Schiavi del ventunesimo secolo // Slaves of 21st century

[English version below]

L’industria tessile in Serbia ed Ucraina. Il 9 novembre 2017, la Clean Clothes Campaign (CCC) ha pubblicato, in cooperazione con il Rosa Luxemburg Stiftung (RLS) “Europe’s Sweatshops”, un report sullo sfruttamento degli impiegati nel settore del vestiario. Il report documenta accuse di sfruttamento nell’est e sud est europeo. Hanno partecipato a questo sondaggio 110 lavoratori dell’industria tessile in  Ucraina, Serbia ed Ungheria. I principali gruppi indagati in questa vicenda sono marchi del calibro di Benetton, Esprit, Geox, Triumph e Vero Moda.

Bettina Musiolek è co-autrice del report, nonché coordinatore regionale del CCC: l’atmosfera è intimidatoria. “Gli impiegati si sentono come schiavi del ventunesimo secolo. Chiediamo alle imprese di pagare i salari di mantenimento futuri e di eradicare queste pratiche così come i sub appalti.”

Nelle prossime righe, Dr. Bettina Musiolek, Bojana Tamindzija e Oksana Dutchak, ricercatori e attivisti di CCC, ci spiegheranno qualcosa in più sul report.

Dr Musiolek, cosa è CCC in concreto?

La Clean Clothes Campaign è una iniziativa globale per i diritti del lavoro finalizzata a migliorare le condizioni lavorative e i salari nell’industria del vestiario. È un network globale di più di 200 organizzazioni compresi sindacati ed organizzazioni della società civile.

Ms Tamindzija, Ms Dutchak, che idea vi siete fatte rispetto ai report nazionali di Serbia e Ucraina?

Oksana Dutchak: Quando CCC e RLS mi hanno proposto l’idea di questa ricerca in Ucraina, mi sono sorpresa, all’inizio. Non sapevo che quei marchi producessero vestiti in Ucraina. E non avevo assolutamente nessuna idea delle condizioni in cui le merci venivano prodotte qui. Certo, avevo letto Naomi Klein e conoscevo le storie sul Bangladesh, l’India, la Cina. Quindi, il mio primo interesse è stato capire, per me stessa, se la situazione in Ucraina era vicina a quelle storie. E trovo di estrema importanza portare questo argomento nello spazio pubblico ucraino, dove è spesso assente o fornisce di sé una immagine esclusivamente positiva. Ci sono pochi report sulla produzione dei grandi marchi nei media del paese, e tutti valutano positivamente le possibilità di investimenti che l’Ucraina fornisce alle ditte straniere. Una buona specializzazione dei lavoratori coniugata con un lavoro comparativamente a basso costo. E non mettono mai in questione cosa questo essere “a basso costo” significa per i lavoratori, le loro famiglie e la comunità.

Bojana Tamindzija: Ancor prima che il mio collega Stefan Aleksić ed io iniziassimo una ricerca per CCC sull’industria del vestiario e delle calzature, in Serbia era già palese che le condizioni di lavoro nelle compagnie straniere non fossero di alto livello. Nonostante ciò, in molti casi le violazioni dei diritti dei lavoratori che apparivano sui media erano presentate come casi isolati e scandali. Quindi, l’obiettivo principale della ricerca era mostrare che in realtà quello era un problema strutturale. Salari estremamente bassi e pessime condizioni di lavoro sono la norma sotto la quale i lavoratori in Serbia sono forzati a lavorare. D’altro canto, oltre al profitto che i marchi stranieri fanno attraverso queste pratiche, molte compagnie che producono in Serbia ricevono perfino un sostegno dallo stato.

Che cosa pensi del fatto che il “made in Europe” ha comunemente una reputazione migliore rispetto, ad esempio, al “made in China”?

Oksana Dutchak: Domanda interessante. Direi che questo è basato su un’immagine costruita di Europa come spazio omogeneo, sociale, democratico, moderno, sviluppato e progressivo. Il che non è assolutamente vero, come mostrano molte ricerche empiriche. Ed è una immagine opposta all’Asia- presentata come spazio povero, sotto sviluppato etc. Quindi “made in Europe” dovrebbe significare migliore qualità e migliori condizioni di produzione. Questa ricerca è precisamente indirizzata a dimostrare che questo non è assolutamente vero.

Ms Dutchak, ho retto nel Suo report che il salario minimo in Ucraina è 89 euro. Comparato al mio paese natale, la Germania, questo ammontare non potrebbe essere neanche un brutto scherzo. Nel Suo report chiede che il salario minimo (stimato) sia intorno ai 13.803 UAH, convertiti circa 477 euro. Come pensa che si possa raggiungere questo obiettivo?

Oksana Dutchak: Si può raggiungere solo cambiando le pratiche di acquisto delle brand – quanto sono disposte a pagare per i propri ordini. Sono le prime responsabili perché sono gli attori più forti nella catena di produzione. Sono anche quelli che ottengono più profitto in questo organismo, e sono coloro che distribuiscono nel sistema il denaro. Ma senza accordi internazionali vincolanti sulle condizioni lavorative e sui salari, temo che la situazione in Ucraina e in ogni altro luogo non possa cambiare in maniera sistematica. È uno dei messaggi più importanti nella ricerca di CCC: le fabbriche sfruttatrici sono riapparse in molte industrie, in molti paesi. E questo dovrebbe spingere a sviluppare una regolamentazione giuridicamente vincolante a livello internazionale.

Spesso dipende anche dallo Stato locale se e come vengano applicate le norme sulle condizioni di lavoro e il salario minimo. Se non c’è alcun meccanismo legale per forzare le brand a pagare di più, c’è uno strumento giuridicamente vincolante che obbliga a osservare un salario minimo. E che permette di mettere in pratica questa legge. Il salario minimo deve essere più alto e le istituzioni statali dovrebbero farsi garanti del rispetto della legge. Spesso però falliscono in questo. Ma lo fanno anche perché un aumento del salario minimo troppo marcato potrebbe far fuggire il capitale dal paese: quindi anche il potere dello stato è limitato, comparato a quello dei marchi internazionali.

Il 5 novembre, Stefan Lessenich, sociologo tedesco, ha rilasciato all’agenzia Deutschlandfunk un’intervista sulla nostra occidentale “società di esternalizzazione”. Aveva già analizzato l’anno scorso nel suo libro – “Neben uns die Sintflut. Die Externalisierungsgesellschaft und ihr Preis” – le strutture in cui noi (l’Occidente) viviamo, ai costi dei paesi più poveri, compreso l’Est Europa. Rispetto al report sulla Serbia, il 37,4% del vestiario dei primi 9 mesi del 2016 va all’Italia, paese in cui vivo al momento. Come pensate che dovremmo cambiare la struttura del lavoro per evitare lo sfruttamento degli impiegati e vivere in una “democrazia sociale” che garantisce a tutti standard di vita appropriati?

Oksana Dutchak: Non penso che la “democrazia sociale” possa dare questo tipo di risultato. Guardando alla storia, la democrazia sociale e lo stato sociale estensivo erano solo possibili in paesi del centro. Sfortunatamente per il sistema economico, il benessere di chi vive nel centro è stato sempre basato sullo sfruttamento delle periferie. E non è la struttura del lavoro che deve/può essere cambiata. Sono le relazioni di produzione in generale.

Bojana Tamindzija: Il fatto che il 37,4% del vestiario vada all’Italia significa che tra i marchi che producono in Serbia quelli italiani sono i dominanti. Ma come Oksana ha già detto non possiamo risolvere la situazione a livello di ogni singolo paese o regione, ma abbiamo bisogno di profondi cambiamenti strutturali per evitare lo sfruttamento della classe proletaria in Est Europa, Africa e Asia e tenere a mente che l’abbassamento degli standard di lavoro dei cosiddetti paesi poveri ha effetti negativi anche nell’Occidente.

Come pensa che i consumatori debbano affrontare le compagnie di fashon che sfruttano i propri dipendenti? Evitarle?

Dr. Bettina Musiolek: I consumatori possono facilitare il cambiamento, ma non possono esserne i promotori. Ci sono – specialmente in Germania e altri paesi dell’Europa occidentale – molti consumatori che già chiedono condizioni di lavoro migliori appellandosi a leggi nazionali e internazionali. Questo è qualcosa che non dovrebbe neanche essere discusso, e come consumatore, dovrebbe essere scontato che le merci acquistate siano confezionate a norma di legge.

Gli attori che dovrebbero essere i promotori del cambiamento sono i grandi marchi del fashion e i legislatori. I grandi marchi internazionali dovrebbero attenersi ai diritti umani diligentemente e i legislatori dovrebbero implementare leggi per i network della produzione dei marchi globali.

Quando avete intervistato i dipendenti delle compagnie tessili, quali sono stati i loro pensieri e i loro atteggiamenti considerando che le loro condizioni di lavoro erano straordinari, pressione e disponibilità illimitata?

Oksana Dutchak: In Ucraina, molti non erano felici della situazione, per forza di cose. Si sono lamentati, ma si sentivano impotenti. Non ci sono sindacati indipendenti, solo misti, e l’organizzazione autonoma è ristretta a causa della repressione. I dipendenti possono essere licenziati facilmente e tutti sono preoccupati di perdere il lavoro. Come risultato, vivono in una costante “austerity” (su tutto, inclusi cibo, sanità), si indebitano, non hanno risorse e tempo per rilassarsi o divertirsi.

Allo stesso tempo, sorprendentemente (almeno per me) molti sembravano soddisfatti dal proprio lavoro. Infatti, questo gli dà un minimo pacchetto sociale (come indennità sanitaria, ferie annuali) ed è più o meno una occupazione stabile. Nonostante essi siano scarsamente pagati, con straordinari estensivi, è il miglior lavoro che potrebbero desiderare nelle loro città- specialmente se si tratta di una piccola cittadina. E per molti è impossibile trasferirsi altrove – a cause di età, salute, situazione familiare e così via. Questo ovviamente riflette una condizione economica molto precaria in tutto il paese.

Bojana Tamindzija: In Serbia la situazione è molto simile: i lavoratori non sono soddisfatti dei salari e delle condizioni lavorativi, ma la mancanza di organizzazioni sindacali appropriate rende i dipendenti impotenti. Con dei salari due volte più bassi del costo della vita, molti dei lavoratori sopravvivono a stento. Cosa li tiene all’interno delle imprese è la mancanza di alternative e l’altissimo tasso di disoccupazione.

Intervista di Richard Roske.

Tradotto da Ilaria La Torre.

Ecco la bio dell’autore:

 

„Moin“,

Questa è l’espressione che usiamo  nel nord della Germania per dire ciao. Mi chiamo Richard Roske, ho 22 anni e  quest’anno sono uno studente  internazionale all’ Università di Bologna. Vengo dalla costa nord della Germania: la città più vicina che forse conoscete è Amburgo.

Mi sono trasferito a Treviri e alla Luxembourg University per i miei studi, che si concentrano sulla scienza politica e sul diritto pubblico, in particolare sulle dottrine politiche e sul diritto internazionale.

In questo momento di crescita dei movimenti populisti in Europa e nel mondo, che ribadiscono ostracismo e odio contro le minoranze, come i rifugiati, dovremmo tutti dare il nostro contributo nel discorso pubblico. Come disse Rosa Luxemburg – “La libertà è sempre la libertà dei dissidenti” – dovremmo essere anche noi un “altro” – un altro inteso come una  voce progressista di solidarietà, giustizia e tolleranza.

Per questo, mi sento onorato di contribuire con questo articolo ad Atlas.

Richard

 

[English original version]

Textile Industry in Serbia and Ukraine On 9 November 2017, the “Clean Clothes Campaign” (CCC) published in cooperation with Rosa Luxemburg Stiftung (RLS) “Europe’s Sweatshops”, a report about the employee’s exploitation working in the clothes branch. The report documents grievances of exploitation in east and southeast Europe. 110 workers in the textile industry in Ukraine, Serbia and Hungary were surveyed. The main principals are big textile companies like Benetton, Esprit, Geox, Triumph or Vero Moda.

Bettina Musiolek, report’s co-author and CCC’s regional coordinator states an atmosphere of intimidation. “The employee’s feel themselves like slaves in 21st century. We call on the companies to pay the future’s safeguarding wages and to eradicate the mischiefs together with the subcontractors.”

In the following, the researchers and CCC activists Dr. Bettina Musiolek, Bojana Tamindzija, Oksana Dutchak, are going to tell us about the reports.

Dr. Musiolek, what is the CCC about?

The Clean Clothes Campaign is a global labour rights initiative which aims to improve working conditions and wages in the garment industry. It is a global network of more than 200 organisations including trade unions and civil society organisations.

Ms Tamindzija, Ms Dutchak, which idea did you have for the country reports in Serbia and Ukraine?

Oksana Dutchak: When CCC and RLS approached me with the idea of the research in Ukraine, I was surprised, at first. I didn’t know that brands were producing in Ukraine. And definitely I had no idea under which conditions they were producing here. Of course, I’ve read Naomi Klein and heard all the stories about Bangladesh, India, China. So, my first interest was to understand (for myself) whether the situation in Ukraine is close to all those stories. And I find it extremely important to bring this topic to Ukrainian public discourse, where it is either absent or totally positive image. There are few reports on brands’ production in Ukrainian media, and all of them praise “good investment climate” the country provides for brands. Good qualification of workers and cheap comparatively cheap labour. And they never question what does this cheapness mean for workers, their families and their communities.

Bojana Tamindzija: Before colleague Stefan Aleksić and I started the research for CCC on garment and shoe industry, in Serbia it was already very well known that working conditions in foreign companies are not at highest level. However, most of the cases of violation of labour rights, which are appearing in the mainstream media are presented as isolated “scandals”. In that terms, the main aim of the research was to show that we are dealing with a structural problem. Extremely low wages and bad working conditions are the rule under which working class in Serbia is forced to work. On the other hand, in addition to the profits brands make, most of the companies that are producing in Serbia are receiving subsidies from our government

What do you think about terms like “made in Europe”, having commonly a higher reputation than for example “made in China”?

Oksana Dutchak: Interesting question. I would say it is based on a constructed image of “Europe”, as a homogenous “progressive”, “developed”, “modern”, “democratic”, “social” space. Which is definitely not true, shown by empirical research (this and many others). And it is opposed to “Asia” – also a constructed image of homogenous “poor”, “underdeveloped” etc. So, made in Europe is supposed to be both better quality and produced in better conditions. And this research is precisely to show that it is not always so.

Ms Dutchak, I read in your report that the minimum wage in Ukraine is 89 EUR. In comparison to my home country Germany this amount could not even be a bad joke. You demanded in the report for Ukraine an estimated minimum living wages round around 13.803 UAH[1], converted round about 477 EUR. How do you think this goal can be achieved?

Oksana Dutchak: This can be achieved only by changing the purchasing practices of brands – how much they pay for their orders. They are the first one responsible because they are the most powerful actors in global apparel production chains. They are the one who get the most profit in this system, and they are the one who distribute money in this system. But without legally binding international regulations on labour conditions and payment, I hardly expect that the situation in Ukraine or anywhere can improve in a systematic way. That is one of the most important message in CCC research for me: sweatshops reappear from factory to factory, from country to country. And this fact should push for the discourse of global legally binding regulation as a necessity.

It also partially depends on the local state – whether and how it enforces the law on local factories and what is the minimum wage established. While (unfortunately) there is no legal mechanism to force brands to pay more, there is a legal mechanism to observe the law on minimum wages. And to enforce that law. The minimum wage must be higher and the state institutions should control whether it is paid and whether the law in general is observed. Often they fail to do so. But taking into account that fast increase of the minimum wage by the state can just make capital run away from the country, power of the state in this system is limited, comparing with brands’ and international community’s power.

On 5 November, Stefan Lessenich, German sociologist gave the German broadcast Deutschlandfunk an interview about our western “externalisation society”. He already wrote last year in his book – “Neben uns die Sintflut. Die Externalisierungsgesellschaft und ihr Preis” – about the structures in which “we” (the West) live at the cost of poorer, also East European countries. Regarding the “Serbia report”, 37,4% in the first nine month in 2016 of the apparel goes to Italy, the country where I live right now. How do you think we must change the structure of work to avoid the exploitation of employees and to live in a “social democracy” which grants a proper living standard for all?

Oksana Dutchak: I don’t think that “social democracy” can provide such a change. Throughout the history, social democracy and extensive welfare states were possible only in “core” countries. Unfortunately, in this economic system, welfare of the people in core has been always based on exploitation of the people in periphery. It is not the structure of work which must/can be changed. It is the relations of production in general.

Bojana Tamindzija: The fact that 37,4 % of apparel export goes to Italy means that among brands that are producing in Serbia Italians are the most dominant. But as Oksana already said we cannot solve the situation dealing with a single country or even a region, we need deep structural changes in order to avoid exploitation of working class in Eastern Europe, Africa or Asia and keep in mind that lowering of labour standards in so called “poor” countries also affects labour force in the West.

How do you think the consumers should cope with the fashion companies exploiting their employees? Avoiding them?

Dr. Bettina Musiolek: Consumers can facilitate change, but they cannot make the change. There are – particularly in Germany and other West European countries – many consumers who already now demand decent working conditions according to national and international law. This is actually something that should go without saying and as a consumer, I would presuppose that the goods I purchase are made under conditions obeying the law.

The main responsible actors which can make the change, are global fashion brands and policy makers. Global fashion brands should live up to their human rights due diligence and policy makers should implement binding rules for global brands’ production networks.

When you surveyed the employees in the textile companies, please try to describe their feeling and attitude considering their working conditions denoted by overtime, pressure and perpetually attainability?

Oksana Dutchak: In Ukraine, many were unhappy with their situation, of course. They complain, but mostly feel powerless. There are no independent unions, only “yellow”, and self-organization is restricted because of the repressions. People can be fired and they are afraid to lose the job. As the result, they live in a constant “austerity” (on everything, including food, healthcare), sometimes indebted, having no resources and time for recreation.

At the same time, surprisingly (at least for me) many express satisfactions with their job. It provides them with social package (like health leave, annual leave), and it is more or less stable. Despite being poorly payed, with extensive overtime – often it is the best job they can have in their towns, especially if it is a small one. And for many it is impossible to move elsewhere to look for a better job – because of age, health, family situation and so on. This reflects the extremely poor economic situation in Ukraine, of course.

Bojana Tamindzija: It is almost the same situation in Serbia, workers are not satisfied with wages and working conditions, but lack of proper union organising is making them powerless. With the wages couple of time lower than the living wages, most of the workers are literally barely surviving. What keeps them at their jobs is lack of choice and huge unemployment rate.

Questions asked by Richard Roske.

Translation by Ilaria La Torre

Bio:

„Moin“,

That’s the salute we use in northern Germany for “ciao”. Me, I am Richard Roske, 22 years old and this academic year exchange student at Bologna University. I come from the North Sea Coast of Germany. The biggest city in the near you probably know is Hamburg.

For my studies, I went to Trier and Luxembourg University. They concern political science as well as public law, with a focus on political theory and international law.

In our present times of rising political populist movement in Europe and all over the world, dropping ostracism and hatred against social minorities such as refugees, we should all contribute one’s share in the public media discourse. Like Rosa Luxemburg said – “Freedom is always the freedom of the dissentient” – we should also be an “other” but progressive voice of solidarity, justice, and tolerance.

Hence, I feel honoured being able to contribute some anglophone articles to Atlas.

Best,

Richard

More here:

https://www.youtube.com/watch?v=jfNdHsQUqwg

https://www.rosalux.de/publikation/id/38050/

https://www.rosalux.de/news/id/38035/arbeit-im-verborgenen/

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