San Lorenzo: la parola ai commercianti

Sono passati tre mesi dalla morte di Desirée Mariottini, la sedicenne di Cisterna di Latina ritrovata morta il 19 ottobre scorso nel quartiere di San Lorenzo, Roma. Più di novanta giorni e ancora questo quartiere, storico, popolare e studentesco di Roma, subisce le conseguenze di una morte che non è a lui imputabile. Bastano pochi passi tra le vie colorite dai graffiti e i palazzi amputati dal bombardamento del ’43 per sentirsi immersi in uno scenario pressoché “distopico”. Un vuoto assoluto.

La conseguenza più grave che il quartiere subisce, da quel cupo 19 ottobre, è l’eclissi della gente. È ciò che emerge dai questionari che abbiamo chiesto di compilare a più di 20 esercizi commerciali sparsi per tutta San Lorenzo. I dati raccolti rimangono ovviamente parziali, complice la diffidenza di molti commercianti – c’è chi direbbe più che giustificata – nel darci informazioni. Diversi i rifiuti, con le motivazioni più disparate: “come posso sapere che non utilizzate le domande contro di noi”, “già sono sparite le persone, i locali sono semi vuoti, ci manca che ci bombardino di pubblicità negativa”. Quello che emerge quindi dallo scetticismo generale è un diffuso senso di insicurezza e soprattutto di disillusione, nel non vedere tutelati i propri interessi imprenditoriali.  

La maggioranza, il 76% circa, di coloro che ci hanno risposto, sono attività imprenditoriali nell’ambito del food & beverage; questo interesse particolare nel rispondere al questionario dimostra che l’ordinanza che la sindaca ha messo a punto in risposta (che appare pretestuosa) alla morte di Desirée, ha colpito in primis i pub, le enoteche e i bottle shop per estendersi poi a macchia d’olio ai ristoranti e alle strade di tutto il quartiere. Infatti l’ordinanza ha provocato, a detta di Fiepet Confesercenti Roma, “una diminuzione generale della clientela del 60%”. A conferma di ciò, il 90,5% degli esercizi commerciali affermano che “no, l’ordinanza non ha garantito una ripresa o maggior sicurezza nel quartiere” e questo rende la misura della drammatica scollatura tra policies istituzionali e bisogni reali dei cittadini in generale. La maggior parte dei commercianti (57% circa) riporta come la definizione di “movida molesta” non sia applicabile a tutto il quartiere bensì solo ad alcuni luoghi (e non per forza locali). Anzi, c’è chi dice: “girano tanti tossici e settimanalmente si creano nuovi luoghi come Via dei Lucani, ci vorrebbe un controllo mirato su quello piuttosto che sulla movida, che a San Lorenzo non si vede da anni!”. “La movida non è il problema ma lo sono lo spaccio e i piccoli crimini”; e ancora rincarando la dose: “il problema di San Lorenzo è lo spaccio a cielo aperto, il degrado delle strade, la sporcizia e l’immondizia che hanno allontanato la gente normale dal quartiere”.

Quando chiediamo di illustrarci i maggiori problemi le somiglianze con le risposte dei residenti di San Lorenzo, sono impressionanti. Il 90% degli intervistati indica tra le emergenze del quartiere lo spaccio incontrollato e c’è chi addirittura risponde così alla domanda: SPACCIATORI. SPACCIATORI. SPACCIATORI.
Si pensi che aggregando le interviste di residenti e dei commercianti, per un totale di più di 120 interviste, quasi il 52% indica come primo problema del quartiere la vendita di sostanze stupefacenti e tra questi qualcuno aggiunge: “da parte dell’amministrazione competente non c’è la volontà di rivalutare la zona in questo senso”. Tra gli altri temi, sempre di comune accordo con i residenti: il progressivo soffocamento delle realtà di quartiere, c’è chi dice “cinque supermercati in un quartiere artigiano hanno ucciso i negozi di vicinato”; chi replica “tante serrande chiuse, soprattutto di giorno” e chi ancora “l’essenza di San Lorenzo sta svanendo. Il mercato di Largo degli Osci, ad esempio, sta morendo”. A seguire sono segnalati il degrado complessivo e la totale assenza di illuminazione e pulizia dell’intero quartiere. “C’è mancanza di iniziative e proposte culturali e di intrattenimento” aggiunge qualcuno; – e ancora qualcun altro pone l’accento “sulla famosa madre di tutti i mali”: la ZTL. Un’unica differenza fondamentale colpisce tra le segnalazioni dei commercianti: il razzismo. Alcuni ci spiegano che la natura di questo razzismo nasce da un’assimilazione inconscia degli stranieri agli spacciatori ed è proprio un mini market a raccontarci le prepotenze che subisce, spesso e volentieri anche dagli altri commercianti. Ci riferisce di come venga escluso da qualsiasi discorso collettivo e vediamo il disagio sul suo viso quando ci dice: “io sono venuto qui per lavorare onestamente. Ma l’Italia è sempre più invivibile, tutti mi trattano male perché vengo dal Bangladesh”.

Ci vengono poi indicate le principali piazze di spaccio e i luoghi “simili” alla tristemente nota Via dei Lucani, 22. La piazzetta dell’Immacolata rispondono in molti, Piazzale Tiburtino, la “zona franca” del Verano. E ancora, le mura di cinta di tutto il quartiere compaiono più e più volte tra le segnalazioni assieme alla piazza del mercato. C’è poi chi rassegnato risponde solamente: “sono davvero moltissime”. In linea con l’irrisolta problematica dello spaccio incontrollato più del 66% dei commercianti considera la crescente presenza della polizia, inutile o intimidatoria mentre solo un 9% la considera scarsa. C’è chi invece addirittura la definisce utile, se colpisse veramente lo spaccio, alla fonte piuttosto che noi commercianti”.

Il quadro che queste risposte ci regalano è tutt’altro che rassicurante ma gli esercenti cercano di non darsi per vinti anzi, si propongono di fare la loro parte nel “cercare di vivere San Lorenzo come un quartiere normale, dando vita ad esperienze e prodotti di qualità, attirando così un target che frequenti il quartiere positivamente”. E questo sembra essere un trend condiviso, difatti, per riportare creatività e vita al centro del quartiere, qualcuno risponde: “Cultura, Cultura, Cultura, Cultura. Artisti di strada, musica, poesie, promozione di eventi, permessi comunali favorevoli alla cultura; “una somministrazione consapevole e di qualità e il reciproco rispetto con i residenti” e ancora, proposte per eventi di promozione culturale ed educazione al bere responsabile. Al centro perciò la cultura e  “l’incentivo ad una cultura del bere prodotti di qualità perché si può e si deve bere per gusto e non per ubriacarsi”.

Sembra giusto aggiungere che, proprio il giorno successivo all’analisi di questi dati, è stata disposta la chiusura dell’associazione culturale Le Mura da sempre fulcro importante delle attività culturali a San Lorenzo. La disposizione di chiusura è in linea con i reiterati controlli ad opera delle Forze dell’Ordine, iniziati successivamente alla tragedia di Desirée, il cui bersaglio principale sono le associazioni culturali. Queste, proliferano nel quartiere anche a causa di una soglia imposta sulle licenze che inibisce l’apertura di nuovi locali sotto forma di S.r.l., e sono spesso accusate di non essere fruitrici di attività culturali vere e proprie. È proprio questo ciò che viene imputato alle Mura, che rispondono con un comunicato che ci sembra utile riportare invece che riassumere:

Le Mura, con una media di trecento concerti l’anno di sola musica originale, eventi teatrali, decine di presentazioni letterarie, eventi sportivi, iniziative di solidarietà e di divulgazione scientifica, NON è un’associazione culturale agli occhi dell’Amministrazione. In seguito ai gravi fatti di cronaca avvenuti lo scorso novembre nel quartiere di San Lorenzo, i controlli sulle associazioni e le attività si sono fatti sempre più pressanti, arrivando alla media di uno a settimana, oltre la ragionevole e legittima necessità di accertamento. La linea repressiva adottata dall’Amministrazione, senza il benché minimo tentativo di aprire un tavolo di confronto, mostra ancora una volta la distanza che c’è tra le autorità e le persone e sottolinea come l’inquadratura sulla problematica sia ancora, volontariamente o meno, sfocata. Sembra esserci un intento specifico nel voler desertificare programmaticamente San Lorenzo, in un momento cruciale in cui la necessità dovrebbe essere quella opposta, quella di poter uscire e incontrarsi, vivere il quartiere, essere una comunità. 

Emergono quindi vari quesiti dal caso “Le Mura” e dai suggerimenti dei commercianti di San Lorenzo. C’è da chiedersi se sia meglio un quartiere ombra di sé stesso o un quartiere popolato dalla gente. C’è da chiedersi se il problema legato alla movida non sia legato a doppio filo alla tipologia di esercizi commerciali che vengono aperti. C’è da chiedersi se una cultura della qualità tanto nel bere quanto nel mangiare non possa generare un nuovo modello di movida. Di lei, la movida, quasi fosse una mitologica e mostruosa creatura possiamo dire che è un problema sociale, che arreca danno ai residenti e che va mitigato e gestito con politiche mirate. Ma a questo proposito emerge l’ultimo e forse il più grande spunto su cui gli esercenti ci hanno fatto riflettere.

Al momento – come riporta anche La Repubblica – basta fare un giro in una San Lorenzo per metà fantasma e per metà militarizzata per trovare comunque qualche dose di ogni possibile sostanza stupefacente.
Non è stata la movida ad uccidere Desirée. Desirée è stata uccisa da una miriade di fattori e persone, ma appare essenziale che – piuttosto che la movida – le istituzioni si riconoscano in primis una buona dose di responsabilità nella fallacia nella lotta allo spaccio forsennato. La progressiva desertificazione del quartiere non sembra rispondere però a quest’esigenza. Allora sorge spontaneo chiedersi: serve davvero una politica pubblica di questo genere?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *