School shooting e lobby delle armi

Il corso delle violenze nelle scuole americane non conosce argini. L’opinione pubblica si scontra con l’impasse repubblicano per introdurre maggiori restrizioni alle lobby delle armi, ma la soluzione è ben lontana e si scontra con le trasformazioni sociali del paese. 

Dopo quasi vent’anni di distanza dal massacro della Columbine High School di Littleton, in Colorado, la scia di sangue nelle scuole statunitensi non si è arrestata. L’ultima è la strage di San Valentino nella Douglas High School di Parkland, Florida. 17 morti, 15 feriti. Il killer è un ex studente diciannovenne, Nicolas Cruz, vicino a un gruppo suprematista, habitué nel diffondere online immagini di odio anti-Islam. È il peggiore mass shooting in una scuola americana dal 1998, insieme alla sparatoria nel campus del Virginia Polytechnic Institute nel 2007 dove uno studente coreano uccise 32 persone tra insegnanti, studenti e impiegati.

Cruz viene dagli ex compagni come una persona dal carattere solitario, identikit non dissimile dai due attentatori della Columbine. Lo studente avrebbe partecipato ai campi di addestramento dei suprematisti bianchi della Republic of Florida utilizzando il fucile d’assalto Ar-15, arma semiautomatica ad uso civile da cui derivò l’M16, la stessa della strage nella scuola elementare di Sandy Hook nel Connecticut, dove Adam Lanza uccise 28 persone. Fu impiegata nel giugno 2016 da Omar Maten nel massacro di 49 giovani nel Pulse, il night club gay di Orlando. La stessa arma di San Bernardino, California, nel dicembre 2015 e di Aurora, Colorado, nel 2012 dove morirono 14 persone. Anche lo scorso ottobre a Las Vegas, dove Stephen Paddock aprì il fuoco nel peggiore mass shooting negli Stati Uniti in tempi recenti con 58 vittime e 515 feriti, furono rinvenuti 23 fucili tra cui diversi Ar-15 potenziati e trasformati in mitra.

È un’arma che si può comprare facilmente in tutti gli stati americani nella maggior parte dei casi senza documentazione, certificati sanitari o di buona condotta. Nei casi dei rivenditori meno permissivi ci si può sempre rivolgere ad un privato. Questa di Parkland è, dall’inizio dell’anno, la diciottesima sparatoria USA che si svolge in una scuola. Dalle statistiche del Washington Post, tra il 2004 e il 2014 sono morte 302 persone a cause delle armi d’assalto. I giovani under 25 sono responsabili di oltre il 50% di tutti gli omicidi commessi con armi da fuoco.

I primi tweet istituzionali in reazione all’episodio sono stati del governatore repubblicano della Florida Rick Scott, amico del presidente Donald Trump e disposto inizialmente a discutere “to keep guns out of mentaly ill individuals” per fermare la pura malvagità di queste stragi, ma procrastina la questione a tempo indefinito. Sempre attraverso twitter, Scott rilancia le accuse contro gli Hoover boys del Federeal Bureau of Investigation (FBI), chiedendo le dimissioni del direttore Christopher Wray, poiché nonostante le segnalazioni sulla volontà di uccidere di Cruz, il Bureau non ha continuato le indagini. Wray prende tempo: «Le indagini sono ancora in corso, mi impegno ad arrivare in fondo alla questione e a rispondere alle domande che arriveranno dall’opinione pubblica». Scott insiste: “We constantly promote ‘see something, say something’ and a corageous person did just that to the FBI, and the FBI failed to act. The director needs to resign”.

Eppure, il governatore della Florida si sottrae a rispondere alla domanda più semplice: chi ha firmato la legge per vendere armi ai teenager senza il periodo di attesa? Facile: lui stesso. Se diamo un’occhiata ai suoi principali sostenitori, come la National Rifle Association, la potente lobby delle armi, notiamo una valutazione molto alta del repubblicano da parte della NRA nel 2014 proprio per la sua disponibilità a legiferare a favore della diffusione delle armi nella Florida.

A far discutere è il cinguettio del presidente americano Trump: ”So many signs that the Florida shooter was mentally disturbed, even expelled from school for bad and erratic behavior”. Si riduce l’omicidio al disturbo mentale, alla patologia, all’alienazione sociale; proprio lui che ha imposto la cancellazione della normativa voluta da Obama dopo la strage di Sandy Hook che impediva ai malati mentali di possedere legalmente armi. Cosa c’era da aspettarsi da un presidente che ha ricevuto oltre 30 milioni di dollari dalla NRA per la sua campagna elettorale? La destra del tycoon intende controllare ciò che non dovrebbe delle vite dei cittadini americani (quanti figli avere, i fondi della sicurezza sociale, la religione, i media) ma non vuole fermare chi potrebbe togliere queste vite. E questa è una scelta politica.

A rispondere è l’ex presidente Obama: “Dovremo cambiare finché non saremo in grado di tenere al sicuro i nostri ragazzi, anche con le leggi della sicurezza delle armi da lungo tempo in attesa del buon senso”. A fare da sponda è il neo eletto governatore democratico del New Jersey, Philip Murphy: “We owe it to our children to fight the gun lobby and pass common sense gun safety legislation both in Congress and here in N.J. Inaction is not an option” e pochi giorni dopo “New Jersey will think. New Jersey will pray. But I guarantee you, New Jersey will act.”

È un circolo vizioso quello che segue ad ogni school shooting dalla Columbine a oggi: le preghiere, i dibattiti facebook, il Congresso che non ha la maggioranza e non agisce, dimentica in un coro di grilli notturni. In una lettera pubblicata sul New York Times, una studentessa quindicenne della Douglas High School lancia l’appello “Non lasciate morire i miei compagni invano”. Si può fermare questo ciclo di morte, giacché se una persona non è abbastanza adulta per comprare una macchina o bere una birra, dunque non dovrebbe esserle concesso l’acquisto di armi d’assalto. “We need to vote for those who are for stricter laws and kick out those who won’t take action. We need to expose the truth about gun violence and the corruption around guns. Please.”

Insieme alle preghiere le manifestazioni organizzate dagli studenti qualche giorno dopo il massacro. Il prossimo mese si terrà una dimostrazione a Washington dal nome “March for our lives” con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul dibattito per il controllo delle armi. Ma arrestare un così grande profitto per l’economia americana è tuttaltro che semplice. In un paese con 320 milioni di abitanti le armi in circolazione hanno raggiunto 310 milioni di esemplari. Sono quasi 50 le aziende americane classificatesi come tra le prime cento al mondo, con 240 miliardi di dollari di fatturato e il 60% del giro d’affari complessivo mondiale. Se oltre al capitale si aggiunge la sovrastruttura ideologica del secondo emendamento (in data 1791) della Costituzione degli Stati Uniti, “the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed”, un mutamento radicale della cultura americana è solo wishful thinking, una previsione troppo ottimistica che non può avere come soluzione la negazione della tesi (esempio: ci sono troppe armi? Allora riduciamo le armi).

L’opinione del magazine Mother Jones è che gli stati americani che hanno in circolazione più armi hanno allo stesso tempo più vittime; i dati sottolineano l’alta percentuale presente in Alabama, Arkansas, Alaska, Montana, Wyoming. La bufala degli oppositori al gun-control indica come maggiori responsabili degli omicidi i malati mentali (come scrisse Trump), ma uno studio della Columbia University, diretto da Michael Stone, evidenzia che solo il 22% dei killers fosse “mentally ill”. Secondo Internazionale “è importante anche tenere presente che il numero di persone che possiede un’arma è in calo costante dagli anni novanta, e che questa diminuzione si intreccia con i cambiamenti demografici in corso negli Stati Uniti.” L’esempio di uomo armato americano è infatti un maschio bianco con più di sessant’anni con un reddito superiore ai 60 mila dollari l’anno (detengono perciò il 25% del tasso di diffusione delle armi, il doppio del dato sulle persone tra i 18 e i 29 anni). Le conseguenze deducibili sono che in futuro sempre meno persone saranno a favore dell’assenza di restrizioni per la vendita, poiché sempre meno saranno i possessori di fucili e pistole, anche se questi ultimi si dimostreranno più agguerriti e con maggiore influenza politica come si evince dalla presidenza Trump e dalla dirigenza della NRA.

La questione del weapons ban e della violenza nelle scuole non può essere affrontata solo con un approccio legislativo, perché lo scontro sarà principalmente con le trasformazioni sociali del paese. Come descritto dal Pew Research Center, nella teoria si riscontra un largo bacino di elettori, compresi i repubblicani, a favore di alcuni “background checks” nella vendita tra privati. Ciò collide con il diritto di possedere un’arma per difendersi (“saresti un americano irresponsabile se non puoi difenderti” come specificano in Bowling a Columbine di Michael Moore), rivendicato dalla grande maggioranza degli americani e che viene abilmente sfruttato dalle industrie pro-gun sales. Un cittadino quindi subisce il lavaggio del cervello secondo il quale un disegno di legge per una maggiore sicurezza nei controlli coincide con l’abolizione del diritto. E come non resistere alla pubblicità pro-guns di Ted Cruz, senatore federale per lo stato del Texas, contro l’aborto, contro i matrimoni gay, contro gli immigrati, a favore dell’egemonia cristiana bianca e della pena di morte, che ha dimostrato come cucinare il bacon con un fucile d’assalto?

Si parva licet, un paese economicamente sviluppato come l’Australia, a seguito di una sparatoria a Port Arthur nel 1996 in cui morirono 35 persone, introdusse una nuova legislazione che proibì l’utilizzo di armi automatiche e semi-automatiche, obbligò la rispettiva confisca e l’utilizzo di un sistema di registrazione di tutti i proprietari di armi con la necessaria documentazione. Il risultato fu un calo del 42% degli omicidi in sette anni e una diminuzione del 57% dei suicidi con armi da fuoco.

E’ una rinuncia, quella libertà di movimento con il minimo dei controlli (come entrare in un hotel di Las Vegas con borsoni carichi di armi potenziate senza che qualcuno possa fermarti), e quella di poter difendere con le armi l’incolumità della propria casa, famiglia e vita, che la cultura americana non può ancora accettare. La paura genera consumo. Soprattutto la paura dell’uomo nero.

Happiness is a warm gun. Che cos’è la felicità, dopotutto, se non un’arma calda?

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