I rischi dell’era post-ideologica

La nascita e le funzioni dell’ideologia

Nel 1796 viene introdotto, per la prima volta, il termine “ideologia”. L’accezione che viene data dal filosofo francese Antoine-Louis-Claude Destutt de Tracy, collegato agli ambienti illuministi e facente parte dei cosiddetti idéologues, è quella di “scienza delle idee e delle sensazioni”. Il termine, dunque, nasce con una valenza scientifica. Da quel momento, tuttavia, un grande numero di pensatori dell’Ottocento e del Novecento, Karl Marx su tutti, rovesceranno l’accezione del termine, riflettendo, nel caso del filosofo tedesco, sulla dannosità dell’ideologia come visione della realtà della classe dominante.

Il Novecento è il secolo delle ideologie per antonomasia. È il secolo dove contrapposte visioni del mondo si fronteggiano per imporsi l’una sull’altra. Le ideologie svolgevano sul piano razionale attività di orientamento dell’immaginario: le grandi idee e i grandi racconti venivano trasferiti e portati su un piano razionale. Per questo motivo, il ruolo degli intermediari era fondamentale. Ogni schema ideologico portava con sé una visione del mondo diversa e contrastante. Anche gli obiettivi e l’idea del futuro differivano: ad esempio, per il socialismo vi era il percorso verso l’avvento di una società di libertà e uguaglianza sociale; per il liberalismo vi era l’obiettivo di perseguire e far avanzare quanto più possibile il grado delle libertà individuali. Il terreno dello scontro politico era caratterizzato in questo modo dalla duplice funzione delle ideologie: da un lato la connotazione di indirizzo e guida dei comportamenti sociali, dall’altro il forte carattere di scontro e contrapposizione.

L’avvento dell’era post-ideologica e il post-modernismo

Nel dibattito pubblico e politico è frequente l’utilizzo di espressioni che richiamano alla “fine delle ideologie” e all’avvento di una nuova era che vede l’agire politico come sequenza di azioni mosse esclusivamente dal soddisfacimento dell’interesse pubblico. In realtà, è difficile immaginare logicamente come un’azione sia priva di una convinzione di fondo. Si potrebbe dire, dunque, che anche le forze politiche “post-ideologiche” seguono l’ideologia della “post-ideologia”. Ma, al di là delle considerazioni che si possono fare, è interessante comprendere il percorso che ha portato al crollo delle grandi visioni del passato e  i fattori che hanno influenzato questo fenomeno. Per fare ciò, bisogna introdurre un concetto che è strettamente legato alla post-ideologia ed è dotato anche di un maggiore rigore e consenso scientifico: il “post-modernismo”. Il termine fu coniato per la prima volta da Jean-François Lyotard nel 1979 nella sua opera “La condizione post-moderna”. È utile richiamare questo concetto perché rappresenta un contenitore di molteplici visioni che spiegano parte della realtà che viviamo oggi, compresa la fine delle ideologie. Secondo Lyotard, infatti, il post-modernismo porta con sé una serie di conseguenze, per certi aspetti rivoluzionarie, nella nostra società: in primo luogo, rappresenta la fine dell’adesione alle cosiddette “metanarrazioni”, che sono strumenti tipicamente adoperati dai racconti ideologici; in secondo luogo vi è l’elemento di rottura con la linea temporale che porta al progresso continuo. Le ideologie otto-novecentesche guardavano al futuro come un perpetuo cammino verso il progresso, con il post-modernismo questa convinzione viene annientata e ciò può costituire una chiave di lettura per comprendere le sconfitte delle sinistre nei paesi occidentali e l’ascesa di forze che vedono nel futuro e nel progresso una minaccia per l’identità e le tradizioni. Infine, come terzo elemento, vi è il rifiuto delle teorie: la società attuale rifiuta le teorie, anche quelle scientificamente più forti. Se pensiamo al dibattito sui vaccini, non possiamo fare a meno di pensare alla contrapposizione tra teorie scientifiche e teorie anti-scientifiche, che spesso vengono viste con pari dignità.

I rischi dell’era post-ideologica

La fine delle ideologie porta con sé molteplici elementi positivi per quanto riguarda l’emancipazione dell’individuo e il maggiore grado di libertà che può acquistare liberandosi di narrazioni che nel corso della storia hanno spesso forzato la sfera delle sue credenze e comportamenti. Ma tale liberazione e i tempi (post)moderni che sembrano essere la diretta o indiretta conseguenza di questi fenomeni non rappresentano la soluzione ai rischi di manipolazione e possono esporre gli individui, la società e i sistemi politici a numerosi altri problemi. Anche ai medesimi del passato. L’importante ruolo di orientamento svolto dalle ideologie, con tutti i limiti, anche rilevanti, costituiva una protezione che rendeva l’individuo meno vulnerabile. Oggi, il nostro modo di leggere la realtà è fortemente influenzato dai flussi comunicativi che insistono su aspetti “neuropolitici”, e non vi sono strumenti atti a difendersi. La condizione dell’individuo alienato e atomizzato porta alla solitudine anche in ambito politico, senza appartenenza ad una comunità e senza spazi (reali) di confronto e dibattito. Se pensiamo alla crescente importanza della comunicazione politica e del marketing politico non possiamo non interrogarci sulle finalità che vanno oltre la costruzione del consenso, che paiono non esserci. Non è obiettivo del marketing politico costruire una coscienza su determinate questioni. Osserviamo e siamo protagonisti di grandi contrapposizioni sulla visione del mondo e del futuro? Oppure siamo solamente soggetti alla proliferazione di posizioni superficiali circa la momentanea vicenda impostata dall’agenda setting? Il populismo e il sovranismo sono davvero assimilabili alle grandi ideologie del passato? Questi sono solo alcuni degli interrogativi che l’incertezza dei nostri tempi ci portano ad elaborare. L’incombere della tecnologia, il primato del marketing nella costruzione del consenso, la dissoluzione della socializzazione, il “cyberpopolo”: il popolo che si dissolve e rimane solo nel web, i partiti leggeri e aziendalistici, gli elettori e l’engagement sfrenato. Sono queste le “innovazioni” del tempo che comportano rischi che le società odierne non sembrano poter affrontare, innanzitutto per mancanza di “anticorpi”. Ma per attendere lo sviluppo degli anticorpi occorre una risposta immunitaria. Per questo, finché l’organismo non avvertirà agenti estranei, questa risposta non arriverà. E allora, forse, sarà opportuno riscoprire il ruolo delle ideologie che hanno accompagnato gli individui, le società e i sistemi politici nel corso della storia.

 

 

 

In foto:

“La disintegrazione della persistenza della memoria”, S. Dalì (1952)

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