Reddito di cittadinanza: cos’è, come funziona e perché è necessario

Il reddito di cittadinanza rappresenta, sin dalle origini, la proposta principale in materia di lotta alla povertà del Movimento 5 Stelle. Durante la campagna elettorale che ha preceduto le elezioni politiche del 4 marzo 2018, questa misura è stata oggetto di ampio dibattito tra le forze politiche, i media e l’opinione pubblica. Un dibattito altamente polarizzato tra posizioni di condanna verso una proposta definita “assistenzialista” e posizioni favorevoli nel segno di un’integrazione agli strumenti di assistenza sociale già previsti. Come spesso accade, l’esigenza di semplificazione propria della comunicazione politica e della media logic ha provocato un eccessivo svilimento e una evidente banalizzazione del fenomeno (drammatico) e della misura stessa. Le responsabilità, tuttavia, sono condivise: sia il Movimento 5 Stelle, con la sua “abolizione della povertà”, sia i mezzi di informazione, con la retorica del “Mezzogiorno assistito”, hanno contribuito a creare confusione a riguardo. In realtà il reddito di cittadinanza è una proposta complessa, non solo per ragioni tecniche e, come è possibile notare in questo particolare periodo, per ragioni finanziarie, ma anche perché porta con sé prospettive di economia e di società ben definite e talvolta difficilmente coordinabili con un paradigma economico di tipo liberista. Non è un caso che, a livello europeo, gli unici Stati a non disporre di uno schema nazionale di reddito minimo garantito per individui e famiglie sprovviste di risorse siano proprio paesi dell’Europa meridionale: Italia e Grecia. Si tratta di paesi con un modello di welfare diverso dal modello scandinavo e ancor di più dal modello britannico. Naturalmente, l’obiettivo di questo articolo non è trattare rigorosamente le diverse esperienze europee, ma quantomeno cercare di comprender meglio il caso italiano.

Per iniziare, il reddito di cittadinanza di cui si parla in Italia non dovrebbe chiamarsi così. Un reddito di cittadinanza è per definizione universale e incondizionato: è dunque erogato a tutti i detentori dello status di cittadinanza e non è soggetto a particolari restrizioni. Il reddito di cittadinanza che conosciamo è, invece, molto più simile a un reddito minimo garantito: erogato per particolari categorie di persone (tipicamente coloro che si trovano sotto la soglia di povertà) e soggetto a vincoli temporali. Si tratta di un dettaglio non banale e al fine di ottenere maggiore chiarezza anche nel dibattito pubblico e politico sarebbe opportuno iniziare a chiamarlo “reddito minimo garantito”, simile alle proposte attuate nel corso del tempo in altri paesi europei: possiamo citare a titolo esemplificativo il minimex belga del 1974, il revenu minimum garanti lussemburghese del 1986 e il revenu minimum d’insertion francese del 1988.

La situazione italiana è caratterizzata, e non ci meravigliamo, da varie complicazioni strutturali. Prime fra tutte quelle relative ai centri per l’impiego. I centri per l’impiego sono uffici amministrativi che dipendono dal livello regionale ed operano a livello provinciale e hanno il compito di occuparsi dei servizi di collocamento tipici del mercato del lavoro oltre all’arduo compito di far incontrare la domanda e l’offerta di lavoro. Le varie difficoltà che questi uffici presentano sono costituite, in particolare, dai tipici busillis della pubblica amministrazione italiana, la quale si dirama a livello territoriale provocando enormi problemi di efficienza e accountability dirigenziale e non solo. Non a caso il successo del reddito minimo garantito dipenderà completamente dalla corretta riforma dei centri per l’impiego. Si tratta di una riforma fondamentale, non solo per fare in modo che la specifica misura del reddito minimo garantito sia efficace, ma anche per mettere in moto la programmazione generale in materia di lotta alla disoccupazione già attuata. La riforma dei centri per l’impiego è complicata, ma la sua difficoltà non deve certo essere di impedimento per (quantomeno) provare a fronteggiare il problema della povertà in Italia. Una questione delicata, che i dati e i rapporti dell’Istat, della Caritas e dell’Eurostat ci aiutano a comprendere tramite evidenze drammatiche: con oltre cinque milioni di poveri, l’Italia è il paese con il maggior numero di persone sotto la soglia di povertà in Europa, con un’elevata percentuale tra gli stranieri, i minori, i residenti nel Mezzogiorno e nelle periferie delle grandi città come Milano e Roma. Si tratta di una evidente “bomba sociale” che, oltre a provocare gravi stati di indigenza, pone in conflitto l’intera società, causando violenza, paura, morte e incremento di potere economico per le organizzazioni criminali.

Nonostante il dibattito sul reddito di cittadinanza sia all’ordine del giorno, non vi sono testi, oltre al programma elettorale pentastellato e il “contratto per il governo del cambiamento”, su cui formare impressioni e opinioni. Anche la legge di bilancio, al momento in cui si scrive, e che dovrebbe sicuramente prevedere il reddito di cittadinanza, non è ancora approdata in Parlamento. Il dibattito si è incentrato, dunque, sulle bozze e sulle dichiarazioni degli esponenti politici. In base a questi elementi, si sono naturalmente presentate numerose considerazioni critiche. Una di queste riguarda la già citata accusa di assistenzialismo, ma le alternative al reddito di cittadinanza faticano ad essere avanzate, e in particolare appare controverso il richiamo al “lavoro”. Il lavoro nobilita l’uomo, quest’ultimo ottiene dignità grazie ad esso. Ma il reddito di cittadinanza, come tutte le misure volte a garantire un reddito minimo, è una misura di sussistenza e di recupero. Pertanto, lavoro e reddito minimo non sono in contrapposizione. La “piena occupazione”, condizione in cui tutti coloro che desiderano un lavoro hanno accesso a tutte le ore di lavoro di cui hanno bisogno con “salari equi” (Beveridge, 1944), nel mondo di oggi, è pura utopia. Gli alti livelli di sofisticazione tecnologica e specializzazione della forza lavoro che il mercato richiede oggi, pone, inevitabilmente, condizioni di rischio ed esclusione per il lato della domanda, in particolare in paesi che non riescono a mantenere ritmi elevati di crescita. Dunque è ovvio che molte persone “rimarranno indietro” poiché poco qualificate. Quelle persone, probabilmente, non saranno assunte da imprese e non vinceranno un concorso pubblico. La politica ha il dovere di aiutarle a reinserirsi e, dopo tale processo di reinserimento (che è prima di tutto sociale), saranno, ragionevolmente, più preparate ad affrontare le dinamiche lavorative. Naturalmente, il “rilancio dell’economia italiana” non può basarsi esclusivamente su una misura di questo tipo, e infatti non è questo l’obiettivo fondamentale della proposta. Recentemente, il Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, nonché Vice-presidente del Consiglio, Luigi Di Maio, ha esposto, durante un question time in Parlamento, le caratteristiche che contornerebbero il reddito di cittadinanza. Innanzitutto verrà previsto un software apposito con un portale dedicato alla ricezione e alla valutazione delle dichiarazioni di reddito e del modulo ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente). Tramite quest’ultimo è possibile misurare lo status di ricchezza delle famiglie italiane. In base a tale documentazione verrà stabilita l’accettazione della domanda e il conseguente accesso al reddito. Successivamente a questo passaggio, il detentore del reddito dovrà svolgere ore di lavoro di pubblica utilità e potrà rifiutare al massimo tre offerte di lavoro (che dovranno essere comunque compatibili in base a criteri di coerenza e territorialità). I disincentivi per i cosiddetti “furbetti”, che sono, più che altro, truffatori e criminali, sono presenti in maniera decisamente consistente: è prevista, infatti, una pena di sei anni di detenzione.

Per concludere, dopo aver passato in rassegna le caratteristiche del reddito di cittadinanza, che, ripetiamo, dovrebbe chiamarsi semplicemente “reddito minimo garantito”, proviamo a spiegare perché, dal punto di vista di chi scrive, si tratta di una misura necessaria (come d’altronde lo era anche il REI, reddito d’inclusione). Come citato prima, prevedere una forma di sostentamento per chi si trova sotto la soglia di povertà è, oggi in particolare, un “salvagente sociale”: sottrarre un gran numero di persone al giogo dell’usura, della criminalità, della droga e della depressione potrà incrementare i livelli di sicurezza sociale all’interno della comunità. Questo è l’obiettivo più importante da tenere in considerazione. Solo in un secondo momento si potrà sostenere che tale proposta darà impulso alla crescita e all’offerta di lavoro, che, come detto, sono problemi che dovrebbero essere trattati particolareggiatamente da provvedimenti diversi, dato che il reddito di cittadinanza potrà, realisticamente, solo fungere da strumento integrativo e ausiliario. L’efficacia del reddito dipenderà molto da vari fattori: dalla riforma dei centri per l’impiego, come abbiamo visto. Ma dipenderà molto anche dalle risorse finanziarie messe a disposizione, dalla risposta dei destinatari e dalla loro corretta condotta. L’auspicio è che le banalizzazioni provenienti dall’opposizione e l’eccessivo ruolo della comunicazione del governo, spesso sfocianti in considerazioni offensive (le prime) e marketing da televendita (il secondo), lascino spazio alla tecnicality della misura, e che si vedano gli effetti positivi.

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