Atlas Consiglia: le tre serie (molto poco estive) di agosto

Il mese di agosto divide il pubblico dello streaming in due grandi macrogruppi: i marittimi, quelli che abbandonano tv e laptop per passare a romanzi e cruciverba sotto l’ombrellone, e i fedelissimi, quelli che nonostante i quaranta gradi all’ombra e le feste in piscina utilizzano le ore libere per divorare puntate su puntate.

Se anche voi come me appartenete alla seconda categoria e avete già consumato ogni singola puntata consigliata nell’articolo del mese di luglio, noi di Atlas – Il Blog sappiamo come consolarvi perché abbiamo pronte le tre serie tv (molto poco estive) del mese di agosto.

Armatevi di attenzione, ventilatore, gelato e buona visione!

«Euphoria»

Una teen idol come protagonista, storie di droga, alcol e sesso non protetto. Non stiamo parlando della ricetta di un blockbuster per teenager ma dell’ultima serie tv gioiellino di casa HBO.

Euphoria è la storia di un mondo distorto che viene alla luce, dove la realtà dei giovani dei sobborghi si mescola alla macrorealtà dei social e della vita da copertina. Il tutto filtrato attraverso gli occhi dell’adolescente problematica Rue, interpretata da un’eccellente Zendaya, che ci introduce nel mondo dei ragazzi del posto fatto di menti offuscate e speranze spente.

Anche attraverso scelte di regia molto particolari, l’intento di Sam Levinson emerge perfettamente: andare oltre la mera descrizione di una realtà viva ed esistente, per arrivare ad un’analisi sociale/sociologica che porti a dare risposte ai numerosi perché nascosti dietro a un mondo adolescenziale così complesso.

8 episodi sicuramente scioccanti in alcuni punti, ma decisamente efficaci.

 

 

«When They See Us»

Disponibile su Netflix dallo scorso 31 maggio, «When They See Us» è una miniserie di 4 episodi dedicata al caso giudiziario dei Central Park Five. Nella notte del 19 aprile 1989 una jogger viene stuprata e lasciata in fin di vita nel noto parco della città di New York, nella stessa notte cinque ragazzini (un ispanico e quattro afroamericani) vengono arrestati e costretti a confessare di aver perpetrato la violenza. Nonostante l’assenza di prove e il manifesto uso della violenza coercitiva da parte delle forze di polizia, i ragazzi sconteranno fino a 13 anni di carcere per un delitto che nessuno di loro aveva commesso e che solo nel 2012 otterrà il vero colpevole.

I 4 episodi della serie ripercorrono la vicenda giudiziaria dei ragazzi nel dettaglio, non escludendone gli scomodi particolari e non tirandosi indietro nel portare avanti un’accusa globale nei confronti di un sistema e di una società basati sul pregiudizio e lo stereotipo.

Ava DuVernay, regista e sceneggiatrice impegnata per la causa afroamericana e per il rispetto delle persone di colore nel mondo cinematografico, si serve di un cast abilissimo e una sceneggiatura magistrale per aprire un tema, quello dell’iniquità del sistema giudiziario, ancora oggi scottante negli Stati Uniti.

Per chi vuole abbandonarsi a una riflessione globale su bene e male.

 

 

«Too Old To Die Young»

Nicolas Winding Refn approda nel mondo per la prima volta nel mondo dello streaming e lo fa perfettamente nel suo stile: con un mix di follia e genialità. «Too Old To Die Young» è la prima serie tv dell’ormai consacrato regista danese uscita il 14 giugno sulla piattaforma Amazon Prime Video. La serie, presentata in anteprima a Cannes con l’insolita proiezione del quarto e quinto episodio, si compone di dieci episodi della durata di 75 minuti ciascuno che, come dichiarato dallo stesso regista, pur essendo inseriti in un continuum seriale si configurano come singoli film.

L’intreccio parte da Martin, un poliziotto di Los Angeles che diviene giustiziere della notte dando il via ad un percorso di discesa agli inferi tra narcotraffico e omicidi. La trama assume un ruolo quasi secondario, quello che ne risulta è un’analisi cinica sulla natura umana che supera il già spiccato pessimismo del cineasta danese. Lo stile di Refn viene portato all’estremo: violenza cruda, silenzi interminabili, dialoghi ridotti all’osso, inquadrature composte e girate alla perfezione, fotografia al neon, volti imperturbabili.

Un’opera per cultori, forse non adatta come primo approccio all’immaginario del regista, sicuramente non per tutti.

 

 

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