Sharing economy: l’arte di arrangiarsi, inventando. // Sharing economy: the art of making do.

[English version below]

I nostri nonni ci direbbero che necessità fa virtù. Noi invece scriviamo sharing economy e leggiamo “l’arte di arrangiarsi, inventando”. Stiamo parlando di un nuovo modo di fare impresa che ribalta le regole tradizionali del gioco all’interno del mercato del lavoro.

Sebbene non ci sia una definizione univoca, possiamo collegare l’idea dell’economia collaborativa a quella di un modello economico nel quale i singoli hanno la possibilità di prendere in prestito o affittare beni che appartengono a qualcun altro. La sua diffusione è più accentuata quando il prezzo di un bene o servizio è particolarmente alto e quando questo non viene utilizzato a tempo pieno.

Per intenderci, all’interno dell’universo della sharing economy rientrano servizi come AirBnB e Taxify, ma anche spazi come quelli del co-working e couchsurfing.  Insomma, questo nuovo modo di pensare l’economia invade sempre di più le nostre vite, ma quanto bene conosciamo le dinamiche e le regole di questa nuova tendenza?

Nato spontaneamente come risposta alla crisi lavorativa degli ultimi anni, questo fenomeno è per certi versi una ripresa della filosofia della condivisione delle comunità del passato. Mettere in comune servizi vuol dire infatti non solo condividere dei beni – risparmiando – ma anche condividere tempo e spazi, dunque fare comunità.

Nessuna improvvisazione; infatti, non è solo di una filosofia che stiamo parlando, ma di una tendenza strutturata, i cui tre attori principali sono i service providers, i clienti e la piattaforma che li mette in comunicazione. In molti, e tra questi Forbes, oppongono come critica a questo modello il fatto che non sia proprio una forma di generosità quella che regola questo nuovo tipo di relazioni che si vengono a creare tra chi offre il servizio e chi lo riceve, ma un’implicita consapevolezza del poter guadagnare in modo facile (dando un passaggio in macchina, affittando il proprio appartamento, ecc.) in un settore che non è ancora regolato.

Sicuramente, questo nuovo modo di considerare l’economia come una piattaforma di condivisione, è responsabile anche della nascita di un nuovo tipo di società, basato su fiducia e responsabilità. Nuovi clienti decidono di usufruire di un servizio dopo aver letto commenti e giudizi di persone che ne hanno precedentemente beneficiato, creando una rete che inevitabilmente porta ad una certa competizione.

Come accennato precedentemente, l’altra faccia della medaglia è però rappresentata dalla mancanza di regolazione legislativa. Al di là dell’idilliaca possibilità di trasformare i sogni di un’economia che ritorna all’essenziale dei rapporti interpersonali, è anche vero che potrebbe arrivare un momento in cui questa si possa rivelare necessaria, soprattutto nel caso in cui alcuni problemi o incidenti si presentino sulla via della sharing economy. Parlando concretamente: chi è responsabile se la camera affittata su AirBnB va a fuoco? Chi paga se l’auto su cui viaggio con Uber ha un incidente?

Il punto di vista degli imprenditori che hanno dato avvio a questo tipo di business ha una posizione di mezzo: servirebbe una certa regolazione, ma questa non deve essere tale da impedire la fluidità con la quale oggi si svolgono questo tipo di affari. Inoltre, la complessità dei rapporti economici all’interno di questa cornice sono tali da impedire la legislazione possa effettivamente regolarne ogni aspetto.

Insomma, dal punto di vista di questi, Smith e la mano invisibile sono i padri di un modo di lavorare che è anche una filosofia di vita. Per gli “addetti ai lavori”, la self-regulation è la strada giusta da seguire, considerando sempre la possibilità di una regolazione a livello locale, nel caso in cui intervengano conflitti.

Anche sul tema della flessibilità delle tasse, c’è da chiedersi quale sia il limite da fissare affinché non si trasformi in evasione fiscale.

Guardando all’Europa, il Regno Unito risulta essere dotato di una legislazione che consente sicurezza e flessibilità allo stesso tempo nei confronti di questi nuovi imprenditori. Accedere al mercato del lavoro è semplice e il crowdfunding è una possibilità ormai consolidata.

Il Ministero del lavoro e dell’impresa del Regno Unito nel novembre 2014 ha diffuso un documento di analisi sul fenomeno della sharing economy nel proprio Paese dal quale emergono alcuni dati significativi: il 25 per cento della popolazione adulta ha in qualche modo a che fare con il mondo dell’economia collaborativa ed entro il 2015 il 70 per cento della popolazione si occuperà o usufruirà della sharing economy. Il 97 per cento delle persone dichiara di essere soddisfatto dell’esperienza di condivisione. A seguito di ciò il Governo del Regno Unito nel suo bilancio 2015, fissando gli obiettivi per migliorare la crescita economica, ha compreso quello di fare della Gran Bretagna il «migliore posto al mondo per iniziare, investire e far crescere un’impresa, anche attraverso un pacchetto di misure per contribuire a sbloccare il potenziale dell’economia della condivisione». (Fonte: camera.it, ndr).  Sebbene la Brexit sia un fattore di timore per chi lavora all’interno di queste imprese, per ora le start-up britanniche sembrano reggere bene al colpo. Durerà?

Un altro valido esempio arriva dalle coste del Baltico. Anche in Estonia, infatti, ci sono condizioni favorevoli per l’espansione di imprese basate sull’economia collaborativa. In particolar modo, dopo la fondazione di Skype nel 2003, il paese è entrato in un giro internazionale che di fatto l’ha inserito tra i primi in classifica. Le condizioni che hanno consentito la formazione di questo ecosistema propizio? Sicuramente le sue dimensioni ridotte hanno fatto sì che le start-up nate sul territorio prendessero già dai loro primi passi una svolta internazionale; anche la popolazione, intorno ai 1.315.600 abitanti, determina un sistema di supporto reciproco e cooperazione, più che di forte competizione interna. Il sistema di dichiarazione delle tasse elettronico può essere inoltre considerato un catalizzatore nel percorso di apertura di una impresa: di facile e veloce uso, da un lato permette ai cittadini di svolgere il loro dovere con un clic, e dall’altro allo Stato quasi di azzerare l’evasione fiscale. L’Estonia, nota per il suo e-Government, attraverso l’e-Residency, apre le sue porte a persone provenienti da ogni parte del mondo, dando loro l’opportunità di diventare cittadini estone (pur non vivendo sul territorio), e dunque di aprire un conto in banca, investire, accedere ai finanziamenti statali, ecc. Altro fattore da considerare, quello climatico: il cattivo tempo magari li rende più produttivi!

Rotolando verso sud e arrivando al Bel Paese, la situazione risulta chiaramente diversa: la nostra economia, ancora legata alle imprese tradizionali, stenta ad adattarsi in un sistema che ancora risente fortemente della crisi iniziata nel 2008. La cosiddetta “new economy” – basata sulle nuove imprese (nel settore digitale, per la maggior parte), stenta così a spiccare il volo. Anche se ci sono alcuni esempi positivi, questi rimangono isolati se consideriamo la mancanza in generale di un ecosistema che favorisca l’integrazione e supporti le start-up. Venture Capital, che si occupa di finanziamenti per start-up in Italia, è ancora troppo indietro rispetto a Paesi come il Regno Unito, la Francia o la Germania.

E anche all’interno del territorio nazionale ci sono nette differenze tra Nord e Sud; il Nord è una culla più efficace per la formazione di nuove imprese. Servono più investimenti da parte del governo a sostegno delle nuove attività, serve più formazione, in un sistema educativo che è ancora troppo ancorato al tradizionale; gli esempi di giovani imprenditori innovativi ci sono, ma la maggior parte di loro emigra alla ricerca di condizioni più favorevoli.

Secondo uno studio di Collaboriamo.org e dell’università Cattolica le piattaforme collaborative nel 2015 sono 186 (34,7 per cento rispetto al 2014). Tra i settori più interessati ci sono il crowfunding (69 piattaforme), i trasporti (22), i servizi di scambio di beni di consumo (18) e il turismo (17). Lo studio rileva una continua evoluzione e sperimentazione delle piattaforme collaborative italiane ma anche una certa fatica di questi servizi a crescere e a raggiungere quella massa critica necessaria per raggiungere sostenibilità ed efficienza.  Mancano, secondo gli imprenditori intervistati, finanziamenti (per il 73 per cento degli intervistati), cultura (47 per cento) e partnership con grandi aziende (58 per cento). Di contro una ricerca di TNS Italia rileva che il 25 per cento degli italiani che navigano su Internet sta già utilizzando i servizi collaborativi.  (Fonte: camera.it, ndr)

Il 27 gennaio 2016 è stato presentato alla Camera una proposta di legge sulla “Disciplina delle piattaforme digitali per la condivisione di beni e servizi e disposizioni per la promozione dell’economia della condivisione”. Sarebbe il primo atto legislativo tra gli Stati Membri a regolare la sharing economy; molti però a livello europeo storcono il naso, convinti che basterebbe applicare la legislazione esistente alle nuove forme di economia piuttosto che creare nuove leggi ad hoc. La proposta è ancora sotto esame in commissione, quindi bisognerà aspettare la discussione e la votazione in aula parlamentare. E’ sicuramente un processo che richiederà tempo e spazi di confronto all’interno della politica italiana. Non ci resta che guardare con ammirazione cosa accade oltre le Alpi, cercando di captare metodi e soluzioni alternativi.

Intanto a noi studenti, l’invito a fare tesoro di alcuni consigli che vengono da chi sulle proprie start-up ha scommesso; ci tocca essere coraggiosi nel portare avanti le nostre idee (a condizione che queste siano buone ed innovative), saper vendere il nostro tempo e, non cosa di minore importanza, saper sfruttare il periodo dell’Università come un tempo per metterci in gioco e trovare le persone giuste che potrebbero diventare un domani nostri soci.

 

Sharing economy: The art and regulation of making do.

Our grandparents would have told us, “make a virtue out of necessity”. We write Sharing Economy and we read “the art of making do”. We are talking about a new way to do enterprise that revolutionises the traditional game rules within the job market.

Albeit there is no unique definition, the idea of collaborative economy can be referred to as an economic model in which each one has the possibility to borrow or rent assets owned by someone else. Its spread is more emphasized when the price of that particular asset or service is particularly high and when this is not used full-time.

To make it easy, within the universe of sharing economy we can find not only services such as AirBnB and Taxify, but also spaces, such as co-working and couchsurfing. Therefore, we can say that this new way to think the economy is increasingly occupying our lives, but…how well do we know the rules and the dynamics of this new tendency?

Spontaneously born as an answer to the job crisis in the latest years, this phenomenon is, to a certain extent, the recovery of the philosophy of sharing within past social communities. Sharing services means not only sharing assets – saving some money – but also sharing time and space, hence making community.

There is no improvisation; indeed, it is not only a philosophy, the one we are talking about, but a properly well-framed tendency, whose three main actors are the service providers, customers, and the platform which links them. Many sources, among them Forbes, critique this model for the fact that it is not open-handedness that rules this new kind of relationship among service providers and customers. On the contrary, there is an implicit awareness toward the potential easy earning (just giving a ride, renting your own flat, etc.) in a sector not yet regulated.

Without any sort of doubt, this new way to consider economy as a sharing platform is responsible for the inception of a new kind of society, based on trust and accountability. New customers benefit from the service after having read comments and assessments from previous ones. This creates a network that unavoidably leads to a certain competition.

As previously mentioned, the other side of the coin is represented by the lack of law regulation. Over the idyllic possibility to transform the dreams of an economy that comes back to the essentialism of interpersonal relations, it is still true that there comes a time in which this can become necessary, especially in the case in which some problems or mishaps happen on the way. In a nutshell, who is responsible if the room rented through AirBnB catches on fire? Who pays if the car in which I drive with Uber has an accident?

The opinion among those entrepreneurs who gave the start to this kind of business is in the middle: a regulation is needed, but it should not be that strong to constitute an obstacle to the fluidity with which today these businesses go on. Moreover, the complexity of economic connections within this frame hinders the legislation to regulate every single aspect.

Therefore, from the point of view of these ones, Smith and the invisible hand are the spiritual fathers of a new way of working a life philosophy, as well. For the “authorised personnel”, self-regulation is the right way to pursue, always keeping in mind the possibility of a regulation on a local level, in the cases of conflicts.

Moving on to the topic of tax flexibility, it is worthy asking what the limit to fix is, in order not to consider it as tax avoidance.

Looking at Europe, the United Kigdom seems to be equipped with a legislation that allows security and flexibility at the same time, with regard to these new entrepreneurs. Having access to the job market is easy, and crowdfunding is an already well-rooted possibility.

In November 2014, the Ministry of job and enterprise in United Kingdom published an analytical document on the phenomenon of sharing economy in its own country. Some significant data emerged: 25% of adult population has something to do with the world of sharing economy and, within 2015, 70% of the population will deal with it or will benefit from it. 97% of the population claims to be satisfied with the experience of sharing. Afterwards, the UK Government, while fixing the objectives to improve economic growth in the 2015 balance sheet, has included the one to make United Kingdom the best place in the world where to start, invest, and let a business grow through a measures package to contribute and unlock the potential of sharing economy. (Source: camera.it – Quote translated from Italian by the author, ed.). Although Brexit is a fear factor for people who work in these kind of enterprises, so far British start-ups seem to hold up. Will it last?

Another good example comes from the Baltic shores. In Estonia as well, indeed, there are favourable conditions for the expansion of businesses based on collaborative economy. Especially after the foundation of Skype in 2003, this country entered into an international network that, as a matter of fact, is now considered among the top end of the table.  The conditions that allowed the formation of such favourable environment? For sure its reduced dimension let start-ups born here take, since their early moves, an international turn; the population, around 1,315,600 inhabitants, has determined a system of mutual help and cooperation, rather than strong internal competition. Moreover, the digital tax declaration system can be considered a catalyst in the way to open a business: easy and fast to use, on one hand allow citizens to do their own duty with only a click, and on the other hand the State almost eliminates tax avoidance. Estonia, well known for its e-Government system, opens its doors through e-Residency to people coming from all over the world, giving them the chance to become Estonian citizens even if they do not live here; hence they can open a bank account, invest, access State funds, etc. And last but not least, the climate factor: bad weather makes them more productive!

Rolling to the South and getting to Bel Paese (Expression used by Dante for “Italy”, ed.), the situation definitely appears different: our economy, still tied to traditional enterprises, struggles to adapt in a system that still suffers from the crisis begun in 2008. The so-called “new economy” based on new enterprises (most of them in the digital sector), finds difficulties in taking off. Although some positive examples exist, these stay isolated if we consider the widespread lack of a good ecosystem that fosters integration and, hence, new start-ups. Venture Capital, which tackles funds for Italian start-ups, is still too backwards if we compare it with countries such as United Kingdom, France or Germany.

Consistent differences take place between Northern and Southern Italian regions, as well; North is a more effective cradle for the formation of new enterprises. More investments from the government are needed supporting new activities; more training is needed as well. In an educational system that is still too anchored to the traditional, there are some examples of young and innovative entrepreneurs, but the majority of them emigrate towards more favourable conditions.

According to an analysis made by Collaboriamo.org and by the Università Cattolica, there were 186 collaborative platforms in 2015 (+34.7% by 2014): crowdfunding (69 platforms), transports (22), services for exchange of goods (18) and tourism (17) are the most touched sectors. The study reveals that there is a continued evolution and experimentation of Italian collaborative platforms, but these kinds of services also experience a certain struggle in growing and reaching the critical mass necessary to reach sustainability and efficiency.

According to the interviewed entrepreneurs, what is missing is funds (according to the 73% of them), culture (47%) and partnership with big companies (58%). On the contrary, research by TNS Italia calculates that 25% of Italians who surf the internet are already using collaborative services (Source: camera.it Translation from Italian by the author, ndr)

On 27th January 2016, a law proposal was presented to the Italian Chamber of Deputees on “Regulation of the digital platforms for the sharing of goods and services and provisions for the promotion of the sharing economy”. This would be the first bill regulating sharing economy among EU Member States; many at the European level turn their noises up, sure that applying the already existing legislation to new economy would be enough, instead of creating ad hoc laws.  The proposition is still under examination by the commission; we have to wait until the discussion and the vote within the Parliament. This is a process that will require, for sure, time and space for debate within the Italian political arena. All we can do is look with admiration at what is going on over the Alps, and try to capture alternative methods and solutions.

In the meantime, students can receive the invitation to guard advices coming from people who bet on their own start-ups. It is up to us to be brave in carrying on our ideas (to the condition that these are good and innovative ones), to sell our time and, not least importantly, to know how to take advantage of our time at University as a time to take a challenge and to find the right people who can become our associates tomorrow.

 

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