Reportage dalla Polonia

Da ormai due mesi sono in Erasmus, a Varsavia. Ciò mi ha dato l’opportunità di venire in contatto con un Paese di cui non conoscevo, se non superficialmente, storia, tradizioni e mentalità.
Stretta tra l’incudine russa e il martello germanico, la Polonia è testimone di una storia particolarmente travagliata: a partire dalla fine del 1700, quando tre spartizioni tra Austria, Prussia e Russia portarono alla scomparsa della Repubblica Polacco-Lituana dalla carta geografica dell’Europa per circa duecento anni, passando attraverso gli scontri tra società polacca e potere zarista verificatosi con le insurrezioni del 1830 e del 1863, il dramma dell’invasione e della spartizione tedesco-sovietica in seguito alle clausole segrete del patto Molotov-Ribbentrop dell’agosto 1939, infine il regime comunista imposto dall’Unione Sovietica durato sino a fine anni 80, quando la spinta di Solidarność ha contribuito alla caduta del muro di Berlino.

Tuttavia la storia della Polonia è anche la storia della mitica fenice sorta e risorta dalle ceneri innumerevoli volte e Varsavia, sua capitale, ne incarna alla perfezione la voglia di riscatto: quasi completamente distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale è stata completamente ricostruita ed il centro storico è oggi inserito nella lista dei luoghi Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco perché, per dimensioni e accuratezza, “rappresenta un unicum nella storia del restauro applicato su scala urbana”. La transizione che ha affrontato la Polonia dalla caduta del muro ad oggi può essere rappresentata da un’istantanea: il Palazzo della Cultura e della Scienza, donato dall’Unione Sovietica per volere di Stalin come regalo alla città di Varsavia, ed esempio più rappresentativo del classicismo socialista, è accerchiato da moderni ed avveniristici grattacieli che rappresentano il miracolo economico polacco, un paese che negli ultimi anni sta crescendo ininterrottamente e che non è stato sfiorato dalla crisi economica del 2008.

Eppure, dopo le elezioni politiche dell’ottobre 2015 che hanno visto vincere nettamente il partito “Diritto e Giustizia” (Prawo i Sprawiedliwość, PiS), un partito di destra nazionalista euroscettica, qualcosa è cambiato. Da studente di Relazioni Internazionali e da appassionato di politica ero partito a Febbraio con l’obiettivo di capire qualcosa di più di quello che stava accadendo in Polonia e, nelle ultime due settimane, ho avuto l’opportunità di chiarirmi un po’ le idee.

Sabato 18 marzo erano in programma, in diverse città polacche ma non solo, manifestazioni dedicate alla “Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale”. Incuriosito ho cercato qualche informazione in più sul web e sui social network scoprendo che la manifestazione era organizzata da una coalizione di NGO, CSO e organizzazioni politiche di sinistra. Mi rendo conto che tale evento sarà anche l’occasione per protestare contro l’attuale governo, fortemente contrario a qualsivoglia politica di accoglienza verso i profughi. Allettato dalla possibilità di capire qualcosa di più ho deciso di andare alla manifestazione. Il punto di incontro è nella piazza che si estende di fronte all’Accademia delle Scienze e alla statua di Copernico, in piena zona universitaria. Noto subito che la manifestazione è molto colorata ma non è particolarmente partecipata: la pioggia battente ma anche, scoprirò poi, la marginalità di questi partiti all’interno del panorama politico polacco, non hanno invogliato tante persone a partecipare all’iniziativa.

Mi guardo attorno desideroso di rivolgere qualche domanda ai manifestanti quando vengo anticipato da un ragazzo che si avvicina e mi rivolge la parola. Ne approfitto per dirgli di essere uno studente italiano e di voler sapere qualcosa di più sulla manifestazione e sulla situazione politica polacca. Lui mi risponde dicendomi di essere un’attivista di “Pracownicza Demokracja” (Democrazia dei Lavoratori) un’organizzazione anti-capitalista di estrema sinistra, fortemente contraria alle posizioni anti-migranti e a tutta la linea politica di PiS. Mi dice inoltre che attualmente il partito di governo ha una maggioranza schiacciante in parlamento che gli permette di trasformare in legge sostanzialmente tutto ciò che desidera. Anche se non ha cariche statali ufficiali, il deus ex machina dell’operato del governo è Jarosław Kaczyński, gemello di quel Lech Kaczyński morto nel 2010 nell’incidente aereo di Smolensk quando era Presidente in carica, dove si stava recando per commemorare l’anniversario del Massacro di Katyń, l’esecuzione di massa da parte dell’NKVD, di soldati e civili polacchi. Questo incidente aereo è stato fortemente strumentalizzato dal partito “Diritto e Giustizia” in ottica anti-russa, mettendo in discussione il fatto che si sia trattato di un incidente.

Rotto il ghiaccio scambio poi qualche battuta con una ragazza: mi dice di non far parte di nessun partito ma di simpatizzare per “Razem”, che significa “Insieme”, un partito che si ispira allo spagnolo “Podemos”, nato dai movimenti sociali solamente due mesi prima delle elezioni dell’ottobre 2015 ed in grado di ottenere il 4% dei consensi. Il colore di questo partito, il viola, domina con le sue bandiere la manifestazione. La conversazione con la ragazza si concentra sulle difficoltà delle forze politiche di sinistra in Polonia: mi dice che per la prima volta nella storia nessun partito di sinistra è rappresentato in parlamento a causa della soglia di sbarramento fissata al 5% e che il grosso problema è il collegamento, soprattutto da quella parte di elettorato over-40, di tutti i partiti di sinistra con il passato regime comunista.

La terza conversazione che intrattengo è con una studentessa di sociologia polacca, senza dubbio la più interessante: parliamo delle posizioni del governo in questione di aborto e del “Bonus 500+” concesso alle famiglie dall’attuale governo in carica. Mi racconta dello sciopero delle donne polacche del 3 ottobre 2016 unite sotto lo slogan “Czarny Protest”, “Proteste in Nero”, dopo che la camera bassa del Parlamento aveva votato a favore di un disegno di legge che avrebbe vietato praticamente ogni forma di aborto, in un paese in cui, al momento, si può interrompere la gravidanza solo in tre casi: pericolo di vita per la madre, gravissima malformazione del feto e stupro. Lo sciopero fermò il disegno di legge ma l’attuale governo, che ha vinto le elezioni promettendo la difesa della “famiglia tradizionale” e che è fortemente sostenuto dalla Chiesa cattolica, potrebbe riprovare in futuro a rendere illegale ogni forma di aborto. Il Bonus 500+ è invece una mossa fortemente populista ma anche un punto interessante del programma politico di PiS: ogni famiglia avrà diritto a 500 złoty mensili, circa 115 euro, per ogni figlio a partire dal secondo, fino a quando i figli diventeranno maggiorenni. Anche l’opposizione è rimasta stupita da questa misura così come da altre politiche sociali redistributive portate avanti dal governo attuale che è certamente un governo autoritario, xenofobo e nazionalista ma che, a sorpresa, non sta restringendo il welfare.

Infreddolito e bagnato, ma anche soddisfatto per quanto visto e ascoltato, decido di tornare in studentato quando, nel percorso, mi imbatto in un’altra manifestazione. Se la manifestazione a cui avevo partecipato poco prima vedeva protagonisti organizzazioni, politiche e non, relativamente marginali, questa era invece organizzata da quelle forze politiche d’opposizione che siedono all’interno del parlamento, essenzialmente formazioni di centro e di centro-destra che, all’indomani del risultato delle elezioni dell’Ottobre 2015, hanno dato vita a un’organizzazione civica chiamata KOD, “Comitato per la Difesa della Democrazia”, con l’obiettivo di coordinare l’opposizione al partito di governo. I punti principali su cui si focalizza la critica del KOD sono la legge che limita la libertà di stampa, non permettendo ai giornalisti di entrare in Parlamento, e il tentativo di modificare le norme che regolano il funzionamento della Corte Costituzionale, andando a minare la sua autonomia. In particolare una riforma avente ad oggetto la Consulta, approvata circa un anno fa dopo un lungo braccio di ferro tra Governo e Corte, ha portato all’avvio da parte dell’UE, per la prima volta, di un’inchiesta sullo stato di diritto in Polonia. Un braccio di ferro che ora sarebbe difficilmente possibile, poiché l’ex Presidente della Corte Andrzej Rzepliński, considerato uno degli ultimi baluardi istituzionali allo strapotere del PiS, ha terminato il suo mandato ed è stato sostituito da Julia Przyłębska, persona di fiducia dell’attuale partito di governo. La manifestazione si snoda per le vie di Varsavia intonando ritmatamente le parole “Wolność, Równość, Demokracja”, “Libertà, Uguaglianza, Democrazia” e termina in Plac Zamkowy, la piazza centrale di Varsavia, dove si susseguono interventi di alcuni esponenti politici.

Sabato 25 Marzo, anche a Varsavia, come in tante città europee, si è tenuta una manifestazione per celebrare i sessanta anni dalla firma dei Trattati di Roma, che hanno dato vita all’Unione Europea. La Polonia, il 10 Marzo, è stato l’unico paese a non votare la riconferma alla Presidenza del Consiglio europeo del polacco Donald Tusk, sancendo un’ulteriore spaccatura tra Varsavia e Bruxelles. Per questo motivo la manifestazione era densa di significati: partecipare significava schierarsi contro la decisione del Primo Ministro polacco Beata Szydło e stare dalla parte di Bruxelles. Anche quella di Sabato è stata, dunque, una manifestazione contro l’attuale governo polacco. La partecipazione all’evento è stata molto alta e ho trascorso una parte del percorso parlando con un ragazzo polacco. Mi dice che le continue manifestazioni che si stanno susseguendo a Varsavia nell’ultimo periodo fanno parte di una strategia comune: mirare a mettere sotto pressione il governo attuale con la speranza di una sua caduta, al momento inimmaginabile, prima della sua fine naturale, l’Ottobre 2019. Un sondaggio sulle intenzioni di voto pubblicato il 28 Marzo vede comunque ridursi il vantaggio del PiS a soli 3 punti sul primo partito di opposizione, “Piattaforma Civica”, che recupererebbe 10 punti rispetto all’Ottobre 2015.
Non essendoci al momento veri e propri ostacoli istituzionali alla volontà del partito di governo, i cittadini polacchi sono chiamati a far sentire la propria voce per impedire la regressione degli standard democratici del loro paese.

Finchè resterò a Varsavia continuerò a seguire l’evolversi della situazione politico-sociale polacca che mi pare un laboratorio particolarmente interessante e rappresentativo di ciò che sta accadendo, su più ampia scala, a livello globale. Mi riprometto di fornire al riguardo ulteriori corrispondenze su questo blog.

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