo arresto, considerato al pari di un lutto per i serbi più nazionalisti, il capo della polizia ha vietato qualsiasi manifestazione a Belgrado, per evitare il rischio di proteste e disordini. Mladić è riuscito a restare un latitante per quindici anni, spostandosi tra Bosnia e Serbia, protetto prima dai servizi segreti serbi e poi dalla sua famiglia. Gli Stati Uniti posero una ricompensa pari a 5 milioni di dollari sulla sua persona, taglia che la Serbia aumentò poi a 10 milioni di euro. Prima della sua cattura si era arrivati alla condizione paradossale per cui, mentre praticamente chiunque in Serbia aveva notizie di lui, i servizi segreti non erano in grado di arrestarlo.

Ratko Mladić nacque in un villaggio a sud di Sarajevo il 12 marzo 1943, nel mezzo della guerra di liberazione condotta dai partigiani jugoslavi al comando di Tito contro gli occupanti tedeschi e italiani. Questi appoggiavano in parte i cetnici serbi, sostenitori del re di Jugoslavia in esilio, e gli Ustascia, nazionalisti croati responsabili di repressioni e uccisioni ai danni della popolazione serba durante il secondo conflitto mondiale. Probabilmente fu l’assassinio del padre da parte degli Ustascia a provocare in Mladić sentimenti di estremo disprezzo nei confronti di croati e musulmani. Dopo essersi diplomato all’Accademia militare e alla Scuola per Ufficiali con il massimo dei voti, iniziò la sua carriera nell’Armata Popolare Jugoslava nel 1965, arrivando poi, nel corso delle guerre balcaniche, a ricoprire il ruolo di comandante militare dei serbo-bosniaci.

Mladić fu l’esecutore materiale del progetto politico ultranazionalista della “grande Serbia” ideato da Milošević, che consisteva nel riunire in un unico Stato tutte le persone di etnia serba. Questa ideologia portò al costante accrescimento del protagonismo serbo all’interno della federazione jugoslava a partire dalla fine degli anni Ottanta, tanto che Slovenia e Croazia arrivarono a dichiararsi indipendenti nel 1990. Il vero problema era però rappresentato dalla Bosnia, la repubblica etnicamente più frammentata, a maggioranza musulmana ma con una consistente presenza di serbi ortodossi. Nel marzo del 1992 la Bosnia indisse un referendum sull’indipendenza, in cui la maggioranza dei votanti si dichiarò a favore, ma che venne disertato dalla minoranza serba. Fu a questo punto che si aprì il conflitto tra i bosniaci, favorevoli all’indipendenza, e i serbo-bosniaci, che invece volevano che le loro zone venissero annesse alla Serbia. I serbo-bosniaci, guidati politicamente da Karadžić già dalle prime espressioni di volontà di secessione nel 1991, nel corso del 1992 arrivarono ad occupare circa il 60% dei territori bosniaci, conducendo contemporaneamente un’operazione di pulizia etnica nei confronti dei cittadini musulmani. Nell’aprile del 1992 l’esercito guidato da Mladić occupò la città di Sarajevo, dando inizio all’assedio più lungo della fine del XX secolo, protrattosi fino al febbraio del 1996. Mladić ordinò di bombardare a tappeto il Parlamento e i quartieri musulmani: nei 44 mesi in cui durò l’assedio undicimila persone morirono, delle quali più della metà civili, e ci furono almeno cinquantamila feriti.

Nel settembre del 1992 l’ONU decise di inviare delle forze di protezione in Bosnia, la cui principale funzione era di assistenza e che erano, di conseguenza, scarsamente militarizzate. Molti dei caschi blu olandesi furono diretti a Srebrenica, un’enclave teoricamente protetta dalla comunità internazionale, in cui a partire dall’inizio della pulizia etnica si erano rifugiati sempre più cittadini musulmani. L’11 luglio 1995 Mladić entrò in città, senza incontrare particolari resistenze da parte delle forze ONU, e dopo poche ore aveva già raggiunto un accordo per l’occupazione con il comandante degli olandesi. Nel caso di un intervento aereo della NATO, aveva minacciato di sterminare tutti, civili e soldati delle Nazioni Unite. Mentre Mladić brindava con il capo dei caschi blu, rassicurava gli abitanti di Srebrenica che avrebbero trovato rifugio nella città per tutto il tempo necessario e aiutava a coordinare le operazioni di trasferimento di donne, bambini e anziani verso un’altra base ONU a qualche decina di chilometri di distanza, i suoi soldati stavano radunando gli uomini e gli adolescenti musulmani per procedere alla loro sistematica eliminazione, che era già stata decisa e progettata dettagliatamente tempo prima dell’occupazione della città. Portato avanti con una fredda e analitica precisione degna degli stermini nazisti, il massacro venne quantificato in 8.372 vittime, la strage più grande dalla fine della Seconda guerra mondiale. A 22 anni di distanza, di tutte le vittime ritrovate nelle fosse comuni, ne sono state riconosciute 6.930.

Al momento della sua cattura, avvenuta il 26 maggio 2011, agli agenti speciali, che avevano difficoltà a riconoscerlo a causa dell’aspetto visibilmente invecchiato e di un braccio paralizzato in seguito a un ictus, disse: “Avete trovato chi cercavate, sono io il generale Ratko Mladić”. Non cercava di falsificare un pentimento che non provava, così come non ci ha provato durante i cinque anni del suo processo o nel giorno della sua condanna all’ergastolo. Forse ora, almeno formalmente, il boia di Srebrenica ha pagato per ciò che ha fatto.

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